Duke Ellington: il Duca in Italia, 60 concerti in 10 tournée

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Duke Ellington
Milano, Italy - 1963/02/21 - Stazione ferroviaria - Duke Ellington - Photo © Riccardo Schwamenthal / CTSimages.com - Phocus

Le non poche apparizioni di Duke Ellington nel nostro Paese sono un argomento sul quale mancano spesso informazioni precise e meritano quindi un’indagine più accurata, anche per la mole di musica che ne è scaturita. Basti pensare che dal 1950 al 1973 Ellington diede in Italia almeno una sessantina di concerti in dieci tournée, nelle città più svariate (da Torino a Palermo), e vi effettuò quattro sedute di registrazione.

La prima apparizione italiana avvenne nell’ambito di una tournée europea iniziata in Francia il 5 aprile 1950 dopo un lungo viaggio sul piroscafo Île de France e durata ben undici settimane. L’orchestra suonò al teatro Odeon di Milano dal 5 al 9 maggio, a Bologna il 10, a Venezia Lido l’11, al teatro Quirino di Roma dal 12 al 15, alla Pergola di Firenze il 16 e il 17, a Pisa (teatro Verdi) il 18, poi a La Spezia (teatro Monteverdi) il 19, all’Augustus di Genova il 20 e 21, al teatro Alfieri di Torino il 22 e 23, a Bergamo (teatro Duse) il 24 e infine al Politeama di Como il 25 maggio.

 

duke ellington

 

L’arrivo di Ellington alla stazione centrale di Milano – proveniente da Losanna e accolto, tra numerosi appassionati, dall’orchestra di Gorni Kramer – è stato più volte ricordato: all’epoca da Livio Cerri («L’esordio italiano di Ellington e Goodman», Musica Jazz 5/1950, pagg. 1-5, con informazioni sul repertorio e particolari per una corposa selezione dalla nuova suite The Tattoed Bride e per la bravura di tutti i solisti, pianista compreso); poi da Bruno Schiozzi («Era come se arrivasse un capo di Stato», nell’inserto tutto ellingtoniano di Musica Jazz, 12/1991 e che abbiamo allegato a fondo pagina in questo dossier) e da Adriano Mazzoletti (Il jazz in Italia, Edt 2010, vol. 2, pagg. 583-584, dove si legge tra l’altro: «La stampa in generale, per la prima volta, fu concorde nel presentare Ellington: in nessuno degli oltre cinquanta articoli fu scritto qualcosa di negativo sulla sua validità artistica», se si escludono le ineffabili sortite di qualche critico o musicista accademico, irrimediabilmente allergico al jazz).

Durante il ritorno in patria, sempre a bordo dell’Île de France, Ellington ingannò il tempo componendo la suite Harlem, commissionatagli dalla Nbc Symphony Orchestra.

Ellington e la sua orchestra tornarono in Italia nel 1958, in due sole città: Milano (teatro Dal Verme, 17 novembre) e Torino (teatro Alfieri, il giorno successivo). La formazione era quella classica del periodo, con quattro trombe (Cat Anderson, Harold Baker, Clark Terry, Ray Nance), tre tromboni (Britt Woodman, Quentin Jackson e John Sanders), cinque sassofoni (Jimmy Hamilton, Johnny Hodges, Russell Procope, Paul Gonsalves, Harry Carney), contrabbasso (Jimmy Woode) e batteria (Sam Woodyard), oltre al pianoforte del leader. La scaletta dei concerti europei prevedeva in apertura la triade Black And Tan Fantasy – Creole Love Call – The Mooche e proseguiva con classici o brani tratti da suite, per concludersi con una lunghissima medley di successi.

Il concerto milanese ricevette un’accoglienza entusiastica sia dalla critica (Arrigo Polillo in Musica Jazz 1/1959, pag. 14) sia dal pubblico. L’indomani, durante la trasferta in pullman da Milano a Torino, la batteria – male assicurata al tettuccio – cadde rovinosamente sull’asfalto, costringendo l’autista a una frenata e a una retromarcia fuori programma. Nonostante l’incidente, a Torino il concerto si svolse con pieno successo, come testimoniato da Pier Luigi Catalano (in Jazz di ieri e di oggi, febbraio-marzo 1959, da pag. 44 in poi).

Il 9 gennaio 1963 il Duca volò a Londra (abbandonando per la prima volta l’amato Île de France) per una nuova tournée europea della durata di un paio di mesi: in Italia si esibì solo a Milano (presso il conservatorio Verdi) il 20 e 21 febbraio, in due concerti serali organizzati da Norman Granz con grandioso successo di pubblico e incondizionato consenso della critica.

Recensendo la prima serata, Giancarlo Testoni scrive di aver ritrovato un’orchestra «degna della leggenda di cui è ormai circonfusa, caratterizzata dalla presenza di personaggi che sono ormai un mito vivente»; Pino Candini, prima ancora di addentrarsi in analisi assai pertinenti della musica eseguita, si spinge ad affermare, a proposito della seconda sera: «Per quel che mi riguarda (…) è stato uno dei più bei concerti che io abbia ascoltato» (Musica Jazz n. 3/1963, pagg. 13 e 15. La parte superstite della registrazione live del 21 febbraio è stata allegata da Musica Jazz proprio al n. 12/1991).

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Duke Ellington con il pianista e direttore d’orchestra Luciano Maraviglia e con il cantante Luciano Virgili

 

Nel pomeriggio del 21, Ellington entrò in sala d’incisione con gli orchestrali della Scala per registrare un lavoro ultimato poche ore prima in albergo: La Scala, She Too Pretty To Be Blue, parte di un gruppo di composizioni di carattere sinfonico che incise in varie città nel corso della tournée. Tra esse anche opere di vasto respiro come Night Creature, Harlem e Non-Violent Integration.

La nuova tournée europea di Ellington, dal 15 febbraio al 23 marzo 1964, fece tappa a Milano l’8 marzo al teatro Manzoni, con un repertorio caratterizzato dalla Harlem Suite e dalle recenti Impressions From The Far East. La critica, salvo qualche isolata perplessità (Daniele Ionio, «Duke Ellington senza sorprese» in Jazzland, aprile 1964, pag. 30) fu, se possibile, persino più laudativa dell’anno precedente (in Musica Jazz n. 4/1964, pag. 22, Giancarlo Testoni scrisse che l’orchestra era «in forma ancora più lucente dell’anno scorso»).

Sanremo (Imperia), Italy – 1964/03/22 – Teatro Ariston – IX Festival Internazionale del Jazz – Duke Ellington Ottetto – Duke Ellington p, Rolf Ericson t, Gilbert “Bibi” Rovere b, Johnny Hodges as, Lawrence Brown tb, Sam Woodyard d, Paul Gonsalves ts, Harry Carney bs – Foto © Riccardo Schwamenthal / CTSimages.com – Phocus

Il 22 marzo Ellington si esibì anche al nono festival internazionale del jazz di Sanremo, al teatro Ariston, ma non con l’intera orchestra bensì con una formazione ridotta e rimaneggiata: un ottetto comprendente il trombettista svedese Rolf Ericson, Lawrence Brown, Johnny Hodges, Paul Gonsalves, Harry Carney, il contrabbassista francese Bibi Rovère e Sam Woodyard. L’esito fu ancora una volta molto positivo grazie a «un processo di semplificazione che ha messo ancor più in luce l’inarrivabile bellezza dei suoi temi e la classe dei suoi musicisti» (Pino Candini, in Musica Jazz n. 4/1964, pag. 17).

Sotto l’egida del Jazz At The Philharmonic di Granz, Arrigo Polillo e Pino Maffei, impegnandosi con generosità anche sul piano finanziario, riuscirono poi a portare in Italia l’accoppiata vincente Duke Ellington & Ella Fitzgerald, che si esibì il 30 gennaio 1966 al teatro Lirico di Milano in due memorabili concerti, uno pomeridiano e uno serale, la prima parte dei quali interamente occupata dal Duca (con Elvin Jones alla batteria!) e la seconda dalla cantante, infine insieme per un travolgente Cotton Tail. Tra i due concerti, che complessivamente registrarono l’affluenza di cinquemila spettatori, Ellington accompagnò al pianoforte nel retroscena Vittorio Gassman che recitava il monologo di Amleto.

Duke Ellington e Ella Fitzgerald
Duke Ellington e Ella Fitzgerald

L’anno successivo la ditta Granz era di nuovo in Europa, partendo il 15 gennaio proprio da Milano con due concerti, ancora al teatro Lirico e ancora con il binomio Ellington-Fitzgerald. In Italia la tournée proseguì al teatro Sistina di Roma (22 febbraio, due concerti) e al Metastasio di Prato (24 febbraio, due concerti), per tornare di nuovo al Lirico il 26.

I concerti del 1966 e 1967 furono accomunati dall’entusiastica accoglienza del pubblico osannante e dalla critica allineata sulle stesse posizioni, pur con qualche riserva nelle recensioni del 1967 (ed effettivamente, dovendo scegliere, le esibizioni del 1966 meritavano il primo posto). Nel 1966 nella sezione trombe si ascoltò Mercer Ellington, che nel ’67 fu sostituito all’ultimo momento (trovandosi al capezzale della madre morente) da Oscar Valdambrini, cui Ellington concesse addirittura due assoli: su C-Jam Blues e su Perdido. I concerti del 1967 furono incorniciati il 14 gennaio e il 25 febbraio da due importanti sedute agli studi Regson (oggi Officine Meccaniche), dove Ellington incise una serie di brani allora inediti come Rue Bleu, The Shepherd, Swamp Goo e Blood Count, destinati ad arricchire il repertorio dell’epoca.

Nel 1969 – sempre al teatro Lirico di Milano, nell’ambito del secondo festival internazionale del jazz organizzato da George Wein, Polillo e Maffei – l’orchestra incappò per la prima volta in Italia in un’accoglienza piuttosto tiepida, per non dire totalmente negativa. Schiozzi, in particolare, recensì l’esibizione del 28 ottobre definendola «penosa, a parte Passion Flower» e concedendo la sola attenuante della stanchezza per un viaggio di circa venti ore (era la prima data europea); e giunse a scrivere che «tutto, ormai, nella formazione del Duca, sa di approssimativo, di stanca routine» («Festival a Milano», in Musica Jazz n. 12/1969, pag. 19).

Un po’ meglio andò il 14 novembre, quando Ellington portò per la prima volta il jazz alla Fenice di Venezia e, secondo Franco Fayenz, si riscattò pur avendo «imboccato la strada della routine (…) limitandosi a riproporre, in vesti appena variate e aggiornate, i suoi motivi più celebri» («Duke e Monk alla Fenice» in Musica Jazz n. 1/1970, pag. 12). La tournée dell’orchestra toccò inoltre Pescara (12 novembre, teatro Massimo) e Bologna (13 novembre, Palasport).

Nell’estate successiva l’orchestra – ormai priva del suo più importante solista, Johnny Hodges – intraprese una fittissima tournée europea di cinque settimane, con sette tappe italiane dal 17 al 24 luglio: Palermo, Roma (Piper), Pescara, Forte dei Marmi (La Bussola), Nervi, Verona e Torino. A Milano non suonò in teatro ma in sala d’incisione: il 23 luglio registrò allo studio Fontana alcuni brani della New Orleans Suite e una nuova composizione del trombettista canadese Fred Stone intitolata Maiera.

Anche nei concerti il piatto forte era rappresentato da generosi estratti della New Orleans Suite; cronache e recensioni raccontarono che l’orchestra suonò bene a Verona e a Nervi, e maluccio a Pescara (Arrigo Polillo, «Festival a go-go», e Umberto Santucci, «Nervi: jazz nella pineta», in Musica Jazz n. 10/1970, pagg. 12 e 18-19).

Con un imprevedibile colpo di coda, il 3 novembre 1971 Ellington e la band suonarono benissimo al palazzo dello sport di Bologna nell’unica data italiana di una tournée di tre mesi tra Europa, Russia e Sudamerica.

Nello stesso luogo, l’8 novembre di due anni dopo nell’ambito di una sfarzosa edizione del festival di Bologna comprendente altri grandi come Sarah Vaughan e Miles Davis, Ellington – già segnato dalla malattia e fiaccato dall’ennesima, massacrante tournée – delude profondamente, tanto da far esclamare a Candini, si può immaginare con quanto dolore: «Il vecchio Duca ha fatto un tonfo solenne, offrendo decisamente il peggior concerto italiano di tutta la sua carriera» («Tutte stelle a Bologna» in Musica Jazz n. 12/1973, pag. 11).

Antonio Berini e Giovanni M. Volonté

 

Ho venduto la bici per il duca

Era arrivato in Italia nel maggio del 1950, venti giorni di tournée, un’intera settimana con due concerti quotidiani all’Odeon di Milano. Un fiasco colossale in senso economico, salvo la prima sera, ma un’autentica sbronza di musica per i pochi veri appassionati. Le mie finanze mi avevano consentito soltanto i primi due concerti. Per gli altri mi era toccato vendere la bicicletta, una superleggera della quale andavo molto orgoglioso, e di giorno in giorno una valigia, una giacca e altre cose.

In compenso avevo conosciuto tutti i musicisti; e con loro – assieme ad altri appassionati, per esempio i due gemelli Pratella, Aldo (pianista, bassista, clarinettista e polemista) e Mario (pittore e chitarrista) – avevo passato lunghe notti nel tentativo di capire il significato di quella musica.

Butch Ballard, scelto da Ellington per affiancare l’ormai inaffidabile Sonny Greer, troppo spesso in preda ai fumi dell’alcol, mi aveva nel giro di un paio di notti iniziato ai segreti del charleston e dei piatti della batteria. Don Byas mi aveva detto tutto il male possibile dei boppers (Charlie Parker compreso) e in più occasioni, unendosi nei night a orchestrine molto approssimative, mi aveva fatto sentire come si deve suonare il sax tenore, con quella dolce violenza, quell’enfasi romantica ma anche quella rabbia vitale che gli venivano dagli insegnamenti di Coleman Hawkins. Jimmy Hamilton aveva dovuto ricorrere a noi per convincere il personale dell’albergo che gli era necessario esercitarsi sul clarinetto, non importava a che ora gli venisse l’estro, e ci aveva poi coinvolto in un’assurda avventura di sesso: voleva a tutti i costi conoscere delle ragazze. Ma in un’Italia democristiana, che iniziava solo allora a liberarsi da anni di puritanesimo, non era facile convincere una ragazza a uscire con un musicista di jazz, per giunta nero di pelle. Non per razzismo, ma perché nessuna delle nostre amiche se la sentiva di affrontare il giudizio degli altri se fosse stata vista al braccio di un nero. E tutto sommato nemmeno noi, malgrado la nostra ammirazione per Jimmy e per i suoi colleghi, eravamo tanto emancipati da non nutrire qualche sospetto: voleva solo parlare con una ragazza, stare in compagnia, o avrebbe poi preteso di arrivare a una conoscenza più intima se non addirittura biblica? Avevamo poi scoperto, ovviamente, che Jimmy proprio a quello si riferiva.

E così, con molto imbarazzo, ci eravamo presentati una sera al casino di via San Pietro all’Orto – dove qualche volta andavo per cercare di conoscere Pietrino Bianchi, Orio Vergani, Dino Buzzati (che tuttavia non avevo mai incontrato), l’intellighenzia milanese, insomma – spiegando la situazione, e subito l’intera struttura si era mobilitata a favore di Jimmy; la maîtresse aveva completamente liberato la saletta dove ci si fermava a «fare ofella» (come diceva lei stessa in uno strano siculo-milanese), il corridoio e le scale, di modo che Jimmy potesse entrare inosservato e salire in camera. La presenza di un uomo di quel colore non avrebbe ben impressionato la spettabile clientela. Solo Pietrino Bianchi, qualche tempo dopo, ascoltando il mio racconto di quell’avventura, si era rammaricato di non essere stato presente in tale circostanza e di non aver potuto conoscere Jimmy.

Il bassista Wendell Marshall, laureato in filosofia e già insegnante di tale materia, mi aveva chiesto un’altra cosa curiosa, certamente importante per comprendere il clima in cui vivevano gli afroamericani. Aveva scoperto che nelle città europee tutti potevano salire sui tram, sui treni, sugli autobus e occupare un posto qualsiasi, senza preoccuparsi del fatto di essere neri o bianchi; e allora, sia pure con qualche esitazione, mi aveva chiesto di accompagnarlo sul tram. Assieme avevamo fatto tutto il percorso dell’11, dal capolinea di piazzale Lotto a quello di piazza Leonardo da Vinci, più e più volte. Un giorno eravamo saliti in piazza Giulio Cesare e Wendell si era seduto proprio davanti a una signora di una certa età, distinta ma curiosa. Dopo un po’ la donna, rivolgendosi a me, aveva chiesto se si trattasse di un africano. Saputo che era un americano, filosofo e musicista, gli aveva teso la mano con grande piacere di Wendell. Ma, così facendo, la donna mi aveva confidato che – fosse stato africano – non gli avrebbe rivolto quel gesto di amicizia perché, tutto sommato, ne avrebbe avuto paura.

Con Ellington, invece, il rapporto non era stato così amichevole. Lui non alloggiava con i suoi musicisti e non si confondeva con loro nemmeno dopo i concerti. In più aveva sempre un seguito di ammiratori ricchi che lo portavano in locali nei quali noi ragazzi non avremmo potuto assolutamente entrare. Ma, una sera, fu proprio lui a prendermi sottobraccio e a trascinarmi con quella corte che, sotto sotto, disprezzavo perché mi sembrava non fatta da appassionati di jazz ma da semplici snob che con Ellington volevano passare una serata diversa. E, proprio in quell’occasione, Duke accettò di sedersi al pianoforte per suonare alcuni dei suoi temi preferiti.

Vittorio Franchini