Trentesima edizione di Umbria Jazz Winter: seconda parte

Il trentesimo genetliaco del festival che si tiene a Orvieto ha offerto musica di grande qualità, con belle sorprese. Qui di seguito la seconda e ultima parte del nostro resoconto.

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Umbria Jazz Winter 30
Orvieto, 28 dicembre 2023 – 1 gennaio 2024
Seconda Parte

La giornata di sabato 30 dicembre si apre con il sorriso contagioso di Cecile McLorin Salvant chiamata all’ingrato compito (come sottolineato anche da Ashley Kahn) di sedere sulla sedia che scotta del Blindfold Test. Il test alla cieca è condotto dal ben noto critico musicale Ashley Kahn con la collaborazione di Enzo Capua, che è ben di più del semplice presentatore e traduttore. D’altro canto, è proprio Enzo Capua a introdurre con capacità di sintesi e precisione tutti i concerti di Umbria Jazz Winter.

Cecile McLorin Salvant
Foto di Alceste Ayroldi
Foto di Alceste Ayroldi

La cantante statunitense viene sottoposta a un fuoco di ben dodici brani. Si parte con Abbey Lincoln (Let Up), immediatamente riconosciuta dalla McLorin Salvant, per passare ad Anita O’Day. Ma questa era la parte semplice, perché Kahn pesca dal cilindro della sua sapienza anche brani ben poco noti, come la bellissima versione di Night and Day dipinta dalla calda voce di Jeanne Lee con il pianoforte di Ran Blake, brano che fa coppia con la «nostra» Jula De Palma con Tua (brano scelto da Enzo Capua).

Enzo Capua, Cecile McLorin Salvant, Ashley Kahn
Foto di Alceste Ayroldi
Foto di Alceste Ayroldi

Senza contare l’ardita scelta di Guns and Ships di Leslie Odom Jr. tratto dal musical Hamilton. Su questi ultimi brani Cecile ha vacillato, ma non ha perso l’orecchio quando ha ascoltato Dianne Reeves e Laufey, siglando su quest’ultima la sua ammirazione per essere il vero talento del Nuovo Millennio. Il brio di Cecile McLorin Salvant non si è mai incrinato e Ashley Kahn ed Enzo Capua hanno ben svolto il loro ruolo di sostegno a una bella performance. In realtà, di queste pièce se ne dovrebbero organizzare molte di più, anziché pontificare di jazz e della sua storia.

Alexa Tarantino
Alexa Tarantino e Sullivan Fortner

Alle 16 palazzo del Popolo ospita il quartetto formato ad hoc di Alexa Tarantino: in pratica, la fiatista statunitense (dalle chiare origini italiane, avellinesi per l’esattezza) è affiancata dalla ritmica del sestetto della McLorin Salvant: Sullivan Fortner (pianoforte), Yasushi Nakamura (contrabbasso), Keita Ogawa (batteria). Se già avevamo apprezzato le doti della Tarantino flautista, non possiamo non apprezzare quelle di sassofonista e di leader. La sassofonista è a suo agio in ogni brano: da Chi Chi a Confirmation – che sarà l’encore – di Charlie Parker, che vede Alexa Tarantino padroneggiare il linguaggio blues, così con I’ll Remember April. A parte ciò, quello che si apprezza in paio con la bravura tecnica della Tarantino è la sua vena compositiva, particolarmente ricca e interessante.

Alexa Tarantino

Anche le ballad nelle sue mani sono forgiate in modo diverso, così come un inedito (composto appena due settimane fa e che sarà inserito nel prossimo album in uscita quest’anno) che la vede impegnata nei registri medio-bassi; così nel fast-tempo di A race Against Yourself, dove Ogawa fa spellare le mani dagli applausi per un assolo al fulmicotone. Intenso, divertente e fresco è La Puerta con le altalene armoniche disegnate in combine con Fortner. Nakamura è scatenato, sembra che abbia sempre fatto parte di questo combo e libera assoli di assoluta intensità emotiva. Il linguaggio di Alexa Tarantino è assolutamente moderno, ma con le radici ben salde nel migliore passato: la nitidezza dell’attacco delle note, le frasi chiare e decise, i contrasti ben controllati fanno della giovane fiatista statunitense una futura stella del firmamento jazzistico.

Chico Freeman

Per l’ultimo giorno dell’anno Umbria Jazz Winter non si risparmia e il 31 si apre con un concerto di quelli che rimangono scolpiti nella mente e nelle orecchie: Chico Freeman & Antonio Faraò Quartet. Oltre al ben noto sassofonista di Chicago e al pianista milanese, ci sono Makar Novikov al contrabbasso e Pasquale Fiore alla batteria. Ictu oculi, colpisce che i musicisti si presentano sul palco in grande stile: eleganti, con tanto di giacca e Freeman, addirittura, in completo con cravatta e pochette: e questa, di questi tempi, è una vera e propria rarità. Il tributo è a John Coltrane, che Chico Freeman adora e si parte subito all’attacco con Lonnie’s Lament fino ad arrivare ad Alabama che, spiega Freeman (al quale spetta anche di introdurre i brani e gigioneggiare – lo sa fare a meraviglia – con il pubblico) è un brano che Coltrane scrisse per in risposta alla strage che aveva avuto luogo il 15 settembre 1963 durante un attentato razzista ad opera del Ku Klux Klan all’interno di una chiesa battista nella cittadina di Birmingham, in Alabama, nel quale erano rimaste uccise quattro bambine. Ma – spiega Freeman – anche per quello che sta succedendo oggi: «Sapete di cosa sto parlando».

Chico Freeman & Antonio Faraò Quartet

La bellezza dell’esecuzione di Alabama lascia senza fiato: Freeman tornisce ogni nota e Faraò cesella le armonie. Ma è questo è il leitmotiv che contraddistingue questo concerto. Il trio di Faraò ha un tiro sorprendente, da altro pianeta: Makarov fa da collante, da spinta propulsiva, mentre Fiore disegna fontane ritmiche sempre diverse ed eccitanti. Così ingaggia un lungo ed emozionante tenzone con Freeman; il corpo a corpo è senza esclusione di colpi: Freeman spinge e Fiore dà la stura per nuove soluzioni giostrano e si affrontano vis-a-vis entusiasmando il pubblico. Freeman si esprime al meglio sia sulle note veloci quanto su registri e tempi più moderati. Il suo suono colpisce per precisione e bellezza. Ama la melodia e il suo discorso è sempre pieno di forza, ma mai violento o muscolare.

Antonio Faraò
Chico Freeman & Antonio Faraò Quartet

Faraò è in stato di grazia, distilla note sapide che partono dalle radici del jazz per approdare al linguaggio più moderno e trasversale, fatto di galoppate in lungo e in largo sulla tastiera, ma sempre con una precisa idea, mai per il semplice gusto di stupire.
Alle 16 il teatro Mancinelli accoglie il nuovo gruppo di Enrico Rava: The Fearless Five, con Matteo Paggi (trombone), Francesco Diodati (chitarra), Francesco Ponticelli (contrabbasso), Evita Polidoro (batteria).

Enrico Rava: The Fearless Five
Enrico Rava: The Fearless Five

Rava si conferma scopritore di talenti e sposa un repertorio nuovo, dove la cura dei particolari e del suono è il punto di forza. Evita Polidoro è il motore di questo ensemble, perché disegni cerchi ritmici capaci di contenere le scorribande solistiche dei sodali e ingentilisce le armonie con la sua bella voce. L’ensemble è in rodaggio, si capisce e arriverà sicuramente a trovare anche delle vie di fuga da alcune trappole autocostruite.

Funk Off
Virginia State Gospel Choir

La serata si chiude con i Funk Off che si esibiscono sul sagrato del Duomo e con i Virginia State Gospel Choir che rallegrano il teatro Mancinelli.
Completano il ricco cartellone di questa trentesima edizione dell’Umbria Jazz Winter le performance di Lorenzo Hengeller, Ray Gelato & The Giants, Accordi Disaccordi e Olivia Trummer, che in piano solo e voce ha rischiarato i postprandiali pomeriggi orvietani.

Carlo Pagnotta

Una nota: mai vista ad Orvieto tanta gente e tanto interesse per il jazz. Le sale piene lo confermano: e non solo ai concerti gratuiti. E, sia consentito dirlo a chi scrive, è anche bello vedere il patron Carlo Pagnotta indossare con leggerezza i suoi novant’anni, in splendida forma, sempre attento e presente a ogni concerto.
Alceste Ayroldi

Le foto sono state gentilmente fornite dall’ufficio stampa di Umbria Jazz, ad eccezione di quelle relative al Blindfold Test che sono di Alceste Ayroldi
La prima parte è stata pubblicata giovedì 4 gennaio