Matteo Bortone: non temo il giudizio del pubblico

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matteo bortone

Matteo Bortone, dal precedente album è cambiato più di qualcosa: c’è Ariel Tessier e Antonin-Tri Hoang manovra anche il sintetizzatore. Cosa hai aggiunto o tolto?Suonare con Guilhem, il batterista del primo disco, divenne complicato poiché si era trasferito a New York subito dopo la registrazione. Chiamai quindi Ariel Tessier, un batterista con una sonorità che ritengo unica, identificabile e soprattutto in linea con la musica dei Travelers. Nel nuovo album Antonin-Tri suona il sintetizzatore e il clarinetto, più il sax alto e il clarinetto basso; io anche il basso elettrico. Ho voluto integrare questi strumenti nella scrittura e nell’improvvisazione per aggiungere più timbri e colori al disco e per avere molte più soluzioni musicali.

Un album più «rock», più duro rispetto al precedente. E’ questa la via che vuoi seguire con i Travelers?
E’ sicuramente la via che ho intrapreso con il primo disco e con quest’ultimo; è difficile parlare al futuro in questo genere di cose in quanto il processo di ricerca e di scrittura può portare a qualsiasi direzione. Preferisco lasciare un margine di imprevedibilità, soprattutto nella composizione. Ad ogni modo, posso sicuramente dire che il rock è un background forte del mio passato musicale e che, in quanto tale, viene inevitabilmente a galla quando scrivo musica per i Travelers.

Tant’è che l’unica cover è dei Led Zeppelin. Perché proprio loro?
Il rock è un elemento quasi sempre presente nel suono della band e, nel caso dei Led Zeppelin, c’è un legame affettivo particolare in quanto si tratta di una delle formazioni che ho seguito di più; quando avevo sedici anni suonavo in una band hard rock e i brani erano quasi tutti loro e dei Deep Purple. In secondo luogo mi diverte molto adattare qualche reprise nel repertorio, provando a dare un taglio personale all’arrangiamento.

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Però, non rinunci a inserti che ricordano la classica contemporanea. Si tratta di influenze assorbite quando vivevi in Francia?
L’esperienza francese ha contribuito in maniera determinante a farmi conoscere musiche che non avevo mai sentito prima. Al conservatorio superiore di Parigi ho avuto modo di scrivere musica per diversi ensemble, partecipare a progetti in collaborazione con altri dipartimenti (musica elettronica, contemporanea, classe di danza) e analizzare le opere e gli spartiti di compositori classici e contemporanei come Messiaen, Ligeti, Romitelli. In un certo senso, tutte queste esperienze incidono nel processo di scrittura e credo che sia la capacità, in seguito, di sintetizzare il tutto, quello che definisce  una via compositiva particolare.

Hai sempre una capacità cinematografica nel raccontare la musica. Se avessi sceneggiato dei dialoghi per questo disco, cosa racconterebbero?
Il cinema è, senza dubbio, una delle mie fonti di ispirazione principali e se dovessi adattare cinematograficamente questo disco, credo diverrebbe la proiezione di un susseguirsi di immagini in movimento senza apparente relazione reciproca; pochi dialoghi, perché la parola ha un impatto troppo immediato e preferisco lasciare spazio all’interpretazione personale, che è poi ciò che conta quando si analizza un’opera d’arte. Il suono provoca in ciascuno di noi l’elaborazione di un immaginario. Mi piacciono i contrasti e le atmosfere variegate, i sogni e i viaggi lunghi, quelli di riflessione. Credo che il mio disco parli di tutto questo.

Il titolo – «Time Images» – cosa intende evocare?
Rappresenta un ulteriore riferimento alla mia passione per il cinema e alla polivalenza dei livelli di lettura di un’opera. Più nello specifico, il titolo rimanda ad un concetto enunciato dal filosofo francese Gilles Deleuze (l’image-temps) riguardo al cinema neorealista italiano e alla Nouvelle Vague francese: questo cinema fu innovativo, non più incentrato sul montaggio per creare un’immagine indiretta del tempo. Fu un cinema capace di creare una lacerazione tra il movimento e i personaggi, tra sonoro e visivo. Mi piace l’idea dell’approccio multisensoriale della musica e delle immagini, il tempo inteso come movimento, e penso che il concetto risponda appieno al contenuto musicale delle tracce.

C’è un tuo mentore spirituale dietro questo disco?
Non credo che in questo disco ce ne sia soltanto uno. Molti ascolti mi hanno influenzato come compositore e molti altri come strumentista; musicalmente ammiro molto Thomas Morgan, Charlie Haden, Drew Gress, contrabbassisti che hanno un suono identificabile e un fraseggio personale in qualsiasi contesto si trovino ad agire; mentre, per quanto riguarda la scrittura, mi piacciono molto John Hollenbeck, Guillermo Klein, Jim Black.

Se tu fossi un critico musicale o un musicologo, come definiresti la tua musica? In linea di massima non amo le definizioni, e poi mi è sempre difficile descrivere con parole la musica, figurarsi la mia! Se però dovessi fare uno sforzo, direi, come ho già lasciato intuire in precedenza, che si tratta di musica improvvisata ma dalle sonorità vicine al rock.

Te l’aspettavi, o almeno ci speravi, di vincere il premio Maletto del Top Jazz 2015?
Non me l’aspettavo, nella maniera più assoluta! La mia reazione è stata di enorme sorpresa: quasi non ci potevo credere.

Tra non molto, quindi, sarà il momento di ripartire: che cosa scegli, tra il rimboccarti le maniche o tirare un bel respiro?
Ho sicuramente voglia di rimboccarmi le maniche. Spero che questo premio mi aiuti a girare e a proporre di più la mia musica con i Travelers: il 2016 inizia già ad essere pieno di impegni, quindi credo che mi riposerò più in là.

E quali impegni sono scritti sulla tua agenda?
Innanzitutto i concerti con i Travelers: il disco è uscito a settembre ma lo presenteremo live in Italia, in Francia e forse Cina e Taiwan a maggio: inutile dire che non vedo l’ora. Poi, da quasi un anno, ho formato un nuovo trio con Enrico Zanisi e Stefano Tamborrino, abbiamo fatto qualche concerto e vorrei registrare l’anno prossimo, i brani sono quasi tutti pronti e rappresentano un universo musicale molto diverso da quello dei Travelers. Quasi sicuramente a febbraio andrò in Iran a sostituire Thomas Morgan nel trio di Giovanni Guidi per un paio di concerti. Inoltre continuo a suonare in diversi progetti cui tengo molto, sia qui in Italia sia in Francia: oltre al trio di Lanzoni, il nuovo quartetto di Roberto Gatto, il trio del chitarrista Stefano Carbonelli che pubblicherà il suo esordio a breve sempre per Auand, il sestetto europeo diretto dal sassofonista francese Julien Pontvianne e il trio di Christophe Imbs, un pianista di Strasburgo.

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Il Top Jazz è il giudizio della critica. Ora ti aspetta quello del pubblico: quale dei due temi di più?
Il giudizio del pubblico non è qualcosa che temo. Sono più che altro curioso di avere dei feedback da parte di chi ascolta; credo sia importante mettersi nei panni degli ascoltatori per capire determinati elementi che spesso ci possono sfuggire nella scrittura, come la ripetizione, la durata o l’ordine dei brani di un concerto, tutti elementi fondamentali soprattutto nelle esibizioni dal vivo.

Come sono nati i Travelers?
Casualmente, come spesso accade. I Travelers esistono ormai dal 2008. Francesco Diodati veniva spesso a Parigi a trovarmi e una volta, ho organizzato una jam session con Antonin e Guilhem, con i quali studiavo al conservatorio; ci siamo trovati molto bene  e così abbiamo deciso di continuare, anche se fino al 2011 ero molto preso dagli studi. Poi mi diplomai e iniziammo a suonare il repertorio che confluì nel primo disco, registrato nel 2012.

Qual è il pubblico dei Matteo Bortone Travelers?
Di solito è un pubblico molto giovane, ma dipende soprattutto da dove  andiamo a suonare; con i Travelers prediligo i club più underground e meno chic, in quanto più in linea con la musica che proponiamo.

Hai trent’anni e, secondo il comune sentire odierno, sei un giovane musicista. Un tempo non era così, anzi: i musicisti (e non solo quelli) erano già più che maturi. Tu, personalmente, pensi di essere un musicista maturo o ancora acerbo?
Ho iniziato abbastanza tardi nella musica quindi credo di avere ancora molto da imparare. Forse oggi, rispetto al passato, c’è una schiera di musicisti molto più ampia ed il livello è più alto: quindi non posso ancora sentirmi un musicista maturo e ho una gran voglia di moltiplicare le mie esperienze di musicista e compositore.

In base anche alla tua esperienza francese, oggi è difficile fare il musicista di professione? Hai mai pensato di affiancare un’altra attività a quella di musicista?
Come dicevo, oggi ci sono molti più musicisti rispetto al passato e molti meno spazi per suonare; una volta si suonava una o due settimane di fila nello stesso club mentre oggi tutto questo non esiste praticamente più. Quindi fare il musicista di professione è molto difficile ma non ho mai pensato di cercarmi un’altra attività al di fuori della musica; forse un giorno insegnerò musica ma si vedrà in futuro.

Alceste Ayroldi