«Italian Spirit». Intervista ad Alessandro Collina e Marco Vezzoso

Un dialogo fitto e intenso intorno ad alcune pietre miliari della canzone italiana. Ne parliamo con i protagonisti.

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Alessandro Collina e Marco Vezzoso Foto di Paola Sibona

Come è nata l’idea di «Italian Spirit»?
M.V. «Italian Spirit» è il frutto di un’intensa riflessione artistica e vuole sancire una volta di più il sodalizio musicale con Alessandro. In aprile 2019 abbiamo partecipato alla prima edizione del festival jazz europeo di Canton in cui rappresentavamo l’Italia, ed è proprio in quell’occasione che abbiamo proposto, oltre ad un repertorio originale da me composto, anche dei brani italiani contemporanei che potessero rappresentare l’Italia di oggi. Dopo il grande successo e l’apprezzamento del pubblico per noi è stata un’evidenza continuare su questo nuovo filone e registrare così il disco nel settembre scorso.

Immagino che abbiate messo in conto anche tutte le critiche dei più estremisti jazzofili che criticheranno tale scelta. Cosa rispondete alle eventuali critiche?
M.V. Come qualsiasi tipo di progetto musicale siamo consapevoli che Italian Spirit non farà l’unanimità soprattutto per gli amanti del bebop. Abbiamo voluto riproporre le nostre radici che in quanto italiani non sono sicuramente bebop. Questo disco è infatti un mix di generi che vanno dal jazz alla musica classica passando per il pop e la musica etnica, un miscuglio proprio della tradizione jazz.

Come avete proceduto alla selezione dei brani in scaletta?
A.C. Ho qualche anno in più di Marco e mi sono permesso di segnalargli dei brani sicuramente di forte impatto per la mia generazione che ha vissuto anni particolarmente difficili, gli «anni di piombo». Il terrorismo imperversava e fortunatamente la musica, le canzoni, i testi aiutavano ad uscire per qualche momento da una una quotidianità piuttosto triste e preoccupante. Ho cercato di tornare indietro nel mio passato e di canticchiare le canzoni che più avevano fatto breccia in un giovanissimo studente di pianoforte: a undici anni la musica mi sembrava davvero un gran bel nascondiglio e rifugio! Ho ritrovato così delle melodie che ben si potevano adattare al nostro modo di suonare. Marco ha saputo trasferire la magia di quei testi col puro suono della tromba.

E in fase di arrangiamento? C’è stato un brano più ostico nel piegarsi al jazz?
A.C. Gli arrangiamenti hanno sicuramente risentito delle nostre esperienze più recenti: i lunghi viaggi, le tournee lontane, gli incontri con persone di paesi così diversi dall’Italia hanno rappresentato un caleidoscopio di esperienze che ben si sposano con la filosofia di «Italian Spirit»: essere italiano nel mondo, esportare la musica italiana anche più recente, in paesi lontani. Passando dal Giappone alla Cina, dall’Indonesia alla Malesia, ci siamo davvero resi conto e consapevoli del «power» del Made in Italy! Forti di questo abbiamo lavorato nella definizione di ogni particolare e dettaglio degli arrangiamenti del nostro disco.
M.V. Sicuramente l’impronta strutturale di Italian Spirit è jazz in quanto ci sono ampi momenti di improvvisazione, ma personalmente mi piace pensare alla musica come un linguaggio universale e ai vari stili come accenti diversi della stessa lingua. La nostra scommessa è soprattutto di cercare di creare un nuovo filone artistico che possa avvicinare il grande pubblico alla musica strumentale mescolando pop, rock, world music e musica classica. Noi amiamo la musica fatta bene, di qualunque stile sia, e credo che questo si percepisca in «Italian Spirit», che mi piace definire un disco strumentale, ma senza etichetta di stile.

Invece, qual è il brano che ritenete, già all’origine, molto jazz?
M.V.  Per me Sally, in quanto le frasi del tema intercalate da silenzi tra maggiore e minore ha decisamente un sapore jazz. Appena Alessandro mi ha proposto questo brano in mente avevo già il suono della sordina harmon che secondo me lo rende ancora più jazz.
A.C. Per me invece è A me me piace o blues. È noto che Pino Daniele fosse un amante del jazz e infatti in tutti i suoi brani c’è un non so che di jazz o di blues, come in questo caso.

Secondo voi, la canzone italiana ha sempre avuto le potenzialità per fronteggiare la canzone americana e, quindi, diventare uno standard jazz?
M.V. Credo che a livello melodico la musica italiana non abbia niente da invidiare alla musica d’oltreoceano e di questo ce ne accorgiamo solamente nel momento in cui usciamo dall’Italia e percepiamo il livello di ammirazione che un paese così piccolo ha a livello mondiale.
A.C. – Storicamente gli standard jazz erano delle canzoni scritte da compositori in diverse circostanze e per diverse opere musicali e teatrali non propriamente jazz. Con Italian Spirit abbiamo fatto esattamente quello che i grandi del jazz fecero nel secolo scorso, cioè servirsi delle canzoni popolari conosciute da tutti e stravolgerle in modo assolutamente libero, in modo appunto jazz, senza costrizioni o etichette formali.

Marco Vezzoso e Alessandro Collina
Foto di Luciano Rosso

Undici brani in scaletta, se vi fosse stato posto per un dodicesimo, quale sarebbe stato?
A.C. Difficile dirlo, infatti ci siamo accorti che ne abbiamo lasciato da parte parecchi e per questo motivo c’è la volonta di proseguire. Italian Spirit è quindi un progetto destinato a continuare.

Il vostro lavoro esce in un momento storico sicuramente non favorevole. Avete programmato qualche presentazione in streaming?
M.V. Sì, diciamo che è abbastanza frustrante pubblicare un disco e non poterlo presentare live, a maggior ragione perché avevamo preparato delle belle sorprese.
A.C. Per quanto riguarda lo streaming ci stiamo pensando, siamo in trattativa, ma il fatto che Marco abiti in Francia complica non poco l’organizzazione.

A proposito dello streaming, cosa ne pensate?
M.V. Personalmente sono molto attento e appassionato a tutte le nuove tecnologie e ne usufruisco in pieno. Trovo che nella maggior parte dei casi ci semplifichino e migliorino la vita. Detto ciò, sono però sempre più convinto che niente potrà mai rimpiazzare la musica live.
A.C. Concordo, la musica dal vivo ha e avrà sempre un valore aggiunto, eleva lo spirito di tutti i partecipanti: pubblico e artisti.

La situazione determinata dalla pandemia, pensate che potrà cambiare la percezione della musica al pubblico?
M.V. Credo fortemente che renderà il legame tra gli artisti e il pubblico più forte che mai. Gli artisti hanno bisogno del pubblico per esprimersi al meglio e dare loro il 110%, mentre il pubblico ha bisogno di percepire l’energia e la sinergia scaturita sul palco. Come detto prima, gli streaming non rimpiazzeranno mai la musica dal vivo e se mentre all’inizio del lockdown non ne ero così convinto, ora lo sono in pieno.

Voi, come state vivendo questo periodo?
M.V. Il periodo ovviamente è complicato e frustrante, non è mai piacevole avere il divieto di fare ciò che amiamo, cioè stare su un palco. In ogni caso questo periodo è molto proficuo a livello di scrittura e composizione e con Alessandro stiamo preparando un album di inediti con ospiti internazionali che vedrà la luce tra alcuni mesi. Inoltre, essendo insegnante presso il conservatorio nazionale di Nizza e coordinatore del dipartimento jazz, diciamo che non ho molto tempo per annoiarmi.
A.C. Io invece ho riscoperto il piacere di ascoltare musica (di ogni genere, ma anche repertori di musica classica meno noti) leggere testi di storia, imparare nuove lingue. Effettivamente il periodo è particolare, ma rimaniamo positivi perché consapevoli che senza musica il mondo sarebbe molto più triste di quanto già non sia. Continuiamo a fare il nostro lavoro con passione e con consapevolezza che prima o poi ritorneremo a suonare dal vivo. Proprio alcuni giorni fa il nostro manager in Cina ci ha dato segni di ripresa delle attività nel 2021 e ci stiamo preparando per allora.

Alessandro Collina e Marco Vezzoso
Foto di Luciano Rosso

Come vi siete conosciuti e perché avete iniziato a collaborare?
M.V. La nostra collaborazione nasce nel 2014, quando ho incontrato Alessandro durante un concerto in Francia. Poco dopo abbiamo registrato il mio primo album composto da brani originali che avevo scritto per l’occasione, tra cui un brano a cui sono molto legato, “Resta In Camera Bi”, che è la sigla del programma di Radio Rai 1 “Tra poco in Edicola”.  Da quel momento in poi è iniziata la nostra avventura che ci ha portato nel 2015 in Giappone, nel 2017 in Cambogia, Indonesia e ancora Giappone, nel 2018 in Malesia e nuovamanete in Indonesia e nel 2019 per ben due volte in Cina.

Quali sono stati i passaggi che ritenete fondamentali nella vostra vita artistica?
A.C. Quanti bei ricordi! Beh sicuramente il mio primo grande mentore è stato Paul Jeffrey, incontrato e conosciuto grazie a Giampaolo Casati. Mi ha regalato grandi opportunità: suonare per tutta Europa con l’ultimo tenorista di Monk e non solo, poter registrare un album di brani del leggendario Sphere «We See-Thelonius Monk Tribute». Poi un secondo altro grande incontro è avvenuto in Francia con i fratelli Louis e Philippe Petrucciani, che mi hanno permesso di conoscere e interpretare la musica di un mio idolo: Michel Petrucciani. L’ultima straordinaria esperienza è quella col progetto On Air, trio composto con i miei grandi amici Marc Peillon e Rodolfo Cervetto. Insieme abbiamo registrato dischi con grandi solisti americani e italiani, tra cui Andy Gravish, Michael Campagna, Fabrizio Bosso, Max Ionata e Mattia Cigalini. Mi riempe di orgoglio il risultato raggiunto in particolare dal progetto «Michel on air»: ha ottenuto quattro stelle dalla rivista Downbeat, inserito dalla medesima tra i migliori album del 2015 e arrivati al 28 posto nella classifica americana. What else?
M.V. Personalmente la mia carriera ha avuto una svolta nel preciso momento in    cui mi sono trasferito in Francia. Qui a Nizza mi sono realizzato a livello professionale nelle mie due passioni, l’insegnamento e la musica live. Dal 2012 sono professore di tromba jazz e coordinatore di uno dei più longevi dipartimenti jazz di Francia, cosa che mi rende sicuramente fiero ma mi impone grandi responsabilità. Dal 2012 in poi mi sono dedicato in modo più continuativo alla composizione e da allora ho pubblicato 3 album di inediti più un altro in arrivo tra cui l’ultimo «14/7 Du Cote De L’art» al quale sono molto legato in quanto è dedicato agli attentati di Nizza del 2016 in cui ero presente. Dirigo stabilmente la big band del conservatorio che si è prodotta e si produrrà ancora in tutta la Francia, oltre che un ensemble di ottoni più percussioni presso l’Operà di Nizza. Altro step importante della mia carriera è stato nel 2014 l’incontro con Paolo Fresu, prima a Nizza (durante un suo concerto con il Devil Quartet) e poi a Nuoro. Per me Paolo Fresu è sempre stato fonte ispirazione e quando proprio uno dei miei idoli definisce il nostro ultimo album: «un tassello di una vasta composizione emozionale», non può che rendermi felice e orgoglioso.

Cosa è scritto nell’agenda di Alessandro Collina?
Mi auguro di ripartire al più presto, il viaggio è per me (ma immagino anche per tutti i miei colleghi musicisti) condizione indispensabile per ritrovare davvero la normalità del nostro vivere, poter risalire sul palco e ricreare quella magia che solo un concerto sa darti!

Cosa è scritto nell’agenda di Marco Vezzoso?
Ho scritto a caratteri cubitali «ottimismo»! Voglio credere ad un futuro molto prossimo in cui potremmo continuare a viaggiare e a suonare in giro per il mondo. Abbiamo molti progetti live soprattutto in Francia, paese che mi ha adottato artisticamente, che stavano crescendo e che continueranno a farlo quando la situazione sanitaria lo permetterà. Se tutto va bene tra alcune settimane in Francia riapriranno i teatri e vogliamo credere in una nuova ripartenza.
Alceste Ayroldi