Giovanni Guidi e Gianluca Petrella: «Ida Lupino»

Disco Italiano dell'anno 2016 nella Top Jazz, «Ida Lupino» con quattro generazioni a confronto. Giovanni Guidi e Gianluca Petrella allargano Soupstar a due ospiti speciali

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Gianluca Petrella e Giovanni Guidi
Gianluca Petrella e Giovanni Guidi

Giovanni Guidi, come nasce questo tuo nuovo progetto?
Nasce dalla volontà di fare un nuovo disco in duo con Gianluca Petrella. Però ci è sempre piaciuta l’idea di considerare il nostro duo un qualcosa di aperto, pronto a ospitare altri artisti con cui saremmo stati felici di suonare. Il primo musicista al quale abbiamo pensato è Gerard Cleaver, che fa parte anche del mio quintetto (con Thomas Morgan, Michael Blake e Gianluca). Poi Manfred Eicher ci ha proposto Louis Sclavis, che io e Gianluca amiamo molto e che è una delle figure storiche del jazz europeo; proposta che abbiamo subito ed entusiasticamente accettato. Questo disco nasce come un tipico progetto di studio e ha quell’imprinting che avevano i dischi che Eicher faceva una volta, con i quattro nomi posti sullo stesso livello. Abbiamo preferito suonare tutti i brani in trio o in quartetto e la maggior parte di essi è improvvisata. Ho visto Manfred particolarmente coinvolto in questo progetto perché l’improvvisazione lo ha spinto a essere un elemento fondamentale nella genesi del disco: con gli sguardi, con le parole, ci ha sempre guidato durante la registrazione. È un disco collettivo, a nome di tutti e quattro i musicisti: non sono io il leader. Suoniamo la canzone Per i morti di Reggio Emilia di Fausto Amodei, Ida Lupino di Carla Bley, un brano scritto da me e Gianluca, ovvero La terra, mentre tutti gli altri brani sono stati improvvisati in studio: non c’era niente di scritto.

Soffermiamoci sulla partecipazione di Louis Sclavis. Quanto ha inciso?
Ha inciso tantissimo, perché Louis ha una personalità enorme, direi decisiva in questo gruppo con clarinetto e trombone e senza contrabbasso.

Vediamo quindi consolidarsi il tuo connubio con ECM. Questa liaison ha cambiato la tua prospettiva musicale?
Da un lato sì e da un altro no. Sono arrivato in ECM proprio perché c’era una grande affinità, ma non rinnego assolutamente ciò che ho fatto in passato con altre case discografiche. È chiaro che sto affrontando una nuova visione della musica assieme a una persona che mette lo stesso impegno in tutti i dischi che produce. Per me è un onore poter collaborare con Manfred e poter cogliere qualsiasi stimolo che provenga da lui, così da farlo mio e progredire nel mio lavoro, nella mia crescita artistica.

A proposito di questa tua nuova percezione della musica, ritieni che sia questa la linea che vuoi seguire?
Sì, anche se questo disco è completamente diverso rispetto ai dischi in trio e rispetto a quelli che ho fatto con Enrico Rava, e sono convinto che sarà diverso anche dal prossimo. È un mondo molto vasto dove mi trovo a mio agio, anche nella musica che ascolto: da Lester Bowie ai trii di Keith Jarrett, da Paul Bley ai trii di Pat Metheny. Il mondo ECM è molto vasto, e io ho la fortuna di poter fare con loro parecchie cose.

Così come si fa sempre più robusta la tua collaborazione con Gianluca Petrella. Quali sono i punti che avete in comune?
Il più grande punto di contatto è quello di essere perfettamente consapevoli dei nostri difetti di esseri umani e, quindi, di tollerare le nostre reciproche mancanze. Quando si sta tanto tempo assieme bisogna cercare di capire l’altro. Ciò che è meraviglioso è il fatto di potermi sentire sempre libero, come se stessi suonando in solitudine, perché so che Gianluca c’è sempre.

Quest’ultimo lavoro sembra condurti verso scenari sempre più contemporanei. Ti senti musicalmente più vicino all’Europa o agli Stati Uniti?
Vivo la musica senza confini geografici. Non li vedo proprio.

C’è una – o più d’una – Musa ispiratrice in questo disco?
Ce ne sono due, ed è per questo che il titolo del disco è «Ida Lupino»: la prima è Paul Bley, che è morto qualche mese fa e l’altra è Carla Bley, che ha scritto il brano e che ha appena compiuto ottant’anni.

Si diceva dell’assenza del contrabbasso. Il ritmo si è asciugato per dare più spazio ai giochi armonici. È una scelta casuale?
Totalmente casuale, perché abbiamo pensato ai musicisti e non agli strumenti. Nella pratica ci siamo trovati in una situazione particolare che ho trovato molto stimolante, anche se non ho voluto sostituire il ruolo del basso con il pianoforte.

Però, in alcuni casi sei tu a fare da collante, a svolgere i compiti del contrabbasso.
Sì, è vero, ma li svolgo come li ho svolti anche in presenza del contrabbasso. Comunque, prima di incidere, non mi sono posto il problema di sostituire il contrabbasso.

La copertina dell’album Ida Lupino

Dal punto di vista musicale, «Ida Lupino» sembra un concept album. Era questo l’intento?
Non siamo partiti con questa idea, ma quando penso a un disco cerco sempre di dargli una forma compiuta e mi piace creare delle trame attraverso le quali l’ascoltatore può trovare una storia sempre diversa.

Se fosse una colonna sonora di un film, a tuo avviso quale trama, quale soggetto musicherebbe?
Le migrazioni. Questo è anche il tema più attuale e più drammatico della storia attuale: milioni di persone che fanno viaggi interminabili. In questo disco sento un po’ la loro storia: momenti di pace, di tristezza, di amarezza. Vorrei che fosse un omaggio a tutte queste persone che stanno compiendo questo immane viaggio e, spesso, non trovano neanche un’adeguata ospitalità.

Come descriveresti questo disco?
Come un disco fatto di disponibilità. Abbiamo quattro generazioni diverse a confronto, di tre diverse nazionalità e di diverso colore della pelle, che dimostrano che si può stare benissimo assieme e fare una musica molto libera. E questo è il senso, ciò che dobbiamo imparare dal jazz!

Che musica stai ascoltando di recente? Qualcosa che sta influenzando la tua vena compositiva?
Amo riascoltare Brad Mehldau, una delle mie passioni fin dall’infanzia, anche se è molto distante dalla mia musica. Non sempre gli ascolti influenzano la composizione. Sento molta musica al di fuori del jazz, come Flying Lotus. Quando invece ascolto Coltrane, Bill Evans, Miles, si tratta di un evento, perché li ascolto in religioso silenzio e sempre con tanta emozione.

Vorrei una tua riflessione sul sistema jazzistico italiano: non dal punto di vista musicale ma sociale, politico ed economico.
Penso che molti jazzisti stiano sbagliando a partecipare a certi progetti (ai quali anch’io ho preso parte) di tribute bands, roba che non ci porterà da nessuna parte. Anche perché si corre il rischio che il nuovo pubblico che si sta formando percepisca il jazz unicamente come quello delle tribute bands. Tutto ciò fa perdere importanza al lavoro di scrittura e di esecuzione di brani nuovi e personali: e il rischio che si corre è che il pubblico non riconosca la bontà di tale operato. La mia non è una critica ma una riflessione.
C’è inoltre la tendenza a voler trasformare il jazz in una cosa spensierata, da evento serale, da apericena; pratica che mette in difficoltà chi vuole far passare questa musica come una musica di formazione. L’esperienza del concerto deve lasciare qualcosa di tangibile, far porre delle domande. Dal punto di vista organizzativo, invece, ritengo che ci siano alcuni miei colleghi che stanno facendo delle cose eccezionali e ne approfitto per ringraziarli di cuore. Però c’è sempre il problema del pubblico: ho molti amici che ascoltano musiche di diverso genere ma che hanno il problema di accostarsi al jazz anche per il tipo di contesto, di contenitore culturale che il nostro mondo offre. Per esempio, nei concerti di musica elettronica vi è una cura del particolare che va dal palco all’ambiente circostante, mentre lo svolgimento dei concerti jazz è un po’ troppo obsoleto: spesso c’è l’assessore di turno che fa il suo discorsetto, poi gli sponsor, i fiori sul palco e così via. E tutto questo non ha alcun fascino sul pubblico giovane. Con ciò non voglio dire che gli aspetti estetici debbano prevalere sulla musica, ma l’ambiente jazzistico è ingessato e poco curato e non ha richiamo nei confronti dei giovani. Il jazz offre un’occasione unica: quella di far convivere il pubblico più attempato con un pubblico più giovane.

Cosa pensi che si possa fare?
Dovremmo ragionare sul fatto che i concerti jazz potrebbero tenersi nei luoghi già frequentati dai giovani. Non già attraverso operazioni commerciali e, quindi, suonando canzoni pop, ma spostandosi nei luoghi frequentati dai giovani. Quando mi è capitato di suonare in tali contesti ho verificato quale entusiasmo vi sia da parte dei giovani, anche quelli non abituati ad ascoltare jazz.
Poi c’è il malcostume imperante dei musicisti-direttori artistici che suonano più volte nel loro stesso piccolo festival e lasciano suonare altri direttori artistici, per merce di scambio. E questo crea un grande intreccio che blocca una serie di meccanismi che meriterebbero invece maggiore fluidità. Penso che una maggiore conoscenza del jazz da parte di tutti – che siano musicisti, impresari, amministrazioni, direttori artistici – gioverebbe al sistema. Solo così si può amare questa musica, ovvero conoscendola. E vorrei citare anche la brutta abitudine di molti studenti di jazz, che non frequentano mai i concerti. Qualche tempo fa, io e Gianluca abbiamo suonato al conservatorio di Mantova e, tra il pubblico, c’era un solo studente del conservatorio. È un comportamento che non trovo edificante.

Cosa è scritto nell’agenda di Giovanni Guidi?
A gennaio 2017 inciderò il mio nuovo disco, che sarà in quintetto o in sestetto; e posso già dire che la ritmica sarà quella del mio trio stabile ma che gli altri nomi sono ancora un mistero. E intendo portare avanti tutti i progetti che ho in corso.

Giovanni Guidi, Gianluca Petrella, Gerald Cleaver e Louis Sclavis
I quattro di Ida Lupino. Da sinistra: Giovanni Guidi, Gianluca Petrella, Gerald Cleaver e Louis Sclavis

Gianluca Petrella, chi è il tuo punto di riferimento musicale?
Non c’è un personaggio che mi stia a cuore più di altri. Di sicuro Sun Ra, Ornette Coleman, alcuni artisti della scena di Detroit che si occupano di elettronica e Sylvano Bussotti, che continuo sempre ad ascoltare. Non sono onnivoro: sento solo un po’ di cose che mi piacciono ma poi basta.

E nella tua vita?
Senz’altro i miei figli, i miei due gemelli di nove anni. E io lo sono per loro.

Facciamo un gioco: l’elettronica sta al jazz contemporaneo, come X sta al jazz del passato.
Bel giochino! Direi che l’elettronica sta al jazz contemporaneo come Ornette Coleman sta al jazz del passato. Perché con il suo ingresso nel mondo del jazz, Ornette ha stravolto tutti i canoni e le strutture del passato, anche se è stato a lungo criticato. In verità non è l’unico ad aver compiuto uno stravolgimento: anche Charlie Parker ha costituito un punto di svolta.

TuboLibre e Cosmic Band: differenze e similitudini.
La Cosmic è più d’impatto, più basata sul groove, sul ritmo; mentre TuboLibre è più riflessiva, molto più blues. Nei suoni non c’è molta differenza, se non che i TuboLibre sono più acustici. La somiglianza sta forse nell’impatto sonoro: entrambi sono dirompenti, anche perché è una mia caratteristica badare molto al suono. Per i concerti faccio anche specifiche richieste sull’impianto, che deve avere determinate specifiche.

Hai iniziato anche a mescolare espressioni artistiche differenti, in particolare improvvisando con una danzatrice. È un progetto che avrà un futuro?
Sì, e lo spero vivamente. Sto spalmando il mio lavoro sulle varie arti: la danza, il teatro. Poco tempo fa ho collaborato con Michele Cassetta, che è un medico e docente universitario: una conferenza-spettacolo sulla comunicazione dove io suono il trombone con l’ausilio dell’elettronica. Il jazz, al momento, costituisce una piccola parte di quello che sto facendo. Mi piacerebbe essere definito musicista tout-court e non essere etichettato come jazzista e basta. Provengo dal jazz ed è la mia cultura musicale di base, ma non mi fermo solo a quello.

Cosa c’è scritto nell’agenda di Gianluca Petrella?
Sto preparando con Paolo Fresu le musiche per uno spettacolo teatrale di Marco Baliani e Lella Costa. Poi, come conseguenza del disco uscito con L’Espresso è nato un nuovo trio con Michele Papadia e Stefano Tamborrino, che mi sta prendendo molto. Anche questo gruppo, tra ottobre e novembre, entrerà in studio per registrare. Il mio obiettivo è lavorare con la musica.

E nel diario segreto, quello dei desideri?
Avere uno studio tutto mio con macchinari seri! Possiedo uno studio personale, ma con macchinari «quasi» seri e devo sempre rivolgermi all’esterno per le faccende più importanti.

Alceste Ayroldi