Duetti di pianoforte: la diabolica prova di un duo sulle tastiere

Nell’incontro (o scontro) tra due solisti le difficoltà sono enormi, create dalle «totali» possibilità dello strumento, ma proprio per questo qualche coppia ha toccato il sublime.

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Chick Corea e Stefano Bollani

Il giorno che il pianoforte si deciderà a fare qualche seduta dallo psicanalista ne verranno fuori delle belle. Probabilmente si diagnosticherebbero una personalità fortemente narcisista, megalomane, tendente al delirio di onnipotenza e una collezione di complessi di superiorità.
Il pianoforte è uno strumento di difficile definizione, a corda, ma anche a percussione, dall’estensione enorme, un’orchestra intera condensata in ottantotto tasti neri e bianchi. Ed è autosufficiente, può fare tutto, ritmo, bassi, armonie, melodie, notturni di Chopin e rock’n’roll di Jerry Lee Lewis, fughe di Bach e ’Round Midnight di Monk. Riconosciamogli pure questa unicità, questa completezza con la quale nessun sax o tromba (neanche l’odiata chitarra) possono competere, ed evitiamo di rinfacciargli quei suoi limiti fisiologici (tanto risponderebbe con una supponente scrollatina di spalle), quel canto cristallino ma così lontano dal calore della voce di uno strumento a fiato, quell’intonazione rigida a scalini di semitono, quel temperamento un po’ bacchettone che da più di cent’anni lo fa penare quando deve mettere insieme due blue notes.
Per fortuna esistono i pianisti. Uomini dall’infinita pazienza che cercano di contenere il signorino, che lo convincono a non occuparsi troppo dei suoni più gravi perché magari c’è un Paul Chambers che sta pizzicando un contrabbasso, o lo limitano a un delicato tappeto di sole cinque o sei note, perché a Miles non serve altro mentre soffia un Blue In Green nella sua tromba. Certo anche tra i pianisti ci sono i provocatori, quelli che si divertono a stuzzicare le smanie onnipotenti del loro strumento: Art Tatum per esempio. O Keith Jarrett.

Ma c’è un’occasione che sembra fatta apposta per rivelare tutti i difetti di strumento e musicista: la performance di due pianoforti. È come avere due chef nella stessa cucina, due volanti (e due autisti) sulla stessa automobile. Proprio l’autosufficienza del pianoforte è la prima difficoltà in questo tipo di duetto: dialogare con un contrabbasso è più naturale, è evidente chi si occuperà dei suoni bassi e chi armonizzerà, e lo stesso vale per un duo con uno strumento a fiato, nel quale il pianoforte verosimilmente si occuperà di bassi, armonie e ritmo, per poi rubare tutta la scena quando il solista avrà finito il suo assolo e si farà da parte. Ma quando si fronteggiano due pianoforti in un’esecuzione improvvisata nessuno può stabilire chi si occuperà di questo o quell’aspetto dell’esecuzione. D’altra parte l’esigenza di preservare il massimo grado di spontaneità e imprevedibilità di una performance jazzistica non si sposa sempre bene con arrangiamenti meticolosamente pianificati. Le problematiche sono anche più sottili, più tecniche.

MAI QUANTO NEL DUO EMERGE L’ONNIPOTENZA DEL PIANOFORTE

Un esempio: la prassi comune nell’esecuzione di una partitura stile real book è di prevedere sigle più o meno generiche per gli accordi del pezzo, per esempio un sol7 o un re, lasciando al musicista il compito di arricchire l’armonia con le tensioni che di volta in volta sceglierà (settime maggiori o minori, none alterate, quinte bemolli o diesis e via dicendo) sulla base di mille possibili parametri, come il gusto personale o lo stile del solista che si accompagna. Ma quando quel generico sol7 viene interpretato estemporaneamente e contemporaneamente da due pianisti, il rischio di uno scontro cacofonico tra le due scelte effettuate (tra mille possibili) è sempre in agguato. È un rischio che si corre anche quando a suonare insieme sono un pianoforte e una chitarra.
E, ancora, il problema del ritmo. Quando un solista, per esempio un sassofonista, si appoggia sulla pulsazione fornita dal pianista, o magari da tutta una sezione ritmica, le naturali micro-diversità nella percezione e creazione di un ritmo si amalgamano naturalmente in quello che si definisce un buon groove, un coinvolgente swing. Ma per due pianisti, contemporaneamente impegnati su tutti i fronti dell’esecuzione, le cose si complicano e, ancora una volta, la performance in duo diventa una lente di ingrandimento che può evidenziare impietosamente ogni leggera disomogeneità sul tempo.
Anche per l’ascoltatore il piano duo può rivelarsi faticoso da approcciare, per la sovrabbondanza di note o anche per la prassi di relegare i due musicisti agli opposti del panorama stereo della registrazione (per consentire di riconoscere agevolmente l’uno e l’altro) con l’effetto collaterale di snaturare il suono dei due strumenti e di provocare un vago senso di disorientamento.
Questi sono solo alcuni dei motivi per cui il duo di pianisti, a prescindere dalla grandezza degli interpreti, non sempre riesce a produrre risultati artisticamente eccezionali.

La copertina di «Our Delights», disco del 1978 che fissava lo storico incontro di due maestri assoluti del pianoforte jazz: Tommy Flanagan e Hank Jones.

La prima dote del jazzista, in ogni tipo di formazione e a maggior ragione nel piano duo, è la capacità di ascoltare e non a caso due grandissimi ascoltatori e accompagnatori hanno registrato uno dei più bei dischi a due pianoforti: Hank Jones e Tommy Flanagan. Il disco è «Our Delights», registrato nel 1978, ed è un’autentica lezione di stile, swing e interplay, una serie di esecuzioni indimenticabili di classici standard (tra i quali, oltre al brano che dà il titolo al disco, Jordu, Lady Bird, Autumn Leaves), in ognuna delle quali vengono brillantemente superate tutte le insidie di cui si parlava.
Si ascolti, per esempio, la versione di Confirmation, composizione di Charlie Parker che riassume in sé tutte le difficoltà di esecuzione per il duo: tema ostico, struttura armonica molto densa di accordi, velocità sostenuta. Il pezzo comincia con un’introduzione nella quale i pianoforti lavorano come elementi di una sezione di fiati: ritmicamente insieme, ma deliziosamente armonizzati in modo da evitare ridondanze di suoni raddoppiati. Subito dopo i due cominciano a lavorare come una squadra, dividendosi i compiti sia nell’esposizione del tema (a un pianoforte la melodia originale, all’altro l’accompagnamento) sia nei chorus di improvvisazione, nei quali continuano ad alternarsi nei ruoli di solista e accompagnatore fino ai travolgenti scambi finali di quattro battute a testa. Il brano si conclude con la riproposizione del tema e con quel motivo arrangiato con il quale si era aperto, il tutto con un comune respiro ritmico, una contagiosa gioia di swingare e quella meravigliosa naturalezza, tipica di ogni esecuzione magistrale, che fa sembrare semplice ogni passaggio. Poco più di cinque minuti che rasentano la perfezione, nei quali i due grandi maestri riescono nel piccolo miracolo di far dialogare davvero i loro bizzosi strumenti.
Risalgono allo stesso periodo le registrazioni di un altro duo pianistico che molto fece discutere, Chick Corea & Herbie Hancock. Alcuni giudizi non entusiastici puntavano l’indice contro una certa tendenza alla spettacolarizzazione della performance da parte dei due virtuosi, che all’epoca scontavano agli occhi della critica la cosiddetta commercializzazione della svolta elettrica (e molto redditizia) della loro musica. Ma a ben vedere i rischi che Corea e Hancock si prendono nella loro concezione di performance a due pianoforti sono notevoli, e per vari motivi. In primo luogo il fatto che per lunghi tratti manchi una pulsazione ritmica regolare rende l’interazione di quei momenti ancora più libera e azzardata, basata su quella sorprendente capacità di concentrazione e di ascolto che è necessaria per cogliere e sviluppare efficacemente ogni spunto melodico o armonico offerto dall’interlocutore. Inoltre il livello di astrazione e di trasfigurazione cui viene portato ogni tema, si traduce ogni volta in una specie di salto senza rete che solo la caratura artistica dei due protagonisti può trasformare in capolavoro.

Herbie Hancock e Chick Corea negli anni ’70

Nel disco «An Evening With Herbie Hancock & Chick Corea» si può apprezzare una versione di Liza di George Gershwin (pezzo ascoltato già in mille versioni stride) che possiede qualità e bellezza analoghe alla Confirmation di Jones e Flanagan. Gustare e comparare queste due esecuzioni permette di apprezzare i linguaggi di maestri appartenenti a diverse generazioni: autenticamente dentro lo spirito della più squisita tradizione i più anziani, più trasgressivi e temerari Hancock e Corea con le loro scomposizioni ritmiche e le frequenti uscite dagli schemi. Ma le regole del gioco sono le stesse: ascolto totale, tecnica strumentale fuori dal comune, perfetto senso del ritmo e conoscenza profonda della storia dello strumento.
Un’altra perla contenuta nello stesso disco di Hancock-Corea è una versione bellissima di Someday My Prince Will Come, giocata dapprima su un tempo rubato, con il tema che viene quasi dissolto in un’atmosfera da sogno. I due non hanno alcuna fretta di portarlo in fondo, lo frammentano in mille micro-motivi, soffermandosi su un accordo se sentono il bisogno di esplorarne le possibilità, per poi tornare ogni volta alla melodia originale come per riprendere il discorso, come a chiedersi: «Stavamo dicendo?». In questi momenti a tempo rubato ognuno dei due è libero di introdurre elementi armonici inaspettati (del resto il bagaglio di soluzioni musicali di entrambi è sterminato), portando la musica altrove rispetto alla partitura originale, e l’altro deve, in una frazione di secondo, intuire l’improvvisa sterzata e non solo assecondarla, ma completare il nuovo disegno che prende forma. Si tratta, a ben vedere, di un processo intimamente permeato dello spirito stesso del jazz.


Chick Corea si è spesso prestato, su disco o in incontri dal vivo, a dialoghi tra pianoforti: si potrebbe definire uno specialista. Ha incrociato il suo strumento con grandi nomi, senza disdegnare confronti con giovani leoni (e leonesse) del pianismo internazionale: da Friedrich Gulda a Keith Jarrett (quest’ultimo in un contesto classico), da Gonzalo Rubalcaba alla giapponese Hiromi Uehara, a Stefano Bollani, altro assiduo frequentatore del piano duo, con il quale, dopo i felici incontri del 2009, si è dato nuovo appuntamento per l’estate 2010 in diversi eventi jazzistici della nostra penisola. Un’occasione per apprezzare di persona questo tipo di performance, perché assistere a un piano duo dal vivo permette di cogliere, ancor più che nell’ascolto di un disco, il delicato collegamento tra i due musicisti (in questo caso un leggendario maestro e un eccezionale allievo), i segnali sonori e visivi con i quali comunicano, i momenti di ricerca faticosa e la gioia a ogni passaggio felice. Un piano duo veramente riuscito è la celebrazione della cooperazione, del comune tendere verso un obiettivo artistico ed estetico superiore, mettendo al bando narcisismo e ogni prevaricazione sull’interlocutore: istruttivo oltre che bello, chissà che ne penserebbe Freud. E chissà che faccia avrebbe fatto trovandosi un gran coda steso sul lettino.

Antonio Iammarino