Chiara Pancaldi: un nuovo album di ricerca e scoperte

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Chiara Pancaldi - foto Barbara Rigon
Chiara Pancaldi - foto Barbara Rigon

«What Is There To Say» è il nuovo album di Chiara Pancaldi, con Kirk Lightsey e Daryl Hall. Ne parliamo con lei.

Chiara, è giunta al suo terzo album. Possiamo fare un bilancio della sua attività fino a oggi? 
Preferisco parlare di un percorso, perché implica un cammino, una direzione e una ricerca. E nel mio modo di vivere la musica è un elemento centrale. In questi anni ho avuto tante opportunità, di crescita e di scoperta, di approfondimento di un linguaggio, quello del jazz, che amo tantissimo e nel quale desidero continuare ad affondare le mani. Quindi il bilancio è decisamente positivo, le opportunità di crescita sono state e spero saranno ancora tante e questo mi riempie di entusiasmo!

Rimpianti, aspettative? 
Non ho rimpianti particolari. Certo c’è sempre qualche errore che si commette durante un percorso, dove si procede per tentativi, ma gli errori non mi spaventano, non più come un tempo, perché ho imparato a vederli come un importante strumento di crescita. Per quel che riguarda il futuro ho speranze. Spero di cantare sempre di più e spero di poter continuare a condividere il palco con persone splendide come quelle che ho incontrato in questi anni in Italia e all’estero.

Per la seconda volta, al suo fianco, troviamo musicisti d’oltreoceano. In tutta franchezza, cosa hanno in più rispetto ai  musicisti italiani? 
Il jazz è una musica principalmente afroamericana. In quanto cantante di jazz italiana, e che vive in Italia, per me è importante conoscere e capire in profondità il senso di questa musica, che ha radici profonde nella storia e nella società afroamericana. Allo stesso tempo è importante capire come poter declinare tutto ciò nella mia esperienza personale, per cercare (nella speranza di trovare) una mia chiave espressiva e per non eseguire una brutta copia di qualcosa che non mi appartiene. E’ un po’ come imparare un’altra lingua: bisogna parlare con persone madrelingua, cercare di coglierne il senso al di la della grammatica per poi riuscire ad esprimere in quella stessa lingua dei concetti propri. E’ li che entra in gioco un altro elemento centrale nel jazz che si può riassumere nel sincretismo e nella sua universalità. E’ un linguaggio che, se pur fortemente radicato in una tradizione e in un contesto specifico ha un respiro universale e una capacità di accogliere dentro di sé tante tradizioni e tante anime differenti.

Come è nata la collaborazione con Kirk Lightsey e Daryl Hall? 
Durante i percorsi di vita e di musica si fanno incontri, e gli incontri producono altri incontri. L’incontro con Lightsey è stato filtrato da quello con Cyrus Chestnut. Avevamo alcuni concerti in programma e per problemi vari Chestnut non poteva più venire, e mi propose come suo sostituto Kirk Lightsey. Lo conoscevo ovviamente come musicista ma non avevo mai lavorato con lui e non mi era mai capitato di incontrarlo. Quando l’ho chiamato ha accettato senza reticenze e da li è nato un innamoramento musicale! Darryl lo conosco da tempo ed è, oltre che un grandissimo contrabbassista, un caro amico. Mi piace circondarmi di persone con le quali stare bene sul palco e fuori dal palco.

Chiara Pancaldi

Troviamo anche due ospiti eccellenti, quali Jeremy Pelt e Laurent Maur. Il primo è stato anche il produttore del suo precedente disco. Perché ha scelto l’armonica di Maur? 
Anche lì è accaduto per caso. Laurent Maur era allo studio De Meudon a mixare il suo album mentre noi registravamo. Io non lo conoscevo ma Darryl, appena lo ha visto, mi ha suggerito di chiedergli di partecipare, sottolineando quanto fosse un musicista incredibile di grande profondità e gusto. Sapendo cosa ama Darryl, e quanto i suoi gusti siano affini ai miei, mi sono fidata del suo giudizio e a scatola chiusa ho proposto a Maur di partecipare. In un attimo, e senza prove, abbiamo registrato quello che secondo me è uno dei brani più riusciti del disco! Laurent in A timeless place non ha semplicemente eseguito un assolo, ma ha disegnato un paesaggio sonoro ricco di colori, sfumature e bellissime suggestioni.

La scelta drumless è voluta o casuale? Il suo obiettivo era quello di avere un suono più intimo, cameristico? 
La scelta è stata voluta, non senza reticenze da parte di Lightsey che ama suonare con batteristi! Ma io volevo questo suono. Avevamo fatto alcuni concerti in trio e il risultato per me era stato davvero interessante. Era qualcosa nel quale volevo immergermi. Era anche una sonorità diversa dal disco precedente e avevo voglia in qualche modo di cambiare direzione.

Perché ha scelto come titolo dell’album il brano di Harburg e Duke «What Is There To Say»? C’è un messaggio dietro questa scelta? 
Sì, non è una scelta casuale. Questi ultimi tre anni sono stati per me molto intensi. Il disco con Chestnut «I walk a little Faster», il successivo tour in Europa (un’esperienza molto bella e intensa) i riconoscimenti e i concerti in Giappone, e più di ogni altra cosa la maternità che è arrivata a inizio 2016 mi hanno regalato un profondo senso di gioia, e la canzone lo rappresenta. Questo brano è anche legato a una persona che è stata molto cara a me a alla mia famiglia. L’h
o sentito per la prima volta cantato da Rachel Gould in una bellissima versione con Marco Tamburini tratta da un disco della cantante intitolato «Dancing on a Dime» Marco era anche un caro amico di Darryl, hanno suonato tanto assieme registrando anche un disco in trio con il chitarrista Christian Escoudè. Quando ho pensato ai brani da registrare What Is There To Say era in cima alla lista, è dunque stato naturale per me sceglierlo come title-track per tutte queste ragioni.

C’è un filo rosso che lega la scelta dei brani proposti nel disco? 
In questo disco ho inserito brani che canto da sempre (Born To Be Blue, On The Sunny Side Of The Street, Since I Fell For You) e altri che ho scoperto nelle mie ricerche di brani meno battuti (come la bellissima Love Came). Mi piace riscoprire quelle che vengono definite obscures songs e quando trovo qualcosa che mi colpisce, lo metto in scaletta. Ma ovviamente un disco non è solo una selezione di brani belli o che amo cantare. Un disco ha un equilibrio interno che di solito emerge in maniera molto naturale e spontanea. Capita dunque che alcuni brani, seppur molto amati, vengano depennati. La selezione finale che ho registrato rispetta, spero anche per l’ascoltatore, questo equilibrio.

Gli arrangiamenti sono frutto del suo lavoro? 
Si, da luglio (momento in cui abbiamo deciso assieme all’etichetta di realizzare questo album) allo scorso marzo quando effettivamente registrato, ho lavorato per ricercare il repertorio e strutturarlo. Alcune cose che già suonavamo in trio e altre canzoni son state inserite in corso d’opera. Ci sono alcuni arrangiamenti firmati da me, ma volevo che la sessione di registrazione, anche nel rispetto della natura della formazione, scorresse in maniera fluida. Ho cercato di mantenere anche qui un equilibrio nello scrivere arrangiamenti che più che altro vogliono suggerire un approccio per interpretare i brani senza imbrigliare la musica in strutture predefinite e per avere quindi la tranquillità di suonare liberi.

Chiara Pancaldi - foto Barbara Rigon
Chiara Pancaldi – foto Barbara Rigon

C’è un brano che avrebbe voluto inserire nell’album, ma che è rimasto fuori? 
Tantissimi! Anzi, troppi.

Ha mai pensato di collaborare con musicisti del Nord Europa? 
Sono molto incuriosita dalla scena nordeuropea. Nel mio percorso ho avuto modo di conoscere alcuni musicisti che gravitano nella scena francese, parigina nello specifico, e spero di poter presto ampliare i miei orizzonti!

A suo avviso, il jazz è un linguaggio prettamente statunitense? 
Come dicevo prima, sì. Ma al contempo ha un respiro universale. Anni fa, quando studiavo antropologia all’università e preparavo l’esame di Filosofia dell’India, in un testo lessi che l’Induismo è come il Gange, un grande fiume che accoglie in sé le acque di tanti fiumi e si arricchisce di queste acque pur mantenendo la sua forma e identità. Credo che questa metafora si presti bene anche per il jazz. Quindi con il mio piccolo rivolo d’acqua che viene da Bologna spero di riuscire a confluire in questo grande e prorompente fiume musicale.

Quando ascolteremo un disco con soli brani originali firmati da Chiara Pancaldi? 
Spero presto! Sono pronti da tempo, aspettano solo il momento giusto per essere registrati. La scrittura è una strada che mi affascina e che sento premere sempre di più, sto cercando di capire il suono che voglio per questi brani, perché sono, da un certo punto di vista, molto lontani da quello che ho cantato negli ultimi dieci anni. In questi brani confluiscono le musiche che ho sempre ascoltato: nella mia infanzia, durante l’adolescenza, nei primi anni di scoperta della mia passione per la musica. Dunque hanno un respiro (per ciò che riguarda il mio vissuto) molto ampio e vorrei riuscire a trasmettere questa trasversalità e questa ampiezza anche nel suono, che si traduce nella scelta della formazione e degli arrangiamenti.

Chi o cosa ha influenzato maggiormente la sua personalità artistica? 
Tutto quello che ho letto, vissuto, ascoltato, sperimentato in questi anni. I miei studi e non solo musicali, le persone incontrate, la mia famiglia, ogni cosa. Una volta pensavo esclusivamente alle influenze musicali. Ora mi sento più aperta a riconoscere ogni tipo influenza.

Lei è anche un’antropologa. Tali studi hanno influenzato, in qualche modo, le sue scelte artistiche? 
Sono antropologa solo di formazione, perché dopo la laurea non ho mai proseguito questa strada. Comunque si, ha avuto una grande influenza. Non tanto sulle mie scelte artistiche, quanto piuttosto sul mio modo di osservare e cercare di capire come le persone (tra le quali anche io ovviamente) trovino un modo di collocarsi ed essere nel mondo attraverso l’arte.

Qual è la cantante (o il cantante) che costituisce il suo punto di riferimento? 
Troppi anche nei generi! I primi che mi vengono in mente (rigorosamente in ordine sparso) sono: Bjork, Eva Cassidy, Carmen McRae, Shirley Horn, Mel Tormè, Frank Sinatra, Ray Charles, Nina Simone, Stevie Wonder, Caetano Veloso, Elis Regina, ma anche cantanti contemporanee come Becca Stevens (che ho sentito proprio qualche sera fa e mi ha stregata) la lista è davvero troppo lunga!

Quali sono i suoi prossimi impegni? 
Sto lavorando ad alcuni concerti di presentazione del disco, e probabilmente tornerò anche in Giappone. Ho alcune cose nuove in previsione per l’estate prossima, ma al momento sono ancora una sorpresa!

Alceste Ayroldi

Chiara Pancaldi - foto Barbara Rigon
Chiara Pancaldi – foto Barbara Rigon