Pharoah Sanders: basta con le restrizioni e le regole

C’è tutto l’amore possibile nella musica di Farrell Sanders, in arte Pharoah. C’è il soul, c’è almeno un secolo di vessazioni e sofferenze, c’è l’Africa e c’è il ruggito di uno dei sassofoni più riconoscibili del jazz, persino nei suoi dischi più leggeri, come «Love Will Find A Way» (1977) o «Welcome To Love» (1990), in cui il barrito dei suoi armonici è capace di impreziosire i suoni morbidi del Philly Sound o le ballad più sdolcinate. L’intervista si svolse il giorno prima di un concerto milanese del 2012 con Rob Mazurek, che un paio di volte (identificato come RM) è chiamato a dire la sua.

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Pharoah Sanders

Pharoah Sanders, il blues è stata una delle sue principali influenze e la sua militanza nelle band di rhythm’n’blues in California, prima di arrivare a New York agli inizi degli anni Sessanta. Ha avuto un ruolo nello sviluppo del suo stile.
Tutto quello che suono è blues.

Si dice che la sua stridula estensione verso gli acuti e i lunghi passaggi costruiti su serie microtonali abbiano influenzato fortemente Coltrane nel suo periodo più spirituale, quello di dischi come «Ascension» o «Kulu Sé Mama». Ma quanto e in che modo Coltrane ha avuto influenza su di lei?
Coltrane mi ha influenzato ma nel suo caso più che d’influenza parlerei di interscambio. Sono molte le cose che hanno influito sul mio modo di suonare: la maggior parte viene da Little Rock nell’Arkansas, il mio paese d’origine, dove sotto la guida di Jimmy Cannon imparai a suonare il sax tenore. Ovviamente mi ispiravo ai grandi tenoristi del passato e prima ancora a gente come Artie Shaw: il mio primo strumento fu il clarinetto. Nel 1959 mi trasferii a Oakland, in California, dove conobbi il pianista Ed Kelly e il batterista Smiley Winter, e anche loro ebbero una forte influenza su di me insieme a molti altri di cui in questo momento non mi vengono i nomi.

Pharoah Sanders«Ascension» di Coltrane fu inciso nello stesso anno in cui a Chicago nacque l’AACM (Association for the Advancement of Creative Musicians), un collettivo di musicisti che aveva l’obiettivo di esplorare nuove strade restando però fortemente ancorati a una tradizione locale forte e indipendente. Lei è stato coinvolto nell’avanguardia e poi ha iniziato a viaggiare in varie direzioni – penso a dischi come «Karma» oppure il più recente «Save Our Children» – e oggi, con musicisti come il qui presente Rob Mazurek e gli altri dei Chicago & São Paulo Underground, riprende a volgersi in quella direzione. Insomma, sembra che il cerchio non si chiuda mai. È ancora alla ricerca del suono perfetto?
Ho smesso da tempo di cercarlo. Oggi mi pongo soltanto il problema di suonare senza alcun tipo di restrizione. Suono quello che mi va di suonare e, se mi trovo bene, sono pronto a suonarlo di nuovo. Il mio unico problema è il feeling che viene fuori da quello che faccio.

La sua musica ha qualcosa di fortemente spirituale ma una spiritualità forte, propulsiva, che tende verso l’alto. Oggi gente come Dwight Trible sta spostando l’attenzione verso questo tipo di spiritualità e si parla tanto di cosmic groove o di spiritual jazz, riconoscendo in questa corrente precursori come lei e Sun Ra. Come ci si sente a essere considerato un caposcuola?
Non credo di aver inaugurato alcun tipo di tendenza. Come dicevo, mi pongo solo il problema di suonare nella maniera più sincera possibile. Non ho mai pensato di dire: «Suono musica spirituale». Semplicemente suono musica. Con il cuore. Anche se molti dicono di provare questo tipo di esperienza, parlo dell’approccio spirituale alla musica. Credo semplicemente che la musica non abbia bisogno di etichette.

Pharoah SandersJohn Zorn ha detto che, su «Communications» della Jazz Composer’s Orchestra di Mike Mantler e Carla Bley, lei suona «il più intenso e illuminante assolo di sax tenore mai registrato». Il suono del suo sassofono è uno dei più riconoscibili. Chiunque abbia un orecchio un po’ allenato quando sente un suo disco pensa: «Questo è Pharoah Sanders». Quando ascolto i sassofonisti moderni mi paiono molto dotati tecnicamente ma non sento suoni molto riconoscibili. È d’accordo? Se sì, quali sono tra i giovani quelli che secondo lei stanno sviluppando un suono riconoscibile?
Non mi pongo mai problemi di questo tipo. La musica è un flusso di emozioni che travalicano la tecnica e la riconoscibilità di questo o quel suono. Posso dire che, quando ho conosciuto Rob, Chad, Guilherme, Mauricio e gli altri musicisti dei São Paulo Underground, dopo averli ascoltati attentamente ho riconosciuto artisti capaci di sintonizzarsi sulla mia stessa lunghezza d’onda e ho deciso di accettare di far parte dei loro progetti. La musica è questo: è feeling, non riconoscibilità.

I suoi legami con l’Africa. L’altro giorno un osservatore economico mi faceva notare che è molto probabile che tra una ventina d’anni il continente africano sarà il propulsore di una ripresa economica. Secondo lei la musica avrà un ruolo in ciò?
Sono la persona meno indicata per parlare di queste cose. Non lo so; la musica ha sempre avuto un ruolo nella società e in Africa la sua influenza è molto forte ma sinceramente non lo so e non ho le competenze per fare questo tipo di previsioni.

Il suo vero nome è Farrell. Ci racconta la genesi del suo soprannome?
Mia nonna lo prese dalla Bibbia: il faraone. Ma era un nome ridondante e quindi fu cambiato in Farrell. Quando però da Los Angeles mi spostai a New York, iniziai a farmi conoscere come Pharoah e ho continuato a farmi chiamare così, con il nome che mi aveva dato mia nonna.

Uno dei suoi brani più belli è The Creator Has A Master Plan, con la splendida voce di Leon Thomas. Che ricordo ha di lui?
È vero, la sua voce era fantastica. Molto particolare. E ha influenzato molti cantanti venuti dopo di lui. Per The Creator Has A Master Plan ricordo che avevo scritto della musica. Lui l’ascoltò e subito dopo tornò con il testo. Era molto bello ma non era esattamente quello che volevo. Gli chiesi di modificarlo scrivendo qualcosa di più spirituale. Ci ritornammo su parecchie volte: fu qualcosa di molto laborioso. Così venne fuori The Creator Has A Master Plan.

 

Pharoah Sanders con Rob Mazurek - foto Maurizio Zorzi
Pharoah Sanders con Rob Mazurek – foto Maurizio Zorzi

Rob Mazurek, lei è coinvolto in molte formazioni, le più importanti delle quali sono i Chicago Underground e i São Paulo Underground: musica creativa, improvvisazioni, poliritmi. Qual è il feeling che lega questa musica a quella di un gigante come Pharoah Sanders?
PS: Sono un gigante?
RM: Alzati in piedi, fammi vedere. A parte gli scherzi sentivamo – perché non decido solo io, essendo il nostro un collettivo nel quale tutti esprimono la propria opinione – che il suono di Pharoah Sanders potesse sposarsi alla perfezione con la nostra musica. Facciamo un lavoro che potrebbe dirsi contestuale a quello di Pharoah. L’idea di far incontrare i nostri ritmi con il suo sound ci sembrava un sogno. Così gli telefonai e ci vedemmo, cercando di capire come potevamo incontrarci musicalmente. Tutto fu estremamente naturale: i ritmi brasiliani da un lato – non quelli oleografici: stiamo parlando di una sensibilità contemporanea in cui l’elettronica si fonde con il samba – e dall’altro improvvisazioni noise; al centro, il sax di Pharoah. Una musica che descrivere a parole sarebbe troppo riduttivo.

Pharoah, dove vive in questo momento?
Los Angeles.

Pharoah Sanders
La copertina di Spiral Mercury di Chicago & Sao Paulo Underground featuring Pharoah Sanders

C’è qualcuno dei suoi prossimi progetti del quale ci vorreste parlare?
PS: Non abbiamo progetti precisi. Con questi musicisti mi sento di fare musica liberamente: non intendo free jazz nella sua accezione più ortodossa ma qualcosa che ha a che fare con la possibilità di suonare in modo aperto, senza regole precise. Credo che loro provino la stessa cosa. C’è una grande intesa emotiva tra di noi, non solo musicale. Ci divertiamo molto.
RM: Ci vengono in testa un sacco di idee ed è incredibile constatare quanto tutti siano coinvolti in questo progetto. È un continuo proliferare di suoni, possibilità di nuovi intrecci, nuove formazioni. Speriamo che duri ancora per molto.

 

 

Nicola Gaeta