Jazzfestival Saalfelden 2016

JazzFestival Saalfelden, in equilibrio fra Europa e America è la vetrina delle esperienze di punta dell’attualità internazionale

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Human Feel a Saalfelden Jazzfestival - foto Maurizio Zorzi

25 – 28 agosto, Saalfelden e varie sedi

Da una decina d’anni la programmazione del Jazzfestival Saalfelden, alla sua trentasettesima edizione, è nelle mani esperte di Michaela Mayer, che, dopo un proficuo apprendistato al fianco di Thomas Stowsand fin dagli anni Ottanta, ha maturato una lunga esperienza negli States. Questa è una delle ragioni dell’affidabile coerenza del festival austriaco, teso a documentare le espressioni più significative dell’attualità internazionale. Coerenza che viene puntualmente premiata da un pubblico fedelissimo, di anno in anno più attempato, che gremisce le due sale principali, oltre che i concerti gratuiti nella piazza centrale, riservati alle proposte di ruspante impronta etno-popular.     

Anche se a conti fatti questa si è rivelata un’edizione più debole di altre, non sono certo mancati i picchi e gli appuntamenti stimolanti, a cominciare dalle due sorprese corroboranti con cui si è aperta la sezione Short Cuts. L’affiatato trio austriaco Namby Pamby Boy, su veloci original esposti all’unisono da tastiere e sax contralto, ha raggiunto momenti d’infervorato lirismo su sonorità allucinate. Gli ha fatto seguito il quartetto Starlite Motel. Un set a tratti un po’ greve e giocato su varie componenti (dalla psichedelia, al neo-folk, all’improvvisazione non idiomatica) ha saputo dare corpo a progressioni di tonica consistenza; merito di Jamie Saft alle tastiere e dell’incalzante simbiosi fra i norvegesi Rune Nergaard e Gard Nilssen (basso e batteria), che hanno inglobato il sound sfrangiato e caustico, mutuato da Evan Parker, del sassofonista Kristoffer Alberts.   

Poi il festival si è dipanato anche sul main stage fra emozioni inattese e delusioni per altre tre giornate, faticose ma gratificanti, alternando certezze e novità. Fra le prime va sottolineata innanzitutto la strepitosa solo performance di Michael Riessler per clarinetto basso e nastro preregistrato. Il suo prodigioso virtuosismo ha creato un arabesco intricatissimo, senza dimensione, incantatorio come il canto delle sirene e allo stesso tempo magmatico come un dripping di Pollock.

Tim Berne e Marc Ducret, che si frequentano dal 1994, hanno riproposto loro composizioni anche recenti; l’intelligente interplay ha sviluppato le ardite geometrie tematiche in estensioni stralunate, ma senza esiti imprevedibili. Un progetto assai singolare, già su disco Act, è venuto invece da un altro protagonista del jazz francese: il violoncellista Vincent Courtois affiancato dai tenoristi tedeschi Daniel Erdmann e Robin Fincker. La persistenza di un gusto melodico avvolgente, ora scanzonato e danzante ora dinamicamente contrastato, ha caratterizzato un approccio raffinato e ironico, ben poco cameristico e per nulla accademico.

Vincent Courtois – foto Maurizio Zorzi

Gli scandinavi erano ben presenti a Saalfelden 2016 con risultati controversi. Il trio norvegese Krokofant, aderente alle ragioni di un rock d’annata, carico di un’energia incessante e di pronunce strumentali risapute, ha però portato il tutto alle conseguenze più estreme e radicali. Al polo diametralmente opposto si è collocato il conterraneo e altrettanto giovane trio del violinista Erlend Apneseth, che con tecnica estenuata ha perseguito un nostalgico riferimento alla propria tradizione folklorica, intessendo atmosfere dalle sfumature diafane. Ha invece decisamente deluso le forse eccessive attese l’apparizione del  Paal Nilssen-Love Large Unit, in quanto si è ridotta a un calligrafico e sterile campionario delle varie possibilità improvvisative di un ampio collettivo, senza riuscire a decollare.

Per venire ai gruppi americani, due hanno toccato gli apici. Proveniente da Los Angeles, ha spiccato il quartetto Burning Ghosts del trombettista Daniel Rosenboom, compositore prolifico, leader autorevole e strumentista dai molteplici riferimenti. Motivazione e compattezza hanno esaltato un originale incrocio di rigore strutturale e slanci lirici, fraseggi ornettiani e spunti esotizzanti, enfasi melodrammatiche e cadenze rock. Ha pienamente convinto anche il concerto di Human Feel, una sorta d’importante reunion del quartetto nato nel 1987. Sotto la perentoria conduzione ritmica di Jim Black e le sottolineature armoniche della chitarra di Kurt Rosenwinkel, i sax di Andrew D’Angelo e Chris Speed, purtroppo male amplificati, hanno proceduto prevalentemente appaiati in un serrato dialogo delle due voci complementari: scintillante e luciferina quella del contraltista, grufolante e sorniona quella del tenorista. Un empatico interplay ha corroborato la particolare espressività melodica e dinamica di questo gruppo.

Il quartetto Burning Ghosts del trombettista Daniel Rosenboom – foto Maurizio Zorzi

Jim Black, presenza immancabile al festival austriaco, non ha altrettanto esaltato alla testa del suo New Quartet, firmando un set variegato, in cui i sussulti tellurici della sezione ritmica (oltre al leader, Chris Tordini al basso elettrico e l’austriaco Elias Stemeseder all’elettronica) attorniavano il sound perennemente nasale e spento del tenorista islandese Oskar Gudjonsson.

Un fascino vagamente ambiguo ha invece emanato il quartetto di Tomeka Reid: se Jason Roebke e Tomas Fujiwara erano chiamati a fornire un sostegno piano e leggibile, la chitarra di Mary Halvorson ha costituito l’elettrizzante scheggia impazzita, il polo contrapposto al violoncello prevalentemente afono e statico della leader. Una proposta pienamente jazzistica, quasi nostalgica, è risultata quella del Marty Ehrlich Sextet (con Jack Walrath e Ray Anderson nella front line), che raramente ha trasceso una scolastica e raffinata correttezza esecutiva.

Un consolidato quartetto transnazionale, formato dall’italiano Luciano Biondini, dal chitarrista finlandese Kalle Kalima e dagli svizzeri Andreas Schaerer e Lucas Niggli (voce e batteria), ha riproposto una world music eclettica ed effervescente, alla portata di tutti, transitando da sapori mediterranei ad altri sudamericani, a eccessi post-punk.  

Per quanto riguarda l’ampia presenza austriaca, è il caso di ricordare il giovane trio Edi Nulz (clarinetto basso, chitarra basso e batteria), capace di idee fresche e giocose all’interno di una rigorosa griglia formale. Perché non citare infine il progetto più anomalo del festival, a riprova che esso richiede orecchie disponibili? In Chiri, Bae in Dong ha dato una prova autentica del teatro cantato della tradizione coreana, ottimamente assecondato dal commento sonoro dei sorprendenti australiani Scott Tinkler e Simon Barker (tromba e batteria).

La trionfale conclusione è stata affidata a Henry Butler, Steven Bernstein & The Hot 9, che hanno rivisitato classici del jazz tradizionale con arrangiamenti ben marcati e spumeggianti. Grande spazio è stato concesso agli interventi pianistici di Butler, che ha spaziato dallo stride a più libere scorribande sulla tastiera, mentre Bernstein è stato il galvanizzante direttore d’orchestra. Ne è risultato un concentrato di swing che più classico, motorio e trascinante non si sarebbe potuto.

Libero Farnè