Claudio Filippini ed Enrico Zanisi

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Musica Jazz ha incontrato Claudio Filippini ed Enrico Zanisi in occasione del loro doppio concerto, entrambi con il proprio trio, all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Una conversazione semiseria con due tra i giovani pianisti più interessanti del momento, tra il sogno di un tour con i Chemical Brothers e quello di un disco in piano solo.

 MJ: Stasera sarete sullo stesso palco con le vostre formazioni al completo. Come vi siete preparati a questo concerto così particolare?

CF: Sì, sarà una serata un po’ sui generis, perché non capita tutti i giorni di vedere due formazioni in trio che suonano contemporaneamente sullo stesso palco. Come ci siamo preparati, Enrico?

EZ: Direi che non ci siamo preparati affatto.

CF: Anche perché è difficile trovare una sala prove con due pianoforti a coda, mica per altro.

MJ: Suonare insieme sicuramente amplifica le attitudini di ognuno, ma anche le resistenze. Vedremo un po’ di sana competizione, stasera?

CF: Non parlerei proprio di competizione, anche se ovviamente cercherò di rubare tutto quello che posso da Enrico. Scherzi a parte, vedo questo concerto più come una vetrina, un’occasione per “giocare” un po’ con i nostri diversi stili pianistici. Ma non parlerei di competizione, è un concetto che in musica per me non esiste.

EZ: Per me è un esperimento, anche perché con Claudio ci conosciamo da diverso tempo e questa ci sembra un’occasione per provare qualcosa di nuovo che, peraltro, è difficile vedere abitualmente. Capita spesso di vedere due pianisti insieme, ma raramente di assistere a un’esibizione in cui vengono accompagnati dalle rispettive formazioni.

MJ: Riuscireste a descrivere in tre aggettivi cosa apprezzate più l’uno dell’altro?

CF.: Tre sono tanti! Vediamo… Innanzitutto la vena compositiva di Enrico e il modo in cui organizza la musica del suo trio, che non è cosa facile né scontata. Poi scrive delle bellissime melodie. Ultimamente nel jazz mi capita di ascoltare troppo tecnicismo: senti un tema che dura un’ora e alla fine non riesci a ricordarti nemmeno come fa. Con Enrico non succede mai, le sue melodie ti restano in testa. La terza cosa? Il suo suono. Mi piace molto, ascoltandolo si sente che ha studiato molta classica, cosa che ti consente di spaziare moltissimo. La tecnica uno deve averla e non usarla, e non il contrario, come troppe volte accade.

EZ: Di Claudio mi piace l’approccio totalmente poliedrico che ha verso il pianoforte e, più in generale, verso gli strumenti a tastiera. Il suo modo di suonare mi affascina molto, riesce a spaziare in mondi per me ancora inesplorati. La terza è che è un bel ragazzo, quindi stasera sarà un piacere, oltre che suonare con lui, averlo di fronte.

MJ: Come vivete i momenti prima di ogni concerto. Avete qualche rituale scaramantico? Un santino di Bill Evans nel portafogli?

CF: Io non ho riti particolari, né oggetti-feticcio, anche perché sono famoso per perdere qualsiasi cosa. Ogni concerto è diverso dall’altro. Una sera sei in club minuscolo con dieci persone in sala e non ti aspetti granché, invece poi fai il concerto più bello della tua vita. Viceversa, in una situazione diversa può avvenire l’esatto opposto. Quindi ho deciso di non avere più aspettative e di non prepararmi più niente. E il mio consiglio per tutti è: non preparatevi. Mai.

EZ: Per me è diverso. Sono un tipo un po’ ansioso, quindi, in realtà ho bisogno di pianificare la scaletta e farmi un’idea di quello che voglio suonare, anche se poi le variabili che incidono sull’esito di un concerto sono moltissime: dal pubblico al tuo stato d’animo in quel momento.

MJ: John Donne ha scritto: “Ogni morte di un uomo mi diminuisce, perché io partecipo all’umanità. Per cui non chiedere mai per chi suona la campana: essa suona per te”. Questa frase sembra particolarmente vera quando a lasciarci sono degli artisti che hanno impresso un segno con la loro musica.  Siete d’accordo?

EZ: È senz’altro così, ognuno di noi ha degli artisti a cui è più legato. Ricordo ancora il Natale del 2007, quando è scomparso Oscar Peterson; ne rimasi sinceramente colpito, avevo iniziato da poco a fare jazz e amavo molto la sua musica. Però credo anche che a soffrire di più l’assenza di un grande artista, più che noi musicisti, sia il pubblico. Spesso si dimentica quanto il pubblico sia fondamentale nella musica, anche nella riuscita stessa di un concerto dal vivo.

CF: La figura del musicista è quanto di più vicino a Dio ci possa essere. Fare musica ti dà un grande privilegio: quello di renderti immortale. Per cui sì, certo, mi dispiace che Mozart sia scomparso, ma sono felice – per lui e per noi – che la sua musica sia arrivata fino ad oggi e che sia ancora possibile ascoltarla.

MJ: Musicisti rock o pop con cui vi piacerebbe suonare?

EZ: Posso sognare? Sting. Anche i Dream Theater vanno bene.

CF: Io forse mi vedo di più in qualche tour con i Prodigy o i Chemical Brothers. Purché sia qualcosa di enorme, un mega tour di quelli americani dove la tua vita è pianificata fin nei minimi dettagli.

MJ: Musicalmente siete due pianisti piuttosto diversi, ma avete in comune una certa predilezione per la forma del trio.

CF: Sebbene gli abbia “messo le corna” più di una volta, sono dieci anni che suono con il mio trio. Con loro ho trovato la mia dimensionee suonare insieme, dopo tutti questi anni, non smette di divertirci. Infatti è proprio da una delle nostre lunghe session che è nato «Squaring The Circle», il mio prossimo album che uscirà il 30 giugno per la Cam Jazz. Ci siamo ritrovati in studio suonando i nostri standard preferiti e ci è piaciuto talmente tanto che non abbiamo avuto cuore di lasciare questi brani in un cassetto.

EZ: Ho amato fin da subito il trio, perché è una formazione che mi permette di ritrovare quella situazione cameristica nella quale mi trovo sempre molto a mio agio, essendo la musica classica il mondo da cui provengo. Non è impegnativa come un solo ma non è nemmeno troppo grande, per cui ti consente uno scambio ideale con gli altri componenti.

MJ: E invece quanto dovremo attendere per un disco in piano solo?  Per ogni pianista è un traguardo, ma anche una sfida.

CF: Ho avuto poche occasioni di fare dei concerti in piano solo, e quello di un album è un desiderio che vorrei realizzare al momento giusto.

L’idea mi piace molto, perché quando sei solo su un palco hai tutta la libertà di questo mondo. Ma la troppa libertà a volte può anche bloccarti.

EZ: Credo che un musicista dovrebbe aspettare 40 anni per una cosa del genere. Per come lo intendo io è soprattutto una sfida, proprio in virtù della sua difficoltà. Quando mi capita di farlo dal vivo è sempre molto impegnativo: ho bisogno della massima concentrazione. Ma forse – e dico forse perché molto dipende dal tuo stato d’animo – il momento più bello per un pianista: sei completamente a nudo, tu e il tuo strumento sul palco, con l’opportunità di esprimerti al massimo delle tue possibilità. Emotivamente è un’esperienza molto forte.

Lucilla Chiodi