José James: un cantante jazz per una generazione hip hop

Il suo stile, estremamente volitivo e originale, non ha mai deluso in nessuno dei suoi sei dischi finora editi e promette di non deludere neanche nel settimo, in uscita a marzo per Capitol Records.

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Fino a una decina di anni fa sarebbe stato impossibile immaginare un jazzista che si presenta sul palco con la maglietta dei Nirvana, una chitarra elettrica e un set di batteria che di solito si usa per l’hip hop, per cantare canzoni strutturalmente più simili a quelle in cima alle classifiche che alle composizioni di John Coltrane. Grazie a una manciata di giovani artisti come José James, però, tutto questo non è più considerato una contraddizione in termini. Nato e cresciuto nella Minneapolis di Prince, con riferimenti che inizialmente spaziavano dal rap al soul, nell’adolescenza ha scoperto il jazz e se ne è innamorato. È migrato a New York per frequentare la New School for Jazz and Contemporary Music e dopo il diploma ha cominciato la sua ascesa verso l’Olimpo in qualità di cantante, polistrumentista, autore e arrangiatore. Il suo stile, estremamente volitivo e originale, non ha mai deluso in nessuno dei suoi sei dischi finora editi, e promette di non deludere neanche nel settimo, in uscita a fine febbraio per Capitol Records.

All’inizio della tua carriera ti definivi “un cantante jazz per una generazione hip hop”. Ti riconosci ancora in questa etichetta?

Con quella frase cercavo di spronare il pubblico a cambiare prospettiva sul jazz vocale contemporaneo: ai tempi (era il 2008) i giovani fan del genere si riconoscevano in Jamie Cullum e i più maturi in Gregory Porter, ma nessuno si allontanava troppo tra quei binari prestabiliti. Non so se anche i miei progetti successivi possono essere definiti così, ma sicuramente io mi sento ancora allo stesso modo.

Anche perché hai scoperto il jazz tramite i dischi hip hop che ascoltavi da ragazzino, che campionavano molti classici…

Tutti gli album della mia collezione – Beastie Boys, A Tribe Called Quest, Rakim – campionavano dischi jazz: linee di basso, batterie… [José si interrompe e canta alcuni dei suoi campioni preferiti, ndr] Ai tempi non sapevo ancora cos’era, sapevo solo che mi piaceva moltissimo.

Quando hai finalmente capito cos’era, che cosa te ne ha fatto innamorare?

Il fatto che il processo creativo sia completamente diverso rispetto a tutti gli altri generi. Ad esempio durante le registrazioni di «Bags meets West!», l’album collaborativo di Wes Montgomery e Milt Jackson, la band sbagliò e il batterista fece quello che in gergo viene definito un clean-up, ovvero corresse l’errore in corsa riportando tutti a tempo; anziché scartare quella registrazione, decisero di tenerla per buona. Ascoltare quel disco e rendermi conto di quell’imperfezione (e della prontezza e fantasia con cui l’avevano aggiustata) mi aprì un mondo, perché ho capito che quello sbaglio era un valore aggiunto. Il jazz è in qualche modo devoto agli errori, rimediarvi è parte integrante del fascino di un’esecuzione, mentre la musica contemporanea è igienizzata, sanificata, troppo prodotta: non c’è spazio per quella scintilla di genio che avevano Miles Davis o Eric Dolphy in tempo reale, mentre suonavano.

Sei di Minneapolis, una città dalla tradizione molto importante per la black music: com’è stato, da aspirante musicista, crescere lì?

Innanzitutto la vicinanza con Chicago è un gran vantaggio, perché la comunità di musicisti neri che si era trasferita lì negli anni ’60 e ’70 è notevole. Erano artisti e compositori molto radicali, puri, ed è da lì che viene la mia idea che i musicisti jazz debbano essere leader e non gregari o comprimari. Ovviamente, poi, è impossibile non citare Prince: «Purple Rain» è stato il primo vinile che abbia mai posseduto, avevo otto anni quando l’ho comprato. Avere un riferimento così eclettico che proveniva dalla mia città è stato davvero fondamentale per la mia crescita: se vieni da un posto relativamente piccolo come Minneapolis è importante che qualcuno ti ricordi che, anche se sei un provinciale, se hai talento puoi competere ad armi pari con la gente di Los Angeles e New York.

Negli ultimi mesi, tra l’altro, si è molto parlato della famosa “cassaforte” di Prince, piena di canzoni mai pubblicate o mai terminate. Che opinione ti sei fatto in merito?

Sono molto combattuto: da una parte, da fan di Prince sarei ovviamente molto eccitato all’idea di scoprire cosa contiene, ma dall’altra rispetto troppo il suo desiderio di avere il controllo totale sulla sua musica. Se esistono canzoni che non ha mai pubblicato è proprio perché non voleva pubblicarle, perché non le riteneva all’altezza o perché non avevano ancora preso la forma che lui desiderava. Quando era in vita ha cercato in tutti i modi di proteggere il suo lavoro e i suoi diritti di artista, e sarebbe una vergogna se qualcuno pubblicasse un album postumo con brani che non avevano avuto la sua approvazione, solo per lucrarci su.

A proposito di lucro, hai affermato che il jazz è la cosa in assoluto più difficile su cui guadagnare…

La soglia di attenzione della nostra società si sta abbassando sempre di più e il pubblico giovane vuole qualcosa di immediatamente comprensibile. Anche visivamente: vogliono farsi i selfie, oppure condividere il concerto con gli amici su Snapchat, e il jazz non va molto d’accordo con questo tipo di cose. Personalmente cerco sempre di incorporare elementi che mi possano far avvicinare anche ai più giovani e ai miei coetanei, per dare alla mia musica un’aura più contemporanea. Senza ricambio generazionale tutta la scena soffre: i club sono sempre più vuoti e pochi comprano dischi o merchandising, ormai.

Un problema che però non sembra ti riguardi, soprattutto in Giappone, dove sei incredibilmente popolare. Da quelle parti i tuoi fan hanno fama di essere davvero scatenati: qual è la cosa più pazzesca che ti sia mai capitata nel Sol Levante?

Una volta avevo un incontro con il pubblico in un grosso negozio di dischi a Tokyo, avrei dovuto suonare un paio di canzoni e poi firmare le copie del mio album. In Giappone sono molto fiscali sui tempi e la mia permanenza in negozio era prevista per quindici minuti, e io ne ho trascorsi tredici suonando. Visto che non c’era tempo per firmare gli autografi – c’erano circa 300 persone che erano venute lì apposta per quello – in quei restanti due minuti si sono messi ordinatamente in fila e uno alla volta sono venuti a stringermi velocemente la mano. Una specie di catena di montaggio: stringi, stringi, stringi, per trecento volte di seguito, senza che nessuno parlasse o che ci fosse della musica in sottofondo. Una delle cose più surreali che mi sia mai successa! Ma la gente laggiù è davvero meravigliosa, quando amano qualcosa la amano alla follia e si impegnano a fondo per conoscerla e per trarne il meglio. Li rispetto moltissimo per questo.

Uno dei tuoi album che ha avuto più successo in Giappone è stato «Yesterday I Had The Blues: The Music Of Billie Holiday», un tributo al repertorio di Lady Day. Hai preferito però escludere dalla scaletta canzoni come My Man, in quanto parlavano di quanto lei fosse felice di tornare dall’uomo che la maltrattava…

Billie Holiday si era data una regola: cantava solo di esperienze che l’avevano toccata davvero. Io quell’esperienza di abusi fisici e psicologici non l’ho mai fatta, né da un lato né dall’altro, e conoscendo le sue idee in merito non volevo dover fingere o recitare cantando in un disco in suo omaggio. Ho preferito scegliere solo brani il cui argomento mi era familiare. Inoltre credo che con i tempi che corrono, con un presidente come Trump che si è lasciato andare più volte ad affermazioni misogine, è importante mandare il messaggio giusto e non incoraggiare l’idea che le donne siano felici di essere trattate male.

Cambiando argomento, qualche anno fa hai annunciato che stavi scrivendo un romanzo noir. Cos’è successo a quel progetto?

È in sospeso, diciamo, perché purtroppo non ho mai molto tempo per dedicarmi alla scrittura. Non ho gettato la spugna, però: aggiungo costantemente qualche particolare alla trama e so già che cosa deve succedere in ogni singolo capitolo. Spero che tra un paio d’anni ci sarà occasione di prendermi sei mesi liberi per raccogliere le idee e buttare giù duecento pagine come si deve. In ogni caso non si discosta molto dalla mia attività musicale: la storia è ambientata ai giorni nostri, ma il protagonista è un sassofonista tenore di Chicago che alla fine degli anni ’60 era una figura prominente del movimento per i diritti civili. In generale parla di una generazione di afroamericani che lotta per trovare il proprio posto nel mondo, ma il jazz (che ai tempi era la colonna sonora delle rivolte) è sempre presente.

Un progetto che invece va a gonfie vele è quello del tuo nuovo album. Come lo descriveresti, riassumendolo in poche parole?

Per me è una specie di rinascita: tutti coloro che hanno apprezzato i miei album precedenti troveranno che è la continuazione del mio naturale percorso, ma allo stesso tempo ho aggiunto un po’ di contemporary R&B e di future soul alla miscela. Amo moltissimo alcuni degli artisti che stanno uscendo in questo periodo, come Anderson.Paak o Solange Knowles, anche se forse è riduttivo classificarli come R&B o soul: stanno creando un nuovo genere in cui mescolano influenze diverse per creare un suono mai sentito prima. Un suono che adoro.

Marta “Blumi” Tripodi