Filippo Vignato: una surreale declinazione d’intuizioni

Miglior nuovo talento del 2016, il trombonista veneto racconta la sua carriera artistica, che pur essendo ancora agli inizi è già molto densa

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Filippo Vignato
Filippo Vignato - © Giacomo Frison

Filippo Vignato, iniziamo dalla tua indiscussa vittoria nel Top Jazz. Onore? Onere?
È stata davvero una grande sorpresa e sono molto onorato di ricevere questo importante premio. Colgo l’occasione per ringraziare i giornalisti che hanno votato: la loro attenzione nei confronti del mio lavoro è la cosa che più mi fa piacere, al di là del risultato. Risultato da condividere in toto con Yannick Lestra e Attila Gyarfas, persone e musicisti davvero speciali. Credo che alla fine sia la musica a vincere, e senza i miei compagni non sarebbe stata la stessa. Vorrei inoltre dedicare il premio a tutti i colleghi con cui ho avuto e ho la fortuna di condividere la vita artistica.

Quale peso artistico attribuisci a un premio come il Top Jazz? Pensi che possa cambiare qualcosa per la tua carriera?
Credo sia molto importante che i musicisti siano riconosciuti per il proprio lavoro creativo. Ritengo stia qui l’importanza del premio: valorizzare un lavoro intellettuale per il suo interesse intrinseco, al di fuori di logiche commerciali.
Detto questo, è un riconoscimento che mi stimolerà a continuare sulla strada intrapresa. Non so dire se cambierà qualcosa per la mia carriera ma sono molto felice che il percorso fatto finora mi abbia portato fin qui.

A suo tempo hai preferito studiare al conservatorio di Parigi. Quali motivi ti hanno spinto a questa scelta?
Essenzialmente la voglia di confrontarmi con un ambiente diverso, per avere nuovi stimoli e punti di vista. Il CSNM, conservatorio superiore di Parigi, è un ambiente assai aperto, attentissimo alle avanguardie e nel quale la profonda interazione tra i dipartimenti (classica-jazz, musica antica-musica contemporanea, musiche improvvisate-composizione) è uno dei più importanti aspetti per la crescita creativa degli studenti, che è sempre messa in primo piano. Quella di Parigi è stata una parentesi successiva a studi precedentemente svolti in Italia nei conservatori di Ferrara e Rovigo, dove – al pari di molti altri conservatori italiani – nonostante la presenza di ottimi insegnanti e ottimi studenti, le carenze strutturali e le precarie condizioni di lavoro dei docenti rendono i corsi di studio (con le dovute eccezioni) spesso sconnessi e poco approfonditi.

Questa scelta ha cambiato la tua prospettiva di vita artistica?
Senza dubbio. È stato un percorso di crescita che mi ha aiutato ad espandere le mie possibilità espressive, a comprenderne le potenzialità e, soprattutto, a pensare e intendere la musica senza nette distinzioni di genere o categorie stagne, facendo invece un punto di forza della trasversalità. Ho potuto approfondire alcuni aspetti più «accademici» come la composizione e l’orchestrazione nel mondo della musica classica, che mi hanno permesso di allargare i miei orizzonti musicali. Detto questo, credo anche che la vera formazione di un musicista, soprattutto improvvisatore, avvenga sul palco, attraverso la condivisione con gli altri musicisti e con il pubblico.

In quegli anni hai collaborato con musicisti francesi?
Sì, ho collaborato con molti musicisti di diversi stili e vedute e con alcuni di loro collaboro tuttora, come il pianista Enzo Carniel, sia nel suo sestetto e con il duo Elongate; lo stesso Yannick Lestra che fa parte del trio di Plastic Breath; Ariel Tessier, batterista, presente nel nuovo trio che abbiamo ideato con Francesco Diodati.

Rebel Band, MOF, Omit Five e ora il trio a tuo nome. Cosa è cambiato nella tua musica?
MOF e Omit Five sono due gruppi collettivi, nati rispettivamente nel 2008 e nel 2010 (ed entrambi attualmente in pausa per i numerosi impegni di ognuno) che hanno avuto per me grandissima importanza. Ho potuto, in un clima di grande entusiasmo e una certa spensieratezza un po’ naïf, sperimentare le mie prime composizioni e il lavoro che sta dietro la registrazione di un disco. In particolare, con i MOF, l’uso di filtri ed effetti sul mio suono. Tutte occasioni di crescita che hanno contribuito non poco all’idea di formare un mio trio. La Rebel Band di Giovanni Guidi è stata un’esperienza completamente diversa, da sideman, ma altrettanto importante, iniziata nel 2012 per sostituire Mauro Ottolini e che è tuttora attiva. Venire a contatto con straordinari musicisti come Giovanni, Dan Kinzelman e tutti gli altri «ribelli» mi ha folgorato, facendomi tra le altre cose scoprire la musica di Abdullah Ibrahim e Chris McGregor e, soprattutto, proiettandomi in un modo di pensare l’improvvisazione e l’uso della stessa in rapporto alla musica scritta più libero e profondo.

Plastic Breath Filippo Vignato
La copertina dell’album di Filippo Vignato Plastic Breath

Parliamo di «Plastic Breath» e, in particolare, merita attenzione proprio il titolo e la sua metafora.
La prima volta che mi sono venute in mente le parole Plastic Breath lavoravo a un brano per orchestra sinfonica per un concerto del conservatorio di Parigi. Per accompagnare un tema largo e melanconico ho inserito dei ripetuti glissando incrociati tra i primi e i secondi violini, suonati con la tecnica degli armonici artificiali che rende il suono lontano e trasparente: perfetto per evocare l’atmosfera, lo scenario suggerito dalla melodia. Il risultato, una sorta di eco di un mantra lento e spettrale, suonava come un respiro artificiale, scandendo il tempo e dando al contempo la sensazione di un’atmosfera immobile, surreale. Il concetto nasce da qui, da un’idea di un suono alterato per una musica evocativa, a tratti molto consonante e a tratti ruvida ma sempre fortemente legata al momento presente. Plastic Breath contiene numerosi rimandi in questo senso: un’idea di musica come trasfigurazione di un flusso emotivo più che come esecuzione in senso stretto, dove il respiro diventa suono e il suono alterato da filtri ed effetti diventa suono artificiale, trasformandosi in un respiro plastico che ha preso forma per poi cambiarla nell’istante successivo. Mi sono sentito ben descritto nelle parole di Alessandro Hellmann, che ha sintetizzato il disco come una «surreale declinazione di intuizioni al tempo presente».

Nove brani tutti originali, nessuna cover o brano standard. Qual è il tuo rapporto con gli standard del jazz?
Credo nell’origine popular (nel senso più nobile del termine) delle canzoni di Broadway, credo nell’importante eredità contenuta nelle versioni dei grandi maestri ma allo stesso tempo ritengo che il jazz, come del resto molte altre forme d’arte, sia una musica mutevole e fortemente legata al contesto storico, culturale e sociale del quale si nutre ed attraverso il quale si esprime: dal mio punto di vista credo che in questo senso gli standard siano un po’ de-contestualizzati dal nostro oggi. In ogni caso adoro gli standard e mi piace suonarli con attenzione e parsimonia, trattandoli come un materiale musicale elastico e malleabile.

Se dovessi descrivere il tuo disco con tre aggettivi, quali utilizzeresti?
Cangiante, spontaneo, imprevedibile.

Una formazione insolita. Come è venuta fuori?
Cercavo una formazione che potesse coniugare la dimensione acustica e quella elettrica, una grande libertà improvvisativa e un suono che potesse essere tanto compatto e solido quanto etereo e astratto. Non avrei potuto trovare dei musicisti più adatti di Attila e Yannick per realizzare ciò che avevo in mente: la loro sensibilità, capacità di astrazione e profondità emotiva mi sorprendono ogni volta.

Filippo Vignato Trio
Filippo Vignato Trio

Suoni elettronici, linee di ostinato, il tuo trombone che intona melodie, rotture ritmiche, armonizzazioni avanguardistiche, folate di rock ma anche atmosfere oniriche e rarefatte. Ti senti un jazzista?
Attraverso la musica mi limito ad esprimere quello che sento e che vivo ogni giorno, rielaborandolo in maniera urgente e diretta, senza troppe riflessioni a priori. Credo che il jazz sia anche questo, ma non sta a me dire ciò che è o non è jazz o ciò che distingue un jazzista. Allo stesso tempo non credo a coloro che categorizzano il jazz come una musica canonizzata entro precisi stilemi stilistici o estetici, qualsiasi essi siano.

Ti senti, musicalmente parlando, più europeo o statunitense?
Non ci ho mai pensato, ma istintivamente direi europeo. È vero che la mia generazione ha visto superare i confini fisici dalla globalizzazione culturale dell’era di Internet, ed effettivamente esistono, almeno in Europa, diverse frontiere fisiche in meno rispetto a soltanto trent’anni fa. Mi piace sentirmi europeo come cittadino, prima ancora che come musicista, e sono piuttosto sicuro che molti miei coetanei provano lo stesso sentimento.

Il trombone è stata la tua prima scelta quale strumento musicale?
Sì! In famiglia c’era un trombone (lo suonava mio padre) e ne sono stato irrimediabilmente attratto, nonostante gli avvertimenti paterni!

Filippo, tu sei giovane. Ma è vero che il jazz allontana i giovani? C’è qualcosa di sbagliato nel sistema che finisce per tenere i giovani lontani dai luoghi del jazz?
Credo che ad allontanare i giovani non sia il jazz bensì l’idea del jazz che spesso alberga nella testa delle persone (giovani e meno giovani): ovvero quella di una musica d’élite, difficile, auto-referenziale e sostanzialmente noiosa. Che poi è la stessa cosa che si pensa della musica classica o della musica contemporanea, e ovviamente non vera in nessun caso ma dettata da una scarsa diffusione mediatica della musica «non commerciale» (passatemi il termine: non ho nulla contro), da una scarsa educazione musicale e all’ascolto nelle scuole primarie, insomma in generale poca sensibilizzazione. Eppure mi è capitato di avere tra il pubblico persone completamente digiune di musica ma entusiaste, divertite ed emozionate dal concerto, che magari era un concerto di improvvisazione libera apparentemente molto «difficile». Insomma, non credo sia un problema della musica o dei giovani, ma semplicemente sarebbe necessario far avvicinare le due cose. I festival, i teatri, i club e, in generale, i luoghi dove si fa musica non aiutano in questo senso, puntando (giustamente, dal loro punto di vista) a un solido target di fedeli appassionati, piuttosto che provare ad attirare un pubblico diverso e/o più giovane.

Quali sono i tuoi trombonisti di riferimento?
Sono moltissimi: mi vengono in mente Lawrence Brown, Tricky Sam Nanton, J.J. Johnson, George Lewis, Paul Rutherford, Roswell Rudd, Ray Anderson e, tra i più recenti, Samuel Blaser e Gianluca Petrella. Tuttavia il mio più grande riferimento, non solo come trombonista, è il compianto Albert Mangelsdorff: un gigante, musicista e uomo di spessore inarrivabile, per me un’inesauribile fonte di ispirazione.

E la tua musica di riferimento?
Non ho una musica di riferimento: mi muovo senza problemi tra Debussy e i Nirvana, Miles Davis e John Cage, Aphex Twin e Jimmy Giuffre passando per Tupac Shakur, Šostakovič, Ornette Coleman, Bach, Duke Ellington, Charlie Haden, Luciano Berio, Radiohead, Igor Stravinsky. Potrei continuare all’infinito!

Sempre musicalmente parlando, hai mai fatto qualcosa di cui non sei orgoglioso?
Nella mia esperienza di musicista, per contingenze o esigenze lavorative, mi è capitato di fare dei lavori meno soddisfacenti dal punto di vista musicale e/o creativo, ma credo faccia in qualche modo parte del gioco. Personalmente mi sforzo perché le collaborazioni in cui sono coinvolto siano stimolanti, creative e possano fare crescere il mio bagaglio artistico.

Cosa è scritto nella tua agenda?
Nei primi mesi del 2017 sarò impegnato in concerti con Rosa Brunello y Los Fermentos, il quintetto di Ada Montellanico, il nuovo trio con Francesco Diodati e Ariel Tessier, Zeno De Rossi Zenophilia, Piero Bittolo Bon Bread&Fox; oltre, naturalmente, nel proseguire l’attività del mio trio, che trova dal vivo la sua dimensione ideale. I progetti per il futuro sono molti e alcuni molto concreti, ma è ancora presto per parlarne.

Alceste Ayroldi