Adriana Calcanhotto: A Mulher do Pau Brasil

di Pietro Scaramuzzo (foto di Leo Aversa)

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Adriana Calcanhotto
Adriana Calcanhotto

Adriana Calcanhotto, una delle più grandi artiste brasiliane di oggi si racconta nelle nostre pagine, introducendo il suo nuovo spettacolo ispirato al movimento nativista di Oswald De Andrade.

Quello che è accaduto lo scorso aprile nel cuore di Belem, quartiere nobile di Lisbona che si adagia sulla riva nord del fiume Tago, stupisce per spessore culturale, densità poetica e qualità musicale. Quello che è accaduto in tale occasione è un miracolo artistico. In un teatro gremito, una rinnovata Adriana Calcanhotto ha debuttato con il nuovo spettacolo dal titolo «deandradiano» A Mulher do Pau Brasil.

Sul palco, più strumenti che musicisti. L’artista di Porto Alegre, infatti, è accompagnata soltanto da Gabriel Muzak, che si divide tra chitarra, sampler e voce, e Ricardo Das Gomes – lo ricordiamo a fianco di Caetano Veloso nella ben nota Banda Cê – che, invece, salta dal pianoforte al basso. Tanto basta per offrire uno spettacolo che supera ogni aspettativa.
Nonostante l’incipit decisamente in sordina – affidato alla canzone che dà il titolo alla tournée – basta il secondo brano in scaletta a risollevare, e di molto, le sorti dello show.
Le prime note di Esquadros che riecheggiano nel Grande Auditório do CCB aprono una porta su un universo sonoro articolatissimo e multicolore nel quale, si fa presto a notarlo, Adriana sguazza a proprio agio. Tanto che l’artista, che ci aveva abituato ormai da troppo tempo a concerti in cui cantava seduta su uno sgabello, torna a cantare in piedi, potendo ancheggiare, muoversi, spaziare, distendersi sulla rossa amaca che si staglia nel bel mezzo del palco. Gioca con la voce, Adriana, che nella sua nota delicatezza si spinge in sottili e volute dissonanze che aggiungono colore a un quadro già variopinto.

Dalla forma al contenuto: i concerti di Adriana Calcanhotto sono un misto di musica e poesia, e sul palco del Centro Cultural di Belem non sono mancati momenti di altissimo tenore poetico. Un esempio è la poesia Noite de São João di Alberto Caeiro (pseudonimo di Fernando Pessoa) cui l’artista dona una veste musicale raffinatissima. Ma la poesia, stavolta quella minimalista, permea anche l’inedita Quando Vim.

Come filo conduttore dell’intero spettacolo si apprezzano tre temi: dolore, lutto e lotta, che Adriana restituisce in una veste più lieve ma non per questo intensa. Quando infatti la cantante ricorda Marielle Franco, la politica barbaramente uccisa a Rio de Janeiro, lo fa citando appena il suo nome e rompendo il silenzio con una potentissima Metade che commuove quando recita: «Onde será que você está agora?». Altrettanto delicata Era pra Ser, mentre Oguntê si tuffa nell’elettronica – cosa del tutto inedita per Calcanhotto che, in questo senso, dimostra di sapersi reinventare con gran classe – per denunciare lo stato pietoso degli oceani.

Adriana Calcanhotto (foto: Leo Aversa)
Adriana Calcanhotto (foto: Leo Aversa)

A chiudere uno spettacolo superbo, che si prepara a partire per altre tappe portoghesi e poi, chissà, per il Brasile, un climax di musiche incredibili, da Vamos Comer Caetano a Caravanas di Chico Buarque, per poi passare a una bellissima Tigresa di Caetano Veloso. Il finale non poteva, invece, che essere affidato a Fico Assim Sem Você che, intonata a pieni polmoni anche dal pubblico, ha chiuso con chiave d’oro – parafrasando i brasiliani – non un concerto, non uno spettacolo, ma uno stato di poesia, un’esperienza catartica rara e imperdibile.

Il titolo che hai dato al concerto è un chiaro riferimento al libro Pau Brasil di Oswald de Andrade. Qual è oggi il tuo rapporto con la filosofia deandreadiana?
Nel 1987 ho fatto un concerto dal titolo A Mulher do Pau Brasil nella mia Porto Alegre. In quel periodo ero ancora affascinata dalla scoperta, avvenuta qualche anno prima, della filosofia, dell’iconoclastia e dell’umore raffinato di Oswald. Più tardi sono cambiata, spero in meglio, ma non ho mai smesso di interessarmi all’argomento e alle nuove idee che sono nate a partire dalla proposizione pau brasil. Uno degli esiti è stato appunto Vamos Comer Caetano, un riferimento esplicito alla teoria dell’antropofagismo sviluppata da De Andrade. Insomma, non mi sono mai del tutto allontanata da questo universo poetico.

Com’è nata l’idea di questo concerto e come è maturata nel tempo?
Sono stata invitata all’inizio dell’estate per un concerto nel Jardim da Sereia. La mia idea era quella di fare un concerto di arrivederci per il semestre che ho vissuto a Coimbra, approfittandone per lanciare questo concerto-tesi. Successivamente ho iniziato a pensare a uno show più dettagliato. Così ho pensato di liberarmi di alcuni ricordi del repertorio e dei concetti del 1987 e ho iniziato a pensare a una setlist più attuale.

Hai detto che questo concerto è la sintesi di tre sentimenti: dolore, lutto e lotta. In che modo questi concetti permeano lo spettacolo?
La parola «dolore» si ripete in molte delle canzoni che compongono il repertorio. Me ne sono resa conto solo in un secondo momento e credo che la cosa sia scontata. In questo concerto parlo del Brasile, del popolo che ci viveva prima dell’arrivo dei portoghesi e che fu decimato, schiavizzato. A questo si aggiunge la quasi estinzione del pau brasil, il pernambuco, ovvero l’albero che ha dato il nome al movimento nativista di De Andrade. Tutto questo alimenta il circolo vizioso fatto di dolore, lutto e lotta.

Nonostante si affrontino temi forti, lo spettacolo riesce a trasmettere un sentimento di leggerezza…
È esattamente questo lo spirito brasiliano.

Come declini questi tre sentimenti nel tuo quotidiano?
Cerco di vivere il più possibile nel presente.

Adriana Calcanhotto: A Mulher do Pau Brasil
Adriana Calcanhotto «A Mulher do Pau Brasil»

Tornando a parlare di De Andrade e all’idea di antropofagismo e, di conseguenza, a quella di tropicalismo, qual è l’eredità che ci lasciano questi movimenti?
Il coraggio di poter transitare liberamente tra cultura erudita e cultura popolare, di poter rubare un po’ di qua e un po’ di là, di incontrare la nostra voce, selvaggia, colloquiale, ironica, cordiale. Affinché possiamo deglutire e rigurgitare, come meglio ci piace.

Credi sia ancora attuale parlare di antropofagismo e tropicalismo?
Parlare dell’identità artistica di un popolo è attuale e sempre lo sarà.

Qual è stato il filo conduttore per scegliere il repertorio del concerto?
Per il primo concerto, quello al Jardim da Sereia, mi sono ispirata, per quanto possibile, al repertorio del 1987. Ho aperto il concerto con Eu Sou Terrível di Roberto e Erasmo Carlos proponendolo in una formazione a tre, un power trio con batteria. Per il debutto a Lisbona, invece, ho composto la canzone A Mulher do Pau-Brasil e ho ricantato Vamos Comer Caetano a vent’anni di distanza da quando l’avevo scritta e registrata. Ho ripescato Mortal Loucura dalle lezioni di portoghese antico e sui trovadores galego-portoghesi che ho tenuto nel 2016 all’università di Coimbra. Tutto ciò mi ha permesso di mettere in piedi lo spettacolo.

Durante il concerto hai raccontato un aneddoto divertente sul brano A Mulher do Pau Brasil. Lo racconti anche ai nostri lettori?
Dopo aver spiegato che il rigore del compositore dev’essere elevato e che, esattamente per questo motivo, avevo rinunciato a scrivere la canzone A Mulher do Pau Brasil, una mia alunna, per coerenza, ha commentato: «Curioso, dobbiamo consegnare una canzone pronta per la prossima settimana. La professoressa, invece, ha tempo fino al debutto del concerto e ci rinuncia?». Mi sono molto vergognata come insegnante! Così sono andata in albergo e ho ultimato la canzone che, proprio come desideravo, apre il concerto.

Questo nuovo progetto è ricco di elementi di musica elettronica. Da dove nasce la voglia di sperimentare con nuovi linguaggi?
Ricorro alla musica elettronica da molti anni. Alcune volte. Altre volte meno. Ho scritto più canzoni al computer di quante ne abbia scritte alla chitarra, e credo che questa tendenza sia ben attualizzata nel concerto.

La «Mulher do Pau Brasil» è una sorta di tuo alter ego come lo è Adriana Partimpim, nome col quale incidi album per bambini?
Credo che sia l’esatto contrario. Sono io, spogliata della mia individualità, senza grande specificità. Soltanto una donna del pau brasil, una in più, una brasiliana. Dopotutto la parola «brasiliano» è stata coniata dai portoghesi per indicare chi sapeva lavorare il pau brasil.

All’università di Coimbra insegni come scrivere una canzone. Esiste la ricetta giusta per farlo?
No, non esiste una ricetta ma si possono imparare alcune cose partendo dai testi di altri compositori. Si possono imparare i fondamenti della composizione, idee di sintesi e chiarezza, prosodia, cadenza, tessitura, contrasto. Ma non esistono ricette… Per fortuna!

Racconti che, quando assegni un esercizio ai tuoi alunni, cerchi di svolgerlo anche tu. Non pensi che i tuoi alunni possano essere intimiditi dalla genialità della tua poetica?
Non avevo messo in conto di svolgere io stessa gli esercizi di composizione che avrei assegnato, ma l’ho fatto e mi è piaciuto molto. Ovviamente i miei alunni non sapevano che mi sarei cimentata anche io nell’esercizio. Quello che faccio, poi lo mostro. E i miei alunni non mi sembrano intimiditi. Neanche un po’!

Come sei riuscita a conciliare la vita da insegnante con quella di musicista?
È stato molto faticoso ma, per fortuna, è durato poco e, alla fine, ho potuto riposare e recuperare. Se fosse una cosa di tutti i giorni, per me sarebbe impossibile.

Vivere in Portogallo ha influenzato la tua musica?
Il Portogallo mi ha offerto una sorta di tempo dilatato, uno spazio maggiore per leggere e sentire poesia che, immagino, si nota nel risultato delle cose che ho prodotto durante i due semestri a Coimbra. È un periodo accademico, organizzato, in cui la disciplina aiuta a mantenersi concentrati.

Prevedi di portare lo spettacolo in Brasile?
Si, i concerti brasiliani iniziano il 10 agosto a Belo Horizonte e toccheranno varie città, perlomeno fino a ottobre.

Normalmente la tournée è il passo successivo alla pubblicazione di un disco. In questo progetto, invece, tu sei partita proprio dai concerti. Possiamo quindi aspettarci un album?
Ottima domanda. L’intero progetto è stato pensato per essere portato sul palco. Ovvio, non è impossibile registrarlo ma ancora non ho deciso. Quando penso a una sala di registrazione, immagino sempre di comporre cose nuove.

Pietro Scaramuzzo

[da Musica Jazz, agosto 2018]