FIFTY YEARS AGO: INTERVISTA A LELLO PANICO (PRIMA PARTE)

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«Fifty Years Ago» è il titolo del nuovo album di Lello Panico pubblicato dalla Camilla Records. Di questo e di tanto altro abbiamo parlato con il chitarrista casertano. Questa è la prima parte dell’intervista.

Sei partito dal blues, poi il rock, il jazz, la bossa nova e sei ritornato al blues: cosa ha in più rispetto alle altre musiche?

Il blues è il mio sentire, respirare. Il blues come il soul, è il  suono della mia chitarra. Io sono un chitarrista elettrico e la chitarra è la regina del blues.

Lello, cosa è successo cinquant’anni fa?

Nulla di che! Il brano Fifty Years Ago l’ho scritto pensando al feel di una big band con un suono cool, levigato come era il jazz californiano circa cinquant’anni fa. Poi ho sporcato tutto con un arrangiamento elettrico, con il tema eseguito dalla chitarra filtrata da un envelope filter.

Undici brani: dieci a tua firma più Miles Davis (Splatch). Come mai proprio Miles e proprio questo brano?

Mancava un brano e ho proposto Splatch per la sua semplicità e l’idea di funk, di groove immediato. Tutti noi lo conoscevamo: ho staccato il tempo e siamo partiti. Buona la prima!

Le composizioni originali le avevi nel cassetto o le hai scritte appositamente per questo album?

Qualcosa era nel cassetto, Gorilla e Sharbo. Il resto dei brani è stato scritto appositamente. Louisiana è nata tre giorni prima di entrare in studio e ne sono particolarmente contento.

Il sound ha le fondamenta blues, ma tanti mattoncini di rock, fusion. Manca il jazz,però. Cos’è ti è venuto a noia?

Però, Fifty Years Ago è una composizione di stampo prettamente jazzistico. Il fatto che poi il brano sia stato arrangiato in altro stile non toglie nulla al suo carattere. Piuttosto c’è da dire che io suono con un linguaggio mutuato dal blues, perché amo il suono della chitarra nel blues. Amo il jazz, ma non sono molto interessato al suono della chitarra nel jazz, tranne che quello dei grandi maestri come Wes Montgomery e Jim Hall. Sono un musicista viscerale, istintivo. Suono una Fender telecaster , anche perché la suonava Albert Collins, uno dei miei eroi.

I tuoi inizi sono prettamente jazzistici. A un certo punto, stilisticamente, c’è una svolta: passi dal jazz al blues.

Sono nato musicalmente all’ inizio degli anni Settanta. Il mio «Beethoven» è nero e si chiama Jimi Hendrix. Amo il rock‘n’roll, il blues, la soul music, Stevie Wonder, James Taylor, Ray Charles, Cream, Jony Mitchell e tanti altri. Piuttosto mi viene in mente la San Francisco degli anni Sessanta, la Summer of Love. Tutto era possibile e tutto era all’insegna della creatività. I musicisti ascoltavano indifferentemente Jimi Hendrix, Coltrane, Miles, Jefferson Airplane, Stravinsky, Allman Brothers, Debussy, Sun Ra, Charlie Parker. Tutto era possibile. C’è un recente movimento musicale in America che ha cancellato i termini jazz, blues, soul etc. Per loro esiste solo The Great American Black Music, e io sono d’accordo. Quando suonavo jazz lo facevo con il piglio di un chitarrista di blues e una mattina mi sono ritrovato a divertirmi di nuovo dietro un vecchio disco degli Allman Brothers; mi sono guardato allo specchio e ho capito che il mio cuore era soprattutto lì. Lello Panico era conosciuto e apprezzato in ambito jazz nazionale e, di punto in bianco, ha buttato tutto e ha ricominciato da zero. Io ricomincio da zero ogni giorno.

Nel 1989 pubblicasti il tuo primo album «Fronne», dove c’era anche Massimo Urbani. Come nacque l’idea?

Conoscevo bene Gianfranco Salvatore. Siamo entrambe di Caserta, lui era già una firma nell’ambito del giornalismo musicale italiano e mi propose la produzione del mio primo disco. La band (Phoenix) esisteva già e si suonava in giro per i club napoletani. Io

accettai la sfida e cominciai a scrivere il materiale che poi sarebbe andato su nastro. Tutti i musicisti ospiti furono invitati da Gianfranco. Io ero appena arrivato a Roma e non conoscevo nessuno, tantomeno musicisti del calibro di Massimo Urbani, Danilo

Rea e Maurizio Giammarco. «Fronne» è un disco per me anomalo, diciamo così. Un compromesso tra la mia anima musicale e le voglie di sperimentalismo di Salvatore. La session con Massimo Urbani fu, diciamo così, un pochino movimentata, date le

condizioni mentali e fisiche in cui lui si presentò in studio. Erano tutti preoccupati, io ero abbastanza divertito.

Già che ci siamo, potremmo parlare anche di «The Secret», con una formazione di All Stars: John Patitucci, Joey Calderazzo, Rick Margitza.

«The Secret» è stato registrato in due fasi. La prima in quartetto con Patitucci e Calderazzo, oltre che Pietro Iodice alla batteria. Registrammo in un grande studio romano, senza un contratto discografico. Poi io contattai Biagio Pagano, il quale accettò subito di produrre e finanziare il resto delle registrazioni che avvennero nel suo studio. Contattai i musicisti con i quali collaboravo all’epoca: Stefano Di Battista, Dario Rosciglione, Andrea Beneventano,e Pietro Iodice. Stefano era in contatto con Rick Margitza e lo convocammo per una seduta di registrazione. Avevo scritto tutto il materiale originale in poco tempo. I quattro brani registrati con Patitucci e Calderazzo rispecchiano in pieno l’idea di un hard bop moderno e torrido, un po’ «al veleno», con un suono di chitarra jazz blues un pochino cattivello a fare da contraltare ai suoni acustici della sezione ritmica. La restante parte dell’album, registrata con Rick Margitza è molto più intimistica e votata all’interplay. Ho un grande ricordo della lavorazione di quell’album. Fu il primo di tanti miei dischi prodotti dal grande Biagio Pagano, scomparso nel 2004. Con lui ho registrato i due album dei Blue Messengers con Shawn Logan, il mio ingresso ufficiale nella scena blues & beyond e il disco della band Lello Panico & The Fritz Gang, con Tim Fritz.

A Ayroldi

(prima parte)