Francesco Massaro: amo l’imperfetto, il provvisorio, il doppio

Il clarinettista pugliese - che ci racconta la sua storia - è uno dei talenti più luminosi venuti alla ribalta della scena italiana negli ultimi anni

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Francesco Massaro

Francesco, puoi spiegarci qual è la tua formazione e come sei arrivato ad esprimerti attraverso la musica improvvisata?
Come tanti fiatisti del Meridione ho cominciato nella banda del paese, poi – verso i dodici anni, agli inizi degli anni Novanta – ho iniziato a studiare sassofono in conservatorio. Ho conosciuto il jazz e la musica contemporanea e ascoltando i colleghi degli ultimi anni di corso che studiavano le tecniche avanzate (suoni multipli, slap, respirazione circolare) ho iniziato a imitarli e inconsapevolmente a improvvisare. È stato fondamentale l’ascolto di alcune audiocassette: una compilation di Gerry Mulligan, il disco «Hamba Khale!» di Gato Barbieri e Dollar Brand, un live del quintetto di Astor Piazzolla e infine la registrazione d’una puntata della trasmissione Battiti di Radio Tre che raccoglieva un concerto dell’ Orchestra Utopia – ospite, tra gli altri, Evan Parker – e un solo di Eugenio Colombo, entrambi dall’Europa Jazz Festival di Noci. Dopo il diploma ho concluso un corso di studi al conservatorio di Monopoli, con Gianni Lenoci, con una tesi sulle partiture non convenzionali e l’utilizzo potenziale di questi materiali per l’improvvisazione. Infine, l’esperienza con il Laboratorio permanente di ricerca musicale guidato da Stefano Battaglia, a Siena, pur di un solo anno, è stata significativa. Anche il lavoro con il Noci Saxophone Pool, insieme a Vittorino Curci e Gianni Console, è stato, ed è tuttora, un passaggio importante. Tutta la musica che scrivo prevede dell’improvvisazione, anche in gradi differenti, dalla classica struttura in cui la scrittura e l’improvvisazione sono separate e quasi contrapposte, all’estremo opposto di partiture con sole indicazioni verbali.

L’omonimo album d’esordio di Bestiario Marino ha avuto un’accoglienza lusinghiera. Come è nato il gruppo e cosa rappresenta?
La mia esperienza musicale risente di forti suggestioni letterarie; inoltre cerco di mantenere viva e liquida la relazione tra scrittura e improvvisazione. Da lettore compulsivo di Queneau, Cortazar e Borges sono un amante dell’ imperfetto, del provvisorio, dell’inespresso, del doppio, della materia che deperisce, cambia stato, del carnale. Del resto la creazione è anche un fatto erotico e di seduzione – arti dell’attesa che espongono al malinteso. In questo lavoro confluiscono passioni disparatissime, il cinema surrealista, la ‘Patafisica (che è l’arte delle soluzioni immaginarie), certe esperienze a cavallo tra scienza e arti grafiche, i cataloghi ed i bestiari medievali, il realismo magico, e chissà cos’altro e tutto contribuisce a creare un mondo, nella mia mente, reale e immaginario allo stesso tempo. Ovviamente l’apporto creativo di Gianni, Mariasole e Michele è fondante: con altri musicisti il risultato sarebbe stato completamente diverso e dicendo questo non dico una banalità, è il loro suono, la loro storia, la loro umanità che ho voluto. Con loro è facile mantenere la tensione creativa, manipolare la materia (suono) e il tempo (composizione). L’ascolto è intimo, quasi inesorabile azzarderei; la cura del suono – quale elemento costitutivo e non accessorio – è la forza del progetto. Doveva segnare la conclusione di un percorso, si è rivelato invece l’inizio di una nuova avventura.

E se non sbaglio, state già lavorando al seguito dedicato ai «meccanismi di volo». È in stretta continuità col precedente o ci sono delle variazioni nella sostanza musicale e nell’assetto della formazione?
L’impostazione del lavoro resta molto simile: una serie di brani che descrivono un mondo inconscio, onirico, metaforico – che prende forma sensibile di bestia –. Ma se in «Bestiario Marino» le tracce mnestiche seguite, le ispirazioni per così dire, sono di tipo fondamentalmente iconico, in «Meccanismi di volo» lo studio si è concentrato sui mondi sonori di alcuni compositori del Novecento ai quali sono particolarmente legato: Olivier Messiaen, Fausto Romitelli, Luciano Berio e Arvo Pärt. Naturalmente l’operazione non è di semplice riproposizione, ma di rielaborazione, vera e propria digestione dei materiali sonori, lasciando ampio spazio, anche se per «gradienti», all’improvvisazione e quindi al contributo personale dei musicisti. In più in alcuni brani l’organico verrà allargato da chitarre elettriche ed elettronica. Per me rappresenta un ulteriore sforzo verso il raggiungimento di un suono e di una poetica compiutamente personali.

Qual è il tuo rapporto con una personalità influente come quella di Gianni Lenoci? Come vengono garantiti gli equilibri interni al Bestiario?
Comincio dalla fine: il Bestiario è uno zooide, nel senso che il contributo di ognuno è indispensabile alla sopravvivenza, ma nessuno rinuncia alla propria personalità e alla possibilità di affermarla. Benché il disco sia composto per metà da brani in duo con Lenoci non riesco a non pensare a «Bestiario Marino» come a un’opera del quartetto. Come dicevo, il rapporto con Gianni è nato dopo il diploma: quelli sono stati gli anni più intensi della mia formazione, perché nel suo corso il jazz non è mai stato qualcosa di scontato. Durante le lezioni il discorso poteva toccare Deleuze, Antonioni, Rothko e chissà cos’altro senza per questo allontanarsi minimamente dal puro dato tecnico. Inoltre sono stati invitati musicisti straordinari: Joëlle Léandre, Markus Stockhausen, Steve Potts, Kent Carter solo per citarne alcuni. Gianni inoltre sin da subito mi ha coinvolto nei suoi progetti per concerti e incisioni discografiche. È in questo contesto che ho conosciuto gran parte dei musicisti con cui ho lavorato nel corso degli anni. Per tornare al disco, è stato importantissimo il lavoro di Valerio Daniele – fonico e supervisore artistico –, di Valentina Sanzò – grafica e illustratrice degli album Desuonatori – e di Tania Sofia Lorandi, che ha redatto le «definizioni eccentriche» in copertina.

Cosa puoi dirci, invece della collaborazione con Chiara Liuzzi e Adolfo La Volpe?
L’inizio della collaborazione con Chiara e Adolfo risale a più di dieci anni fa, in seno alla classe di Gianni. Da sempre ci siamo trovati a lavorare, oltre che sull’improvvisazione tout court, su progetti che prevedevano l’elaborazione di materiali musicali di diversa provenienza (dal tango a San Juan de la Cruz, da Billie Holiday a Xavier de Montsalvatge), con veri e propri cortocircuiti musicali, o la multidisciplinarietà: teatro, danza, arti figurative, cinema, narrativa per l’infanzia e perfino un lavoro di ricerca scientifica sulle sinestesie («Elica»), tutto senza intaccare minimamente lo spirito di ricerca del nostro lavoro. Chiara è una cantante, didatta, ricercatrice estremamente rigorosa e flessibile. Adolfo pratica decine di strumenti a pizzico, ma non solo: è attivissimo nei contesti musicali più disparati e ha il dono di sapere cosa è indispensabile alla musica. Devo citare un altro musicista che ci accompagna in numerose scorribande sonore, Pablo Montagne compositore e virtuoso della chitarra. Con loro la dimensione più ludica ed euristica del fare musica dà frutti eccezionali, negli anni abbiamo prodotto spettacoli, lavori discografici e pubblicazioni editoriali.

E invece la cornice auto-produttiva del «coordinamento Desuonatori»?
È un «coordinamento di autoproduzioni per la socializzazione di musica inedita in nuovi contesti di fruizione» e nasce dalla precisa volontà di riappropriarsi dei processi di produzione e ascolto della musica. Benché spesso si lavori insieme, non siamo un collettivo: non abbiamo un manifesto artistico, ma soltanto una comunione d’intenti. Senza polemizzare sull’industria musicale, riteniamo necessario seguire tutti i passaggi di produzione – mantenendo in essi la massima discrezionalità autoriale – e creare contesti di ascolto consapevole e attento. Senza utopie né snobismi: solo l’urgenza di ritrovare la comunione con il pubblico. Abbiamo prodotto nove dischi, fruibili gratuitamente sul web, e organizziamo house concerts. Tutto con un unico vincolo esplicito: la musica deve essere originale.

Quali sono i tuoi progetti futuri?
Oltre alla continuazione del ciclo dei bestiari, insieme al gruppo stiamo lavorando per arricchire le esibizioni dal vivo in direzione di uno spettacolo multimediale, nel quale musica e immagini interagiranno in tempo reale. La nostra partner nel progetto è l’illustratrice Maria Teresa De Palma. Ciò che produco musicalmente oggi è frutto di un percorso umano, oltre che delle esperienze professionali. Ho suonato tantissimo, nelle situazioni più disparate (a volte anche improbabili, ma ho sempre imparato qualcosa di nuovo), cercando sempre occasioni di incontro: poesia, letteratura, teatro, danza, cinema, pittura. Mi lancio a capofitto in tutto ciò che mi viene proposto, privilegiando sempre un approccio creativo ed estemporaneo, che mi conceda di «essere nel testo», ma anche con la libertà che mi serve. In questo senso, alla fine dell’anno terrò un seminario presso il Conservatorio di Monopoli incentrato sulle tecniche e sulle composizioni che utilizzo in seno al Bestiario. Sono sicuro che sarà un’altra feconda occasione di crescita.

Sandro Cerini