Cecilia Sanchietti: la terza via

di Alceste Ayroldi (foto di Roberto Scorta)

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Cecilia Sanchietti (foto di Roberto Scorta)
Cecilia Sanchietti (foto di Roberto Scorta)

Al secondo album da leader, la batterista romana Cecilia Sanchietti si mette in evidenza come una delle rivelazioni più interessanti degli ultimi tempi.

Cecilia, iniziamo dal titolo: c’è sempre un terzo lato della medaglia?
Direi proprio di no. Il terzo lato della medaglia è un’alternativa, una strada che esiste solo se la crei personalmente, altrimenti non c’è. E’ l’illusione di una nuova possibilità, e la stessa illusione la trasforma poi in realtà. Nasce nel momento in cui ti accorgi che le opportunità, gli strumenti, i canali presenti non ti rappresentano e quindi è testa o croce, o ti pieghi a qualcosa che non ti rispecchia o molli, oppure inventi una nuova via tutta tua, molto difficile e anche molto bella. Il terzo lato della medaglia.

Comunque non ha nulla a che vedere con il concetto della «terza via» inteso in senso politico. Giusto?
Assolutamente no, sapevo del suo significato politico e mi sono documentata per evitare fraintendimenti. La mia terza via è una strada che ha come elemento fondamentale quello del coraggio. In realtà nella scelta del nome mi sono ispirata ad un testo scritto dal poeta e cantautore Enzo Samaritani, conosciuto di persona due anni fa. Un’opera intitolata Un cuore di carta velina. Opera sinfonica della terza via che vuol essere un incitamento a operare sempre scelte difficili ma vere, rappresentative e di qualità, a non piegarsi alle soluzioni modaiole ma essere sempre un’alternativa. Già riflettevo molto su quell’aspetto e incontrare Enzo è stato illuminante, perché lui ha messo l’ultimo tassello al mio pensiero e mi ha suggerito il titolo.

Nelle note di copertina fai riferimento al tema del coraggio come protagonista del tuo album.
Il coraggio, almeno in questo momento della mia vita, è un tema cui tengo in modo particolare. Ne serve tanto, sia nell’aspetto professionale sia personale, e purtroppo poche persone riescono a tirarlo fuori. Si preferisce sopravvivere, accontentarsi, non approfondire ma galleggiare. Come scrivo nelle note di copertina, per me è fondamentale il coraggio della qualità, della verità, il coraggio di scegliere e in modo non superficiale, il coraggio di guardarsi dentro e tirar fuori quello che realmente si è. Il coraggio di essere veramente se stessi, di costruire la propria strada quando le altre non ti rappresentano. Il coraggio di immaginare; il coraggio di non scendere a compromessi con i propri valori. E il coraggio di essere oggi nel jazz, in Italia, una musicista, batterista, leader, compositrice.

In un periodo nel quale pullulano i dischi, perché hai voluto attendere tre anni prima del tuo secondo lavoro?
Non è stato un intervallo studiato a tavolino. Ho concepito il secondo album nel momento in cui ho sentito l’esigenza di dire, di raccontare qualcosa. Nell’istante in cui il desiderio di esprimere la mia arte si è fatto sentire più forte, così come il momento creativo. Non credo sia possibile (almeno per me) programmare il momento di fare un disco: la musica spesso segue gli eventi della vita perché gli dà voce ed è per questo imprevedibile. Se mi imponessi di fare un disco senza sentirne spontaneamente il bisogno ci rimetterebbe la stessa musica, che non sarebbe fluida e spontanea e di conseguenza non arriverebbe al pubblico in modo sincero. Sarebbe un album costruito, mentre io di costruito ho davvero ben poco.

Cecilia Sanchietti
Cecilia Sanchietti

Sei anche l’autrice di tutti i brani. In quale arco temporale si sono sviluppate le composizioni?
Il primo brano (che è quello di apertura del disco) l’ho composto verso la metà del 2016, gli altri sono arrivati tra la fine dello stesso anno e il 2017. In realtà li ho scritti tutti in modo abbastanza ravvicinato. Non era un momento positivo e ho riversato nella mia musica tutto ciò che provavo. Ho sempre creduto anche nel valore della sofferenza e quindi ho cercato di darle un senso, impiegandola e trasformandola da dolore in creatività. Questo mi ha aiutato molto e mi ha fatto rinascere.

Nonostante tu citi Philly Joe Jones all’inizio delle note di copertina, il sound del tuo disco sembra avere più una matrice europea. Quali sono le tue fonti di ispirazione?
Il mio percorso nel jazz è passato attraverso due momenti fondamentali, con relativi riferimenti artistici e fonti di ispirazione. Il primo – durato diversi anni – molto vicino al jazz tradizionale, alle origini, allo swing e poi al bop. Philly Joe Jones era per me un grande riferimento: il suo suono, il suo tocco raffinato e allo stesso tempo portante e ricco di swing mi hanno insegnato molto. Poi mi ha appassionato Max Roach con la sua capacità interpretativa della batteria, sulla quale creava fraseggi come su strumento melodico. Ma adoravo e ascoltavo Bill Evans, Oscar Peterson, Sonny Rollins, Lester Young, Miles Davis. Nel jazz mi sono sempre piaciuti i musicisti ricchi di melodia e, per questo, molto comunicativi e «accessibili» a tutti. Il secondo periodo, iniziato circa cinque anni fa, è molto vicino al jazz nord-europeo ed è adesso la mia principale fonte di ispirazione. Il tipico suono ECM, artisti svedesi, norvegesi, dagli E.S.T. a Ketil Bjørnstad (che ho ascoltato molto prima di quest’ultimo album, e al quale mi sono ispirata in alcuni brani), Jan Garbarek, Jon Christensen, il britannico Andy Sheppard… Ma anche una parte del percorso di Keith Jarrett, oltre che di Brad Mehldau con Jeff Ballard. Un suono moderno e ancora (forse è qui il legame con il periodo precedente) per molti versi melodico, riflessivo, comunicativo. Un jazz, insomma, che incontra altri stili. Una mia sfumatura particolare è l’amore verso le sonorità cosiddette etniche, Afro (per quanto vago possa essere questo termine) e per le loro contaminazioni con il jazz moderno.

Tre sono i brani che vedono altre firme: Hang Gliding di Maria Schneider, Innocence di Jarrett e Emerging Lands di Pierpaolo Principato. Principato a parte, che fa parte del tuo gruppo, perché hai scelto la Schneider e Jarrett?
Jarrett per i motivi di cui sopra: è uno degli artisti che ascolto maggiormente, ancor più nella formazione con cui registrò Innocence e che includeva miei musicisti di riferimento (Christensen, Garbarek). Inoltre mi piaceva dedicare il brano al coraggio di continuare a immaginare e, in qualche modo, a giocare come i bambini. Ho scelto Hang Gliding perché volevo rendere un omaggio a una donna che compone e al coraggio che serve per esserlo. E Maria Schneider è un simbolo di tutto questo, come donna, direttrice d’orchestra e autrice dei propri brani. Inoltre Hang Gliding mi è subito piaciuto moltissimo per la sua dinamica moderatamente e delicatamente in crescendo mentre l’apertura centrale è molto decisa e ritmica. Anche qui l’immagine di planare con il parapendio mi è sembrata adatta allo spirito del mio disco. Emerging Lands, poi, è uno dei brani che più adoro. Ho chiesto io a Pierpaolo di scriverlo sia perchè mi faceva piacere includere il suo talento d’autore sia perché mancava un tassello al messaggio che volevo mandare: un brano che parlasse del coraggio di guardarsi dentro e tirar fuori qualcosa di nuovo da sé stessi, qualcosa che nuovo non è ma che andava semplicemente scoperto e fatto emergere, appunto Emerging Lands. E Pierpaolo è riuscito a rappresentare alla perfezione ciò che avevo in mente.

Quindi possiamo parlare di un concept-album?
Certo che sì, era nel mio intento. Credo molto nella musica come veicolo per trasmettere un messaggio, un’idea, raccontare una storia, arrivando così al pubblico (che ha sempre la priorità). Comporre con un pensiero di base è il modo che preferisco. Partire da un messaggio e renderlo musica.

Cecilia Sanchietti «la terza via»
Cecilia Sanchietti «la terza via»

C’è un messaggio che si riferisce alla situazione socio-politica che stiamo vivendo?
Indirettamente sì, sotto diversi aspetti. In questo momento molto delicato credo ci sia un enorme problema di consapevolezza collettiva e una forte volontà di sfruttare la superficialità di pensiero. C’è poco interesse nel voler capire, informarsi, andare a fondo. C’è anche il timore di esporsi, c’è poco coraggio – soprattutto da parte degli artisti – nel prendere posizione contro l’aggressività politica che stiamo vivendo. Si preferisce non dire e non denunciare per paura di perdere occasioni di lavoro. Io ritengo invece che sia il momento di dare un messaggio forte, per la tolleranza, l’integrazione, l’accoglienza, la non violenza. Nell’album c’è un brano dedicato ad Asia, combattente curda contro l’Isis e morta in combattimento nel 2016, che richiama la campagna contro tutte le guerre di Amnesty International: «Not In My Name». Il mio è un messaggio chiaro contro la tendenza, molto comune oggi, a voler trovare sempre un nemico, che invece serve solo ad affermare il proprio ego. Per me è esattamente il contrario: solo l’accoglienza della diversità, la comprensione delle difficoltà altrui possono far ritrovare noi stessi.

Parliamo adesso del tuo quartetto. Era una squadra già collaudata?
Con Marco e Pierpaolo suoniamo assieme dalla fine del 2016 sempre con lo stesso progetto, diventato poi il disco nel 2018. Marco lo conoscevo già da prima, Pierpaolo l’ho cercato espressamente per il nuovo disco. Volevo dei musicisti non esclusivamente jazz ma che avessero esperienze anche in altri stili, che fossero versatili e in possesso di una concezione «melodica» ed espressiva del jazz. Umanamente cercavo dei colleghi che (sembra strano dirlo) avessero un atteggiamento paritario nei confronti delle donne nel jazz, soprattutto in ruoli di leadership, musicisti con cui sentirmi «alla pari» e a mio agio. Nelle mie esperienze ho incontrato molti musicisti che avevano difficoltà da questo punto di vista, spesso inconsciamente: però succedeva e tutto questo non mi aiutava nella crescita professionale e personale, anzi minava molto la mia sicurezza. Con loro riesco ad esprimermi spontaneamente e in libertà. Devo molto a entrambi: hanno dato tanto al progetto soprattutto nella parte iniziale, e alcuni arrangiamenti li abbiamo costruiti assieme. Pierpaolo ha messo a disposizione tutte le sue competenze non solo di pianista e Marco tutta la sua incredibile esperienza. Per me è stato importante sentirli così impegnati nella costruzione del disco, e credo che la nostra musica, lo faccia trasparire in modo evidente.

Come ospite c’è Nicolas Kummert. Come vi siete conosciuti e perché hai pensato a lui?
Prima di registrare ho passato molto tempo alla ricerca di un ospite. Volevo un musicista internazionale per continuare a costruire una rete oltre l’Italia. Ho fatto girare alcune bozze dei brani in diversi Paesi, per capire dove fosse il terreno più fertile. Ho avuto risposte interessanti dagli Stati Uniti e dal Belgio. Così ho chiesto ad alcuni amici di questi Paesi informazioni su possibili sassofonisti. Nicolas Kummert mi ha colpito subito per il suo suono morbido, pulito e non invadente, ma anche per il suo estro. Avevo sentito delle registrazioni in cui, oltre a suonare, cantava e improvvisava vocalmente, più il suo disco con Lionel Loueke che ha anche sonorità Afro. La sua musica, il suo suono e il suo spirito mi hanno incuriosito molto dandomi l’immagine di una persona curiosa, sperimentatrice, dalla mente aperta, vicina al mio modo di vivere la musica e il jazz. E avevo indovinato. Sono molto felice di aver scelto lui, che si è inserito alla perfezione pur essendoci incontrati in sala prove soltanto due giorni prima della registrazione. Nicolas ha confermato di essere un ottimo musicista e anche una persona gentile e divertente.

In un sistema piuttosto androcentrico come quello jazzistico, è difficile far digerire una donna batterista e compositrice? Sembra una domanda scontata ma va fatta.
Sì. E purtroppo mi spiace dare sempre questa risposta, soprattutto riguardo la batteria. Vorrei tanto che non fosse così, per me e per tutte le altre donne che continuano a provarci, ma la realtà è evidente. Le poche batteriste nel jazz ne sono la dimostrazione e non (come molti sostengono) l’evidenza che alle donne non piaccia la batteria o addirittura che non sia uno strumento a loro adatto. Diciamo che sopravvivono in poche, o che le condizioni non favorevoli impediscono al desiderio di nascere. Per me il percorso è stato molto difficile e lungo, soprattutto fino al primo album. I problemi principali che ho avvertito sulla mia pelle? L’atteggiamento pregiudiziale maschile, presente anche se non in modo evidente ed esplicito e, per questo, poco percepito e quindi affrontato, spesso negato addirittura. Fa parte dell’ambiente stesso, è serpeggiante, è fattore di scelta o di non scelta nella creazione di gruppi, è fonte di diffidenza sottile, come a voler dire: «Se non ce ne sono molte un motivo ci sarà, per cui meglio chiamare un uomo». Certo, quando si parla di quest’argomento nessuno risponde: «Sì, in effetti io non chiamerei mai una donna alla batteria» o: «Non ti chiamo perché sei donna», ma nei fatti accade. Così diventa difficile affrontare il problema, che esiste ma non è esplicitamente dichiarato. Tutto ciò complica e rallenta molto il processo di crescita professionale. Il jazz è il genere che più di tutti si impara suonando con gli altri, l’interplay, il feeling li puoi capire solo sul palco e suonando con musicisti diversi e di vario livello. Non li troverai sui libri o chiusa in un box. Le minori possibilità che le donne hanno di crescere suonando con gli altri limitano il loro miglioramento. La complessità e la difficoltà del percorso fa sì che molte donne lascino nel corso degli anni o che non migliorino, aumentando di conseguenza le loro frustrazioni. Per superare questo muro, fin dall’inizio io mi sono preparata formando gruppi, trovando serate, montando repertori, trasformandomi in organizzatrice e gestendo programmazioni di locali, così da potermi esibire e migliorare. Ma non è detto che tutte siano forti, spesso la fragilità vince sul lato artistico e questo non è giusto: soprattutto porta ad una perdita di talenti. Da ultimo, poi, quando ti esibisci sai che ci si aspetta da te molto di più, moltissimo, non si ammettono errori, devi giustificare di essere una donna alla batteria e dimostrare di avere diritto a stare in quel ruolo che molti vedono non tuo, mostrando di saper suonare meglio di molti altri uomini (anche se per me ognuno «suona sé stesso», non meglio o peggio di un altro). Devi in qualche modo dare delle motivazioni per poter ottenere, alla fine, l’approvazione e il consenso maschile e in generale degli esperti del settore, anche loro molto restii ad aprirti le porte di festival e rassegne. Garantisco che suonare con questo riflettore sempre puntato e questo peso non è facile. Soprattutto nei primi anni per me è stato molto complicato, e venirne fuori affrontando a mia volta le inevitabili insicurezze ha richiesto un lavoro personale profondo. Questo fardello è, purtroppo, passato alle nuove generazioni. Ho molte allieve donne, e soprattutto le più giovani provano vergogna a esibirsi perché si rendono conto di essere «tra le poche» e, invece di sentirsi speciali, si inibiscono. Il ruolo di leader, inoltre, rende le cose ancor più complicate. Servono molta forza e capacità di gestione di gruppo, mediazione, incisività. Ma capita spesso che molte donne leader, per farsi rispettare, si trovino a dover tirar fuori il loro aspetto più «duro», quasi maschile, direttivo, nascondendo la parte più femminile per timore che venga scambiata per debolezza e fragilità. Sulla composizione ho avuto meno difficoltà, molte compositrici donne si sono ormai affermate da tempo e questo ha facilitato il lavoro di noialtre.

Com’è nato il tuo rapporto affettivo col jazz? Chi ti ha iniziato a questa musica?
Il mio è stato un percorso molto particolare. Appena ho iniziato a suonare la batteria, da adolescente, ho avuto subito l’occasione di fare del jazz in vari laboratori, uno addirittura condotto dall’ottimo Elvio Ghigliordini. Mi ricordo che mi chiamavano perché nessun batterista voleva suonare jazz e dicevano che io avessi swing e fossi portata per la bossa nova. A dir la verità io all’epoca non avevo la minima idea di cosa stessi facendo! Ma andava bene, mi piaceva e mi divertivo molto. Poi ho suonato moltissimo altri generi musicali. Ascoltavo però di soppiatto mio fratello minore, chitarrista, che amava Pat Metheny e lo ascoltava tutto il giorno chiuso nella sua stanza. Ho ancora tutti i suoi dischi, che mi sono fatta regalare. Ascoltavo molto Sting, che non è un jazzista vero e proprio ma di jazz ha parecchio. Il jazz l’ho ritrovato da adulta, e il nuovo incontro ha coinciso con il mio passaggio al professionismo. È incredibile, col senno di poi. La mia decisione di essere musicista è legata proprio alla scelta del jazz e alle occasioni professionali che mi arrivavano e che non potevo rifiutare. Devo molto a Giorgio Cuscito, che tanti anni fa mi ha letteralmente buttata sul palco: suonavamo insieme in un suo progetto e c’erano anche Francesca Tandoi e Caterina Palazzi. È iniziato tutto da lì. Ho suonato tantissimo Swing con lui e molti altri, jazz tradizionale, repertorio di big band. Per anni ho suonato solo quello. Poi è arrivata la tappa importantissima dell’Orchestra del 41° Parallelo diretta da Stefano Scatozza che, seppure non prettamente jazz, ha alimentato l’altra mia passione, le sonorità etniche e le sue contaminazioni. Diciamo quindi che tutti coloro con cui ho suonato mi hanno condotto su questa strada e fatto scoprire i mille volti del jazz.

E il tuo background artistico-culturale?
Segue le orme di quanto ho detto finora. Nel jazz non sono una purista, anzi ho attraversato molti generi. Ho collaborato con artisti di provenienze e stili diversi, passando dal pop alla musica d’autore, al funky, al teatro e al jazz, e oggi posso dire di sentirne tutta l’utilità. Da Carmen Consoli e Fabio Abate, all’orchestra di Scatozza con collaborazioni autorevoli quali Rita Marcotulli, Javier Girotto, Andrea Satta, Lucilla Galeazzi eccetera fino agli spettacoli con Marco Rea e Mariangela Aruanno e tante altre opportunità di lavoro, sono stati tutti tasselli fondamentali della mia crescita.

Chi è il tuo mentore «spirituale», quello che ritieni essere il tuo punto di riferimento artistico?
Non ho un mentore o non ne ho uno soltanto. Sono molti gli artisti che adoro e ai quali mi ispiro. Il jazz nord-europeo è un importante punto di riferimento, ma i «tradizionali» restano dei pilastri fondamentali. I miei riferimenti sono i batteristi versatili, capaci di adattarsi a vari stili pur mantenendo la loro personalità, primi tra tutti Steve Gadd e Stewart Copeland. Se parliamo invece di chi per me lo è stato nella realtà, di certo Emanuele Smimmo, uno dei miei primi insegnanti, perché mi ha sempre sostenuto dal punto di vista tecnico e umano, spronandomi nei momenti più difficili. Con lui ho capito cosa voglia dire essere un vero didatta.

I tre batteristi che per te hanno cambiato il corso dello strumento?
Non è facile! Direi Steve Gadd per le sue capacità di adattarsi a qualunque genere mantenendo eleganza e groove, e anche per saper gestire le dinamiche dal pianissimo al fortissimo (cosa molto difficile per un batterista); Buddy Rich grazie alla sua grande tecnica e, al contempo, musicalità (oltre alla centralità data al ruolo del batterista); Stewart Copeland per la sua eleganza e gusto nella scelta di fills, dettagli e accenti mischiando stili diversi, rock, reggae eccetera. Ma come faccio a non citare, per quanto mi riguarda, Jeff Porcaro e Art Blakey?

Il tuo vissuto non è solo artistico. Hai avuto anche delle importanti esperienze nell’ambito della cooperazione internazionale. Ce ne vorresti parlare?
È un aspetto della mia vita cui tengo molto. Ho lavorato tanti anni, prima di diventare una musicista professionista, nell’ambito della cooperazione internazionale, educazione alla pace e alla mondialità, intercultura. Ma anche, in ambito educativo, sulla prevenzione e cura del disagio nelle periferie di Roma con adolescenti e preadolescenti. Ho avuto esperienze all’estero: Congo, Ruanda, Senegal, Kosovo, Chiapas, Albania. Ho partecipato ad esperienze di solidarietà internazionale accompagnando volontari nei Paesi in via di sviluppo e aperto una mia associazione di promozione sociale con cui ho realizzato attività in ambito interculturale e gemellaggi in Italia e all’estero. Lavoravo e contemporaneamente suonavo, fino a quando le due cose sono diventate inconciliabili e in qualche modo è stata la mia vita a scegliere. L’ultima attività l’ho realizzata nel 2012 con un gemellaggio tra musicisti di Roma e ragazzi di un villaggio della comunità di Gatenga in Ruanda. Sono stata lì un mese costruendo un bel rapporto con la comunità locale. Il mio primo disco era interamente dedicato a questo passaggio importante, una specie di saluto e ringraziamento alla mia «vita precedente». Con la mia musica cerco sempre di dare messaggi che ci ricordino che non siamo soli, che non siamo il centro del mondo e che la vita di tutti noi è strettamente correlata con quello che succede dall’altra parte del pianeta. Tutto il mio passato è stato per me un percorso fondamentale e profondo, che mi rispecchia molto e a cui devo tanto. Le persone incontrate, le loro storie, la fiducia che hanno riposto in me, l’impegno con cui lavoravo sui progetti, mi hanno formata e mi hanno dato contenuti di cui parlare attraverso la musica. Mi hanno fornito anche un punto di vista importante ed oggettivo sui valori, sulle priorità e su cosa ognuno di noi può e deve fare. Ma sono sicura che prima o poi le due Cecilia si incontreranno nuovamente.

Il tuo principale difetto e la tua principale qualità.
Difetto: il pensare di poter fare tutto da sola. Qualità: l’empatia, il sapermi mettere nei panni degli altri.

Cosa non può mancare nella casa di Cecilia Sanchietti?
Le foto dei miei nipoti, un vaso con le bacchette spezzate, spartiti musicali, una tastiera (se non si può avere il pianoforte), una grande finestra sulla strada senza nulla di fronte…

Cosa è scritto nell’agenda di Cecilia Sanchietti?
Continuare il tour del disco, magari con nuovi ospiti; portarlo all’estero (sto lavorando per presentarlo negli USA e in Nord Europa dopo averlo già portato in Belgio); riuscire ad accedere alle rassegne e ai festival più autorevoli d’Italia, luoghi spesso purtroppo inaccessibili e non già per questioni di merito.

Alceste Ayroldi

[da Musica Jazz, novembre 2018]