Miles Davis – maestro di stile ed eleganza senza pari

Miles Davis ha influenzato la storia del costume del Novecento. Vi raccontiamo la storia del grande trombettista e il suo rapporto con l'estetica.

3252

Miles Davis è stato un artista imprescindibile per comprendere la musica del Novecento. Lo è stato altrettanto sotto il profilo del costume. Sono stati pubblicati interi volumi di diverso taglio e spessore, approfondimenti giornalistici e, in Italia forse ancor più che altrove, i ricordi personali di tanti che a vario titolo l’hanno incontrato nel corso dei suoi cinquant’anni di carriera. Precursore di quattro o cinque epoche jazzistiche, scopritore di talenti, trombettista raffinato, uomo scorbutico, infaticabile tombeur de femmes eccetera: non passa ricorrenza senza che qualcuno aggiunga un tassello (più o meno credibile) al mosaico delle definizioni.

Quasi mai però ci si è soffermati a osservare quanto Davis abbia sia stato un’icona del nostro tempo. Unico argine a questa esondazione mediatica l’accuratezza con cui l’immagine di Davis viene trattata. Un po’ da tutti, e senza che si sappia di eredi particolarmente feroci nei confronti del lascito (enorme). La cartina di tornasole del suo essere diventato un’icona del costume già nel pieno dell’attività artistica, forse addirittura dagli esordi. A partire dalla Sony/Cbs fino all’ultimo blogger è pressoché impossibile imbattersi in un’illustrazione scadente di Davis.
We Want Miles: Miles Davis Vs Jazz, il volume pubblicato da Rizzoli International e Skira come catalogo fotografico di una mostra allestita in Canada e Francia, pone il sigillo su quel ruolo di icona, di cui Davis era consapevole mostrando di gradirlo e forse cercarlo. Il titolo stesso ha un valore significativo, laddove quel Vs mette in rilievo l’unicità di Davis nei confronti della consueta iconografia jazzistica.
Miles Davis sembra un predestinato, se si osservano con attenzione le immagini di quando ancora piccolo, mano nella mano di mamma Cleota, indossava indumenti di foggia con la naturalezza di un damerino. Tratti delicati, pelle d’ebano, arti affusolati, muscolatura elastica tipicamente nera: quasi un emblema di bellezza rinascimentale in cui occidente e madre Africa si mescolano dando il meglio di sé. Un Carl Lewis librato in aria alle Olimpiadi di Seul con lo sguardo del ragazzo colto e vestito di preziose flanelle, piuttosto che fasciato nella lycra dell’atletica leggera. L’immagine intesa come summa di un portato più vasto, dunque.

Miles Davis in relax al Birdland New York City maggio1952

Figlio di un dentista nonché proprietario terriero, Miles crebbe in un contesto agiato per un afroamericano nato negli anni Venti e ancor più per un futuro jazzista.

Ebbe nel padre una figura di riferimento e al tempo stesso un sostegno costante, laddove tanti suoi coetanei neppure avevano un padre o non potevano contarci. Il ruolo di Doc Davis (all’anagrafe Miles Davis II: il nostro è il terzo) fu fondamentale non solo nel frapporsi ai difficili rapporti con la madre o nell’assecondare il talento musicale del figlio. Il dottor Davis assicurò sempre al figlio un sostegno umano ed economico, in cambio solo della consapevolezza nelle decisioni e nell’impegno di portarle a termine o – in caso contrario, come in occasione dell’abbandono dei corsi alla Juilliard School of Music a un anno dal trasferimento a New York – con ragionate motivazioni.

L’istruzione, per papà Davis, veniva prima di tutto. Vuoi fare il musicista? Bene, siccome hai talento ti meriti di andare nella migliore scuola e godere del minimo agio necessario per vivere: un piccolo appartamento sulla 149ª strada, un pianoforte per gli studi e quaranta dollari la settimana. I primi incidenti di percorso per il ragazzo middle class sbarcato dall’Illinois nella New York bohémienne arrivarono dal compagno di stanza, il batterista Stan Levey, che non tollerava granché un giovane e pedante disoccupato vestito Brooks Brothers dalla testa ai piedi, cui il padre pagava la retta di una scuola che lui, newyorkese da tempo, non aveva mai neanche sentito nominare.

Diciottenne, Miles era venuto a New York per suonare e imparare da Parker e soci; ciò nonostante andava a lezione pur annoiandosi e ne prendeva di private da William Vecchiano, prima tromba della New York Philarmonic, mentre ai concerti di musica classica si recava con le partiture tascabili per meglio seguire gli sviluppi musicali imposti dai direttori. Infastidito dalla scarsa considerazione che la musica nera godeva presso l’ateneo ma risentito per la mancanza di cultura e curiosità da parte di tanti suoi colleghi neri, Davis cominciava già a porre le basi dell’icona che presto sarebbe diventato.
Era nero ma benestante, giovane ma iscritto al migliore istituto musicale degli Stati Uniti; avendone i mezzi e la maturità studiava con ardore, ma ciò non gl’impedì di beccarsi un corso di recupero durante l’estate. Bramava una cultura musicale senza steccati ma voleva metterla al servizio delle sonorità che più lo entusiasmavano. Insomma, sin dagli esordi era un jazzista sui generis, di cui la comunità cominciava ad accorgersi non senza qualche grattacapo. Fece discutere già dal suo ingresso nel quintetto di Parker, prima affiancato a Dizzy Gillespie e poi suo sostituto quando questi decise di non poterne più delle bizzarrie tossiche di Bird; infine come direttore musicale, coadiuvato dal più esperto Max Roach. Strali e fulmini si levarono al suo cospetto: troppo giovane, per molti ancora incerto alla tromba e soprattutto troppo distante da certa perfezione unanimemente riconosciuta a Gillespie.

Miles Davis con Juliette Greco

Vederlo nelle immagini di metà anni Quaranta è significativo: da un anno all’altro Davis indossa i suoi abiti con sempre maggiore sicurezza, laddove inizialmente gli andavano sempre un po’ larghi, vista la corporatura mingherlina. Lo sguardo, sebbene incastonato in una faccia ancora ragazzina, si fa consapevole. E invece degli occhi sgranati davanti a un Fats Navarro o a un Howard McGhee, già trombettisti acclamati, lo si vede muoversi e interloquire con i colleghi da pari a pari. Nel 1949, per la prima volta a Parigi, è a suo agio con Boris Vian, Jean-Paul Sartre, Juliette Gréco.

Sin dagli esordi era un jazzista sui generis, di cui la comunità cominciava ad accorgersi non senza qualche grattacapo.

Oppure nello stesso anno, ormai leader di una propria formazione e pioniere del movimento cool, siede in studio con Gerry Mulligan e Lee Konitz con la nonchalance di un artista navigato. Dalle istantanee che lo ritraggono alla testa del nonetto di «Birth Of The Cool» inizia a emergere anche un’affermazione sul piano dell’immagine. Nonostante i problemi di droga che lo affliggeranno fino al 1954, Davis è punto di riferimento per tutta la comunità jazzistica già al volgere del decennio, forse sul piano dell’immagine ancor più che su quello musicale, dato che c’era ancora chi lo criticava come strumentista.

La foto con cui Bob Willoughby lo immortala nei camerini dello Shrine Auditorium di Los Angeles durante la tournée del 1950 è l’epitome della coolness, della rilassatezza come sinonimo d’eleganza, di quel misterioso e affascinante concetto di layback tanto caro alla musica e alla cultura nera. Davis è comodamente reclinato su una poltrona; l’obiettivo lo riprende di profilo, gli abiti mollemente adagiati che, pur scomposti, sottolineano l’allure del personaggio; lo sguardo è sereno ma ancora adrenalinico; la mano sinistra sulle gambe; la tromba quasi un bastone di sostegno per la mano destra. Il tutto avvolto da un fascio di luce che taglia l’oscurità del camerino.

Miles Davis – foto Francis Wolff

Più ancora poté Francis Wolff nonostante le poche occasioni, dato che Davis incise solo due album per la Blue Note. Negli studi della celebre etichetta, era il marzo del 1954, Davis siede di quinta su una sedia di servizio: mocassini, calze a coste, morbidi pantaloni di fustagno indossati senza cintura, un dolcevita a fasciare il busto magro ma ormai non più esile, la bocca chiusa nel momento prima di espirare il fumo di una sigaretta. Le luci, il punto di vista, la definizione che fa venir fuori le maglie dei tessuti… Francis Wolff era un genio, ma Davis appare come l’incarnazione di una coolness che nasce in un contesto nero, afroamericano, jazzistico, downtown e sa farsi regola in un clic.
Ancora: in piedi, con un pied-de-poule dai revers arrotondati come il colletto della camicia, a mezzo busto davanti alla vetrina della Prestige, nell’atto di accendere un fiammifero per la sigaretta già in bocca. Stavolta il merito va all’obiettivo di Esmond Edwards. È ancora opera di Wolff lo scatto che ritrae Davis nel 1953 seduto al pianoforte, matita e pentagramma a impartire direttive a Gil Coggins: uno scatto importante non solo per la sua bellezza ma anche perché testimonia come, sin dai primi anni, Davis usasse dettare la linea al pianista (solitamente lo strumentista più colto) soprattutto negli accompagnamenti dei propri assoli. Un tema su cui a partire dalle incisioni con Monk s’è discusso abbondantemente. E infatti ecco Davis mostrare gli accordi nientemeno che a Horace Silver.

Gli anni Cinquanta e Sessanta sono i più fertili nello scandagliare la nascita e l’affermazione dell’icona Davis, anche perché – al contrario di quanto accadrà nei Settanta e ancor più negli Ottanta in cui Davis adotterà un metro di rottura evidente con l’iconografia del contesto di provenienza – si costruisce un’immagine semplicemente elevando a modello i canoni di riferimento di quell’ambiente. Esemplare è lo scatto inedito che lo ritrae all’aeroporto di Parigi il 6 novembre 1967, in arrivo dall’Italia: Christian Rose lo fissa su pellicola a figura intera, sorriso e pugno alla fronte come colpito da un ricordo improvviso, eretto nelle linee di un tartan doppio petto con il campionario delle giornate della moda di Firenze sotto il braccio. Dai Brooks Brothers giovanili ai maestri sarti fiorentini: il Made in Italy per Davis non si esauriva con le Ferrari in garage. Sul finire degli anni Ottanta s’innamorerà del design di Ettore Sottsass, cui delegherà l’arredamento della sua ultima casa su Central Park.

Se la Blue Note era l’unica, tra le piccole etichette indipendenti, a pagare due giorni di prova prima dell’incisione, la Columbia per Davis fece forse di più: laddove gli scatti fotografici nel jazz erano attimi rubati che sottolineavano la spontaneità dei protagonisti e il concetto d’improvvisazione, per le illustrazioni di «Milestones» (l’album che nel 1958 spianerà la strada al capolavoro «Kind Of Blue») Dennis Stock organizzò un vero e proprio servizio fotografico. La celebre copertina con Davis seduto su uno sgabello, maniche della camicia verde arrotolate, sguardo in macchina, tromba in primo piano e fondo arancio intenso incorniciato da un passepartout nero, risulta dalla selezione di una seduta di cui oggi il volume di Rizzoli mostra le immagini gemelle.


Un anno dopo un poliziotto troppo focoso pestava Davis, uscito dal Birdland a fumare una sigaretta tra un set e l’altro. Nelle foto finite sui giornali del giorno dopo Davis indossa una giacca bianca macchiata di sangue, così come la camicia e la cravatta, e ha due cerotti in testa a tamponare le ferite del manganello, eppure offre di sé un’immagine fiera, elegante, naturale. Iconica, ecco.
Un salto in avanti, fino alla seconda metà degli anni Sessanta. Miles Davis è ormai una star: veste italiano, guida Ferrari, l’intellighenzia statunitense ed europea lo erige sovente a modello e, nonostante il gergo spesso (e volutamente) triviale, su entrambe le sponde dell’Atlantico i salotti buoni se lo contendono. Lui mette insieme una band di fenomeni: Herbie Hancock, Wayne Shorter, Ron Carter e Tony Williams offrono la propria visione del free jazz segnando un punto di non ritorno per chiunque voglia cimentarsi con una musica d’avanguardia ma, al contrario di tanti contemporanei, sul palco salgono sempre in elegantissimi smoking. Piccolo particolare: Davis indossa la cravatta, invece del farfallino come gli altri. Minuzie di stile.

Cicely Tyson e Miles Davis 1968

Al volgere dei Sessanta, Davis non rimane indifferente agli sconvolgimenti sociali e politici in atto un po’ ovunque. Alle sue rivoluzioni musicali aveva sempre affiancato un mutamento nell’immagine ma, se fino a quel momento i suoi cambi di passo avevano scosso la comunità dall’interno mantenendo una continuità di stile, questa volta le capriole nel costume pescano a piene mani da un mondo giovanile forte come mai prima d’ora. Lontanissimo, nella musica come nell’immaginario, dall’estetica hippie di Woodstock, Davis si pone a capo di un filone parallelo.  C’è la breve fase transitoria, che si può far risalire al 1968 ed espressa nelle sedute di «In A Silent Way», come c’era stata quella del 1963 prima che nascesse lo storico, secondo quintetto. Qui i primi jack che amplificano gli strumenti si esplicitano nei completi di jeans o nei pantaloni di pelle e nei dolcevita dai colori un po’ più sgargianti, come il rosso scarlatto indossato all’isola di Wight.

Ma le fogge rimangono ancora quelle di uno stile asciutto, sobrio nei tagli e nelle forme, quasi la giovanilizzazione degli smoking appena dismessi. 

Con la pubblicazione di «Bitches Brew» nel 1970 l’icona Davis si fa poi sciamanica tanto nei suoni quanto nell’immagine. Il riferimento è sempre la matrice afroamericana (ecco perché con Woodstock c’è una convergenza parallela); Davis abbraccia appieno l’esuberanza di certa street culture nera che in musica avrà Sly Stone e James Brown come alfieri e al cinema l’esplosione del fenomeno blaxploitation. In una parola il funk, concetto che di qui in avanti affiancherà sempre più la musica e l’immagine di Davis.

Compaiono i primi bracciali di pelle, quasi a fasciare i polsi sotto sforzo nel reggere la tromba ma in realtà combinati ai lacci di una casacca o alle stringhe che adornano i pantaloni. Le giacche si fanno di un fustagno stazzonato e si alternano a bluse su cui iniziano a campeggiare i primi disegni floreali. L’attenzione all’haute couture non diminuisce: i tagli sono sempre sartoriali, anche su capi che fanno pensare a una rockstar. Più avanti Miles, indossando i suoi caftani di seta, farà da pigmalione a bizzarri stilisti giapponesi come Kohshin Satoh. Cambia semplicemente il registro. Le acconciature non sono più tenute a bada da tagli corti ma, pur sempre fresche di parrucchiere, iniziano a gonfiarsi secondo i canoni afro del periodo. Le prime tournée elettriche (1969-72) serviranno a rodare la musica di «Bitches Brew» ma anche a codificare la nuova immagine davisiana.

Miles Davis al funerale di Hendrix con Devon Wilson e Jackie Battle 1970

Al personaggio Davis succede ora qualcosa di unico: pur facendo storcere il naso ai tantissimi fans che da trent’anni lo idolatrano in tutto il mondo, il trombettista riesce a imprimere un’accelerazione improvvisa alla sua popolarità e al suo culto. I dischi vendono bene, nonostante l’ostracismo dei puristi; sono i più giovani a compensare qualche transfuga imbronciato; suonare al Cellar Door o ai Fillmore East e West gli offre una visibilità che i jazz club ormai non potrebbero più consentirgli. E i teatri ancora non accettano la profanazione elettrica.

Da apripista, Davis rischiava di creare dietro di sé una schiera di emuli.

Qualcosa del genere è accaduto sul piano della musica, senza che nessuno ne eguagliasse il lirismo e la peculiarità della voce strumentale. Di certo nessuno tentò mai di scimmiottarne l’immagine. Troppo personale, Davis in questo rimase un unicum, a ulteriore conferma del proprio valore iconico. Lo scarto estetico che avrebbe potuto minarne l’immagine e il credito gli diede nuovamente ragione: un nuovo bacino di pubblico, un nuovo mercato e nuova linfa per un’immagine pubblica ormai destinata a gloria imperitura.
Andrea Di Gennaro