Montreux Jazz Festival, prima parte

La cinquantatreesima edizione del festival svizzero ha visto in scena tanti big, ma anche molte novità delle quali sentiremo parlare.

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Montreux, 28 giugno-13 luglio
Se c’è una difficoltà al Montreux Jazz Festival, è tenere il passo a tutti i concerti disseminati nella giornata. Un botto di artisti da ogni parte del mondo e d’ogni estrazione musicale. Sì, d’ogni estrazione musicale, perché il festival svizzero, tra i più famosi nel mondo, non annovera solo jazzisti – secondo l’accezione da purista del termine -, ma è un contenitore musical-culturale d’ampio respiro. Ciò premesso, i perni della cinquantatreesima edizione sono stati i farewell concerts di Elton John, Joan Baez e Anita Baker, che fanno coppia con la presenza – oramai storica – di Quincy Jones, al quale è stata dedicata la giornata conclusiva (13 luglio), con un concerto da incorniciare per architettura musicale e presenza scenica, visto che alla Sinfonietta di Losanna diretta da John Clayton si sono succeduti e affiancati Ibrahim Maalouf, Jon Batiste, Lauren Jauregui, Jonah Nilsson e Sheléa, con la partecipazione straordinaria dello street dancer Salif Gueye; insomma tutti protégée di Quincy Jones, il cui fiuto formidabile da talent scout fa parte della storia della musica. Quattro i segmenti musicali orditi dall’ottantaseienne compositore di Chicago, attinti dal suo vasto canzoniere: The early years, con In The Heat Tonight, You Don’t Own Me, Soul Bossa Nova, tra gli altri; Hit’s in the 80’s, da far saltar giù dalla sedia (per i pochi seduti, visto che il parterre era per la maggior parte già in piedi) con Give Me The Night, Stomp e la dirompente Ai No Corrida a far da traino; Mj and off the wall – con la direzione di Jules Buckley – che ha continuato l’ondata dance con i «riempi pista» Don’t Stop Till You Get Enough, Rock With You e Off The Wall. E la quarta sezione interamente dedicata al suo pupillo Michael Jackson: Thriller and Bad, che ha tenuto in scacco la platea disseminando bombe musicali da Beat It alla conclusiva Thriller, passando per Billie Jean, Human Nature e I Just Can’t Stop Loving You.


La chiusura è col botto. Chi scrive ha assistito ai concerti (alcuni, in assenza di ubiquità) nella settimana dall’8 al 13 luglio. Ma il programma dei giorni precedenti era altrettanto ricco e policromo: da Elton John a Sting, da Janet Jackson a Joan Baez, da Faouzia a Julien Baker, da Bobby McFerrin a Ivan Lins, da Billy Cobham a Yann Tiersen, da Robben Ford a Fatoumata Diawara, da Lewis Capaldi a Cat Power, dagli ZZ Top a Slash, giusto per fare alcuni nomi rispetto al fastoso programma posto in essere dal geniale, attivo e sempre in prima linea Ceo Mathieu Jaton, eccezionale anche nel mettere in piedi una macchina organizzativa senza pari, fatta di giovani attenti, preparati, poliglotti, precisi e puntuali come è raro trovare in circolazione. Il Media Center, luogo d’incontro e di riferimento del festival, è una sorta di faro grazie al nutrito gruppo di addetti la cui disponibilità è solo uno dei tanti pregi.
Tanti i luoghi dei concerti: il prestigioso e capiente auditorium Stravinski; il Montreux Jazz Club (capace di ospitare circa seicento persone); il Lab, contenitore dall’aspetto di discoteca; La Coupole, dove si sono tenuti alcuni dei concerti free entrance; il parco, anche questo sede di concerti a ingresso libero, dove si sono esibite orchestre e large ensemble sin dal pomeriggio e che ha visto protagonista l’11 luglio l’elegante e interessante gruppo italiano di electro-swing Anèt; a ingresso libero anche gli appuntamenti del Liszto Club, una vetrina per giovani talenti molti dei quali svizzeri e francesi, alcuni dei quali sinceramente interessanti, come la venticinquenne cantautrice belga Claire Laffut, la chansonnier parigina Alice et moi; la Terrasse Ibis Music, altra bacheca per giovani musicisti come Naya, Barry Moore, Charlie Winston, sempre free come El Mundo. A tanta carne a cuocere, si aggiungano treno e nave della musica dove hanno giganteggiato bluegrass, blues, rockabilly, dixieland, rock e funk.


L’8 luglio è stata la giornata de The Chemical Brothers, che hanno incendiato il parterre dell’auditorium  Stravinski con le loro alchimie elettroniche tra minimalismo e techno, preceduti dalle misture industrial di Wolgang Flür, già fondatore dei Kraftwerk. Il Montreux jazz club, invece, si è addobbato dei finimenti dell’highlife africano prima con il gruppo di Gyedu-Blay Ambolley, che ha rispolverato alla memoria di tutti quali siano stati i punti fermi del funk, incastrando la prosodia ghanese, i ritmi africani, il groove rhythm and blues con torridi assolo e una sezione fiati scoppiettante. A seguire il progetto afro-pop-gospel dei maliani non vedenti Amadou & Mariam accompagnati da un gruppo storico, quello de The Blind Boys of Alabama.


Il Lab, invece, si affollava di giovani intorno al vincitore del festival di Sanremo Mahmood, che ha riscosso un successo senza precedenti, prima di osannare la multidimensionale star Rita Ora, capace di ottenere eccellenti risultati come testimonial di alcune delle più ricercate griffe mondiali, stamparsi nella memoria dei cinefili amanti di Cinquanta sfumature di grigio e abile nel far muovere le folle intorno alla sua musica annoverabile nel gran calderone del commerciale, con alcune fettine di soul, spruzzate funky, abbondanti vibrazioni dance da lei e dai suoi ballerini eccellentemente rappresentate in presa diretta.


Giornata ricca di memoires il 9 luglio, quando allo Stravinski ci sono i Tower of Power ad aprire il concerto di Tom Jones: un leone sul palco che ruggisce con una potenza capace di snellire i suoi quasi ottant’anni. Bruciante come pochi, entertainer della prima ora, stiloso ma non affettato, ibrida blues, rock e country con la forza d’urto di un’orchestra che sa declinare anche il migliore rhythm and blues.


Dall’altra parte, poco prima dell’artista gallese, c’è un altro pezzo di storia della musica: Joe Jackson che fa sold out al jazz club con la sua schiva eleganza e un repertorio ricercato. Jackson fa capire, fin da subito, che non sarà esclusivamente un revival di «Night and Day» e «Body and Soul»: il musicista inglese attinge anche ai serbatoi più recenti, come «Fast Forward» e il recentissimo «Fool», ma incornicia una versione di Steppin’Out eseguita con attenzione filologica agli strumenti utilizzati nel 1982, con tanto di drum machine del 1979 e glockenspiel. «Non avrei potuto suonare questo brano altrimenti, se non ricostruendo il suono primigenio», spiega Jackson; e gli applausi – e qualche lacrimuccia – del pubblico salutano la maiuscola performance di un artista sine die.


Il farewell concert di Anita Baker è l’evento clou del 10 luglio, ma il pubblico non si affanna ad affollare l’auditorium Stravinski, sbagliando perché la vincitrice di otto Grammy Awards è in splendida forma (non del tutto quella fisica, vista la sua accentuata zoppia) e parte a spron battuto con una versione al fulmicotone di Lady Marmelade, corroborata da un gruppo ruggente di nove elementi, per poi declinare alcuni suoi successi, tra rhythm and blues, soul e funk d’altri tempi. La sua voce svetta potente, su di un registro molto esteso, con grazia scioltezza ed energia anche nei tempi medi e lenti, come nelle suadenti note di Giving You the Best That I Got o in quelle raffinate di Sweet Love.


Dall’altra parte, al jazz club, si incrociano in successione due artisti un tempo appartenenti alla stessa scuderia: prima la fisarmonica di Vincent Peirani con Emile Parisien, Yoan Serra, Julien Herné e Tony Paeleman; a seguire la magistrale prova della cantante franco-coreana Youn Sun Nah, con Tomasz Stefan Miernowski alla chitarra e alle tastiere e Rémi Vignolo al contrabbasso e alla batteria. Il minimalismo è solo apparente, sia perché i musicisti riempiono lo spazio sonoro con deciso vigore, sia perché la voce di Youn Sun Nah arriva come un tuono a lacerare il religioso silenzio del parterre. La cantante e autrice sud coreana presenta il suo ultimo lavoro discografico «Immersion», tra brani autografi e cover impiattate con una salsa freschissima e spregiudicata, come Mercy Mercy Me e You Can’t Hurry Love. La standing ovation la dice lunga su quanto il pubblico del Montreux abbia gradito una performance per palati raffinati.
Alceste Ayroldi