Jack DeJohnette: da Miles imparai ad aver fiducia nella musica

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Jack DeJohnette at bluenote in milan ph © roberto cifarelli
Jack DeJohnette - foto Roberto Cifarelli

Jack DeJohnette, per quale ragione ha deciso di riunire nel 2013 Muhal Richard Abrams, Roscoe Mitchell, Henry Threadgill e Larry Gray, i musicisti «Made In Chicago»? È stato difficile convincerli a tornare assieme? 
È accaduto in modo semplice, spontaneo. Nel 2013 sono stato invitato al Chicago Jazz Festival: era il luogo perfetto e il momento ideale per riunire tutti. Ognuno era felice e ben disposto all’operazione. Eravamo rimasti in contatto negli anni ma non si era presentata mai l’opportunità di suonare insieme.

Quali erano i rapporti con Mitchell e Threadgill nei primi anni Sessanta, quando frequentavate insieme il Wilson Junior College? Parlavate di musica? Suonavate insieme? 
Certo, parlavamo tanto di musica e suonavamo insieme ininterrottamente. Volevamo scoprire nuove strade per l’improvvisazione e per la composizione. In quel periodo eravamo tutti compositori e sperimentatori.

Cosa imparò lei allora da Mitchell e Threadgill? 
Ognuno di noi forniva le proprie idee agli altri: ciascuno cercava una propria voce individuale, una propria dimensione personale ma anche in senso collettivo. Muhal Richard Abrams rappresentava allora per noi una fortissima ispirazione: fu lui che contribuì a realizzare l’Aacm, l’Association for the Advancement of Creative Musicians, e a organizzare molte nostre esibizioni. Fu davvero molto il tempo che passammo tutti insieme. Poi, nel 1966, lasciai Chicago per trasferirmi a New York e, negli stessi anni ,tutti loro divennero voci importanti nella musica creativa. Ognuno di loro si è ritagliato uno spazio nella leggenda.

Cosa ricorda dell’insegnamento di Muhal? 
Muhal era ed è un musicista visionario, che stimola la tua ispirazione, sprona a trovare la propria dimensione, a esprimere se stessi. Spinge a dare il meglio di sé, crea situazioni in cui sviluppare la propria creatività. Questo ci aiutò molto a realizzare ciò che facemmo in seguito.

Lei è un maestro della batteria e lo ha dimostrato nei più svariati contesti stilistici: qual è il suo rapporto attuale con Muhal e gli altri suoi colleghi di Chicago?
È stato come se non avessimo mai interrotto la nostra relazione musicale e artistica. Ci siamo seduti insieme, abbiamo suonato le nostre composizioni e abbiamo improvvisato. Ci siamo divertiti: ecco tutto.

Henry Threadgill, Roscoe Mitchell, Jack DeJohnette, Larry Gray,, Muhal Richard Abrams,
Da sinistra Henry Threadgill, Roscoe Mitchell, Jack DeJohnette, Larry Gray e Muhal Richard Abrams

Una digressione: cosa ha imparato da Miles Davis?
Ad avere fiducia nella musica. Ho imparato a suonare ogni volta qualcosa di differente, a non ripetere due volte la stessa cosa.

A quel tempo, intorno al 1969, con Wayne Shorter, Chick Corea e Dave Holland stavate esplorando nuove vie nella musica. Nei concerti di Davis, quando lui vi lasciava a briglie sciolte esploravate percorsi avventurosi…
Penso che questo dipendesse comunque dall’influenza che Miles esercitava su di noi. Lui contribuiva a sviluppare le nostre voci individuali e il nostro dialogo musicale, la coesione d’insieme. Ci aiutò a diventare leader a nostra volta. Per noi fu un’ottima base di partenza. Persone come Muhal, Sun Ra, Eddie Harris, Betty Carter aiutarono tanti giovani a formarsi nella direzione musicale che mi piace… E non dimentichiamo John Coltrane e Sonny Rollins, che vivevano a New York ma erano spesso presenti a Chicago.

Secondo lei, cosa è importante per un batterista in una band? Qual è il suo ruolo?
Dipende dal tipo di musica ma, in ogni caso, il batterista dev’essere un musicista completo: deve essere un compositore e saper suonare altri strumenti per capire su più livelli cosa stia succedendo nella musica. Molti batteristi oggi sono anche compositori: apprezzo molto Terri Lyne Carrington, Cindy Blackman, Eric Harland, Bill Stewart, Nasheet Waits, per citarne soltanto alcuni.

Lei come compone? Come le arrivano le idee musicali?
Talvolta mi siedo alla batteria ma la maggior parte delle volte la cosa accade al pianoforte. Improvviso e registro. Riascolto e, se qualcosa mi cattura, ci lavoro su.

Lei ha detto che si può essere liberi sia all’interno di una struttura sia al di fuori di essa. Dentro e fuori in una prospettiva organica: è questo uno dei suoi obiettivi in senso musicale?
Certo, nel modo più assoluto.

Jack DeJohnette - foto Ugo Germinale
Jack DeJohnette – foto Ugo Germinale

Il trio con Keith Jarrett e Gary Peacock: come è possibile essere tuttora freschi e creativi?
È lo stesso orientamento che, come ricordavo, c’era con Miles: ci avviciniamo alla musica con la prospettiva di suonare qualcosa che non abbiamo mai suonato prima. Restiamo aperti a cose differenti e, nel contempo, lasciamo che la musica ci porti dove vuole lei. È una sorta di comunione con la musica.

Che qualità deve avere per lei un buon assolo di batteria?
Il modo di pensare dev’essere comunque quello del compositore, della composizione in tempo reale, tenendo conto di una struttura, di uno sviluppo espressivo ed emotivo. Sulla base di questi principi, semplicemente suono.

La sua è una carriera musicale molto lunga, intensa, ricca. Cosa sente di voler dire, ancora?
L’obiettivo è suonare al più alto livello possibile, tenendo d’occhio ciò che fanno musicisti di alta qualità come Ravi Coltrane, Dave Holland, Esperanza Spalding. Ora ho un trio con George Colligan alle tastiere e al pianoforte, Jerome Harris alla chitarra bassa e Don Byron come ospite. Oppure un gruppo con Ravi Coltrane ai sassofoni e Matthew Garrison al basso elettrico. Con queste formazioni sono stato anche in Italia, nel 2013 e nel 2014.

Giuseppe Segala