Ha un futuro, la Liberation Music Orchestra?

Con la pubblicazione di «Time/Life» si conclude l'esperienza delle Liberation Music Orchestra così come l'abbiamo conosciuta per decenni. Che cosa succederà adesso?

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Per un curioso gioco del Caso, il nuovo disco della Liberation Music Orchestra è stato pubblicato mentre era in crescendo la più sconcertante campagna elettorale che gli americani ricordino. Dopo avere seguito il secondo dibattito Clinton-Trump, lo scrittore Jonathan Franzen ha dichiarato di essersi sentito come se «mi avessero puntato contro un idrante investendomi per un’ora e mezza con acqua di fogna». Il ritorno della LMO, avvenuto anche sulle scene, rappresenta in questo senso acqua pulita: come se la semplice esistenza del supergruppo nato poco meno di mezzo secolo fa ci tranquillizzasse ripetendoci che «questa non è America»: This Is Not America, come diceva la canzone di Pat Metheny, Lyle Mays e David Bowie entrata nel repertorio della band all’epoca della sciagurata presidenza di Bush junior.

La Storia – è ovvio – non si fa con i «se». Tuttavia non è difficile immaginare che «se» fosse stato vivo Charlie Haden, fondatore dell’orchestra insieme a Carla Bley, sicuramente un democratico come lui avrebbe trovato il modo con la LMO di dire la sua circa l’attuale situazione politica degli Stati Uniti. Ma Haden se n’è andato nel 2014, e questo «Time/Life» resterà il suo canto del cigno.

Liberation Music Orchestra 2015

Il contrabbassista è presente solo in due dei cinque brani, quelli registrati dal vivo ad Anversa il Ferragosto del 2011 (altri appaiono nel bootleg «Live in Belgium» che circola in rete da diversi anni, anche se la data spesso riportata è posteriore di una settimana). Gli altri tre pezzi di questo emozionante disco sono stati realizzati in studio a New York all’inizio del 2015, con Steve Swallow al posto dell’indimenticabile fondatore. Se proprio vogliamo trovare il pelo nell’uovo, forse è questo: nella musica della LMO il basso elettrico risulta – parere del tutto personale – meno intenso del contrabbasso, anche se fu proprio Haden, già malato, a indicare in Swallow la persona più adatta a succedergli. Dal vivo, poi, ha prevalso per ora lo strumento acustico, sul quale si alternano due allievi di Haden: Scott Colley e il polacco Darek Oles.

«Time/Life» esce con il sottotitolo Song For The Whales And Other Beings, «Canto per le balene e altri esseri». Nelle note di copertina Carla Bley, che ha scritto le partiture e affiancato la vedova Ruth Cameron Haden nella produzione del disco, ricorda che «Charlie si sentiva spinto a realizzare album con la LMO solo quando era infuriato nei confronti del sistema politico. Ma anche con Obama in carica diventò sempre più arrabbiato a causa dei continui crimini contro l’ambiente». «Time/Life» è nato da questo sdegno: Haden era giustamente convinto che la vera battaglia politica dei nostri giorni è quella ambientalista. Nel suo brano che conclude l’album, il concitato Song For The Whales, lo si sente mentre evoca con il contrabbasso i versi dei cetacei e, nel finale, mentre spiega con dolcezza al pubblico l’importanza di sentirsi parte della natura. L’apertura del cd è invece affidata a Blue In Green, una delle perle del disco di Miles Davis «Kind Of Blue». Haden lo amava, tanto da averlo inserito anche nel repertorio del Quartet West; ma stavolta per lui contavano i colori del titolo: blu e verde li vedeva come una meravigliosa caratteristica del nostro pianeta. L’arrangiamento è sontuoso, come se la storica versione di Miles, tutta trattenuta nella sordina della tromba, fosse un bozzolo che Carla Bley ha poi fatto schiudere e infine spalancare in un affresco grandioso dal quale emerge il pathos dei solisti Michael Rodriguez, Haden e Chris Cheek.

La formazione del disco è quasi identica a quella che nel 2004 aveva registrato «Not In Our Name». Si parlava prima di «supergruppo», che forse è una parola grossa per l’organico attuale della band. Tuttavia, i momenti solistici hanno il cuore in mano e la coesione è egregia. Direi che «Time/Life» suona come un disco di Carla Bley nello spirito di Haden. L’arrangiatrice ha saputo portare in fondo il progetto che il suo sodale non era riuscito a ultimare, conferendogli compattezza ed equilibrio. Sembrano passati anni luce dal primo album della LMO, che si giovava di un’epoca jazzistica in ebollizione e allineava impavidi nomi storici dell’avanguardia: una band un poco approssimativa sul piano formale ma insuperabile negli slanci solistici e battagliera. Jazzisticamente parlando, i nostri sono tempi di riflessione (anzi, il jazz è una delle poche aree protette dove le opinioni superano i 140 caratteri…). Questi tempi, «Time/Life» li rispecchia in pieno. La ricercatezza delle partiture ha un obiettivo ben preciso: toccare con semplicità il cuore delle persone. È assai probabile che anche chi non conosce il jazz riuscirà a trovare emozioni profonde in questa musica e nelle sue parti improvvisate. L’ultima edizione della Liberation Music Orchestra, insomma, sta dalla parte delle passioni tranquille più che da quella delle sperimentazioni.

I brani sono accomunati dall’ampio respiro, dal lento incedere delle performance, dalla pienezza dei suoni e dalla dolente fierezza che accompagna i tre temi scritti dalla Bley: Time/Life, Silent Spring (ispirato all’omonimo libro di Rachel Carson, pietra miliare dell’ecologismo) e il già noto Útviklingssang. In tutti e tre l’autrice affida alla batteria il compito di indicare il passo, come in una banda di paese impegnata in una processione.

C’è ora da domandarsi se la Liberation Music Orchestra avrà un futuro. Andrebbe considerata patrimonio dell’umanità, però Charlie non c’è più e Carla veleggia verso gli ottantun anni. L’unica speranza è Ruth Cameron, che ha dimostrato di sapersi muovere bene sul piano organizzativo: non faticherebbe a trovare jazzisti sensibili e pieni di buona volontà.

Giuseppe Piacentino