Marco Colonna: Il ruolo sociale di un artista d’oggi

Le riflessioni di una delle figure più significative emerse negli ultimi anni sulla scena del jazz e della musica improvvisata

di Sandro Cerini

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Marco Colonna

Marco, vuoi provare brevemente a raccontarti a chi non ti conosce?

Sono nato clarinettista, cominciando a sette anni, e fino ai quattordici non sono stato proprio uno studente modello, poi dai sedici ho fatto della musica la mia vita… o forse la musica mi ha salvato la vita. Posso nominare come mio maestro Gaetano Zocconali, una figura controversa e non famosa ma che molti dei musicisti formatisi a Roma negli ultimi trent’anni conoscono bene. Inoltre Harry Sparnaay, l’inventore del clarinetto basso contemporaneo, cui devo moltissimo in termini di conoscenza, atteggiamento e crescita personale. Lawrence «Butch» Morris mi ha formato anche nell’approccio alla didattica, alla sfera della risolutezza del gesto, all’amore per il momento come soltanto un grande Maestro poteva fare. Con il sassofono sono una sorta di autodidatta: ho suonato molto e nei più vari àmbiti e ho imparato sbagliando spesso. Ho girato il mondo con la musica etnica, ho forzato i miei limiti con la musica contemporanea, ho manifestato il mio pensiero politico con il jazzcore, ho vissuto le esperienze più alte con l’improvvisazione ma rimango un jazzista.

Quali sono le tue influenze propriamente musicali?

Amo la musica per grandi ensemble e quella da camera del Novecento, ma penso che la più grande band della mia storia formativa siano i Rage Against the Machine: mettere insieme tutto questo è un lavoro di sintesi che impiega molto tempo a venire fuori. Mi sento influenzato da Stravinsky come dai System Of A Down, Sun Ra, Coltrane, Roland Kirk, Eric Dolphy, Charles Mingus, Zappa, Evan Parker, John Surman, Michel Portal, Area, Giorgio Colombo Taccani, ma realisticamente il mio è un approccio da eterno studente. Quando scopro una strada che non avevo pensato possibile – o che non conoscevo – parte per me una sorta di delirio da approfondimento: sono perennemente influenzato da qualcosa, ma a poco a poco i cardini si fanno più solidi e non vivo metamorfosi, ma arricchimenti, in termini musicali, spirituali e umani.

Del resto un percorso di tipo aperto è coessenziale alla stessa radice del jazz…

Il jazz è una tradizione, una storia che accomuna molte persone. Certo è che il suo carattere trasformista e inclusivo lo ha esposto a dei saccheggi. Il pop, il metal, il post-rock si mascherano da «avanguardia» se accanto ci metti la parola jazz. A un certo punto la parola è diventata un’icona di marketing: non so, ad esempio, cosa potesse aver a che fare il termine jazz con molte delle proposte che passavano sotto il nome di jazzcore; ma c’è stato (e c’è) anche di peggio. In espressioni radicali possiamo trovare linfa e stimoli, poi ognuno di noi cerca la propria sintesi. Cerchiamo tutti le nostre tradizioni: abbiamo bisogno di contatti con il passato, coscientemente o meno.  E’ nella ricerca del «nostro» passato che siamo in grado di guardare al futuro.

Marco Colonna

E’ un percorso di ricerca?

Per esperienza ho capito che la proposizione artistica è un momento di verità in cui non possono esistere inganni. Il nostro modo di accostarci alla performance, alle registrazioni, al pubblico è fatto di storie umane, di onestà. Il nostro compito è preservare un atteggiamento di purezza e vitalità. Dobbiamo essere credibili nel disagio sociale come nei grandi festival. Non abbiamo altro che la nostra ricerca e la nostra onestà, la nostra energia. La radice delle nostre scelte non può essere di certo commerciale. Non ci sono indagini di mercato che tengano. Noi esistiamo nel momento. Ed è la grande lezione del nostro essere improvvisatori, interpreti, compositori, didatti, pedagoghi, grafici, web designer, registi, pittori, perché per sostentarci siamo tutto questo. Non mi è mai piaciuto il termine «avanguardia», che in fondo è un’espressione di tipo militare. Io non mi pongo all’avanguardia di niente: cerco soltanto di essere onesto e di fare una ricerca basata sulle mie sintesi. Credo che la vera avanguardia sia rappresentata dalla nostra necessità di essere quello che siamo. Per esempio: impariamo ad utilizzare altri strumenti oltre a quelli squisitamente musicali e per farlo inneschiamo processi di crescita che non sono appartenuti a nessuno prima di noi. Ci apriamo a chi condivide la nostra stessa condizione: fotografi, scrittori, poeti, cineasti, attori. Creiamo comunità partendo da una condizione oggettiva. E la nostra musica (o in questo caso la mia) è figlia di tutte queste esperienze: Bach, il free jazz, la musica contemporanea, quella per il teatro, il jazzcore, il grind come l’heavy metal… . Siamo dunque la risonanza di milioni di possibili strade che hanno diritto di esistere in questo tempo, perché in qualche modo ne raccontano una parte. E sono sicuro che più il nostro livello di ricerca si alza, più cerchiamo di comunicare bellezza, più il pubblico ci abbraccia, più i concerti funzionano. Credo nella responsabilità di fare grande musica e la grande musica è quella che veicola senso, basata su un solido motore tecnico e sul coltivare energie profonde che possano creare coesione con il pubblico.

E’ per questo motivo che ti sei avvicinato alla musica di Fred Ho e alla sua esperienza  più propriamente «politica»?

Fred Ho ha affermato: «L’arte rivoluzionaria deve ispirare uno spirito di sfida nell’orgoglio nazionale o di classe di resistere alla dominazione e all’ideologia che c’è dietro. L’arte rivoluzionaria deve stimolare e umanizzare, non pacificare, confondere e desensibilizzare». Questo assunto per me è stato importante per cominciare a riflettere su una questione fondamentale: come posso io, musicista e partecipe della comunità artistica, veicolare senso e valore dove sembra che questi semi non abbiano (più) terreno fertile? Mi ritengo fortunato ad aver incontrato (e lavorato) con il poeta Alberto Masala, che su queste questioni ha dato alle stampe un libro fondamentale (dal titolo Geometrie di libertà). Nella sua riflessione è fondamentale la nozione di «processo di liberazione», che è un movimento eterno di ricerca e costruzione, che invita a non sentirsi appagati di un concetto di libertà interno (e funzionale) al sistema, che rappresenti una sorta di premio della lotteria per chi riesce ad essere «di successo» nel sistema in cui vive. Occorre porsi all’interno del pensiero critico con un’ottica rivoluzionaria, dove rivoluzione è intesa proprio etimologicamente come movimento e sovversione dei cardini del pensiero. Un’artista deve interrogarsi sul suo ruolo sociale, sulla radice del proprio sentire e sulla capacità di interpretare il proprio tempo. Per cercare di chiudere il cerchio con la citazione iniziale di Fred Ho, non cerco di pacificare e desensibilizzare. Io cerco lo scontro, cerco di non nascondermi di fronte alle grande tragedie dei nostri tempi, a provare a costruire gruppi di persone che agiscano come elementi di un organismo comune. Cerco di analizzare i miei errori secondo valori che non sono dipendenti dal mercato o dalla riuscita economica delle mie imprese, ma valuto il tutto secondo i termini di verità, onestà ed etica. Viviamo in un conflitto. Tra ciò che siamo e quello che viviamo. Tra ciò che potremmo realizzare e quello che riusciamo a fare. Ma anche il tempo è una nozione relativa. Impariamo fin da piccoli ad avere fretta: ecco, io cerco di non averne, di essere qui e ora. In un certo senso cerco di annullare il conflitto, attraverso la musica e il mio approccio ad essa.

Tuttavia vieni da un periodo di schietta iperproduzione…

Senza dubbio. Ho cercato di documentare i rapporti reali, costruendo progressivamente  una possibilità di indipendenza: non sono usciti molti dischi, ma molti lavori. Ho analizzato e continuo ad analizzare la situazione produttiva dell’ambito in cui mi muovo. Non credo si possa continuare a stampare dischi come biglietti da visita: penso ai lavori pubblicati su Bandcamp, sul sito Noise of Trouble, sul mio canale Youtube, al tentativo di The Grapevine Telegraph, come vere possibilità alternative. La maggior parte delle mie uscite sono concerti che io registro, mixo e produco. E questa è una pratica comune in ambito improvvisativo. Il suo limite è che la stampa specializzata non accoglie questi tentativi. Qualche webzine, qualche giornalista illuminato, ma si incontrano molte difficoltà. La maggior parte dei dischi di musica indipendente non sono prodotti dalle etichette e spesso le etichette sono semplici agenzie di servizi (stampa, SIAE, nel migliore dei casi ufficio stampa). I musicisti sono invece produttori a tutti gli effetti e solo cercando di scavalcare il maggior numero di passaggi si può riuscire a dare senso (anche economico) ai nostri investimenti. E non si può parlare di un artista solo se è in grado di sobbarcarsi i costi di una pubblicazione fisica. In questa intricata situazione ci sono album a cui tengo molto. «It’s Always An Our Problem» è una suite dedicata a Pierpaolo Faggiano in duo con Ivano Nardi; «Madeira» un duo con Silvia Bolognesi; «Desmadre» un duo con Agustí Fernandéz; «Così morì la luna» – con  il gruppo Noise Of Trouble – è un lavoro dedicato alla resistenza palestinese, sulla poesia di Mahmud Darwish, che segue «Distopia» – dedicato a Carlo Giuliani – e «The Bloody Route: From The Country Where Women Are Older Than God», dedicato ai migranti dall’Africa all’Europa, costituendo così una sorta di trittico politico del gruppo. Sul mio canale Youtube c’è poi una registrazione dal vivo ad Area Sismica che sintetizza i tre lavori precedenti con il titolo «Al Nahba». C’è poi il trio con Eugenio Colombo e Claudio Martini di «Winds Memories». Tutti questi lavori sono usciti, in pratica, contemporaneamente. In duo con Stefano Cupellini alla batteria (il progetto si chiama No Land Warriors), abbiamo registrato «The Battle Of The Masks», mentre  «The Joyful Breath Of The Dragon» – dedicato a Fred Ho – e «Sense Variations» – dedicato a Bach – sono entrambi in solo. «Tales Of The Moon Catcher» mi vede compositore per un quartetto di sax classico con me al clarinetto basso solista. «Our Ground» del trio MC3 con Fabio Sartori all’ organo Hammond e Stefano Cupellini alla batteria. Altro gruppo importante è stato Unity, che vede la presenza anche di Claudio Martini al fagotto e Danielle Di Majo ai sassofoni, un quintetto quasi cameristico in cui c’è molta scrittura. Per Setola di Maiale è stato pubblicato l’album «Ghost», registrato dal vivo a Padova in trio con Silvia Bolognesi e Ivano Nardi. Più recentemente ho suonato in duo con Ettore Fioravanti, ma il gruppo attualmente in prima linea è il trio con Fabrizio Spera alla batteria e Roberto Bellatalla al contrabbasso, che a febbraio si è esibito anche insieme a Evan Parker. Molto di recente sono tornato a esibirmi in duo con Agustí Fernandez.

Perché ti esibisci così frequentemente in solo?

Ho scoperto nel tempo che è una pratica per me fondamentale, che seguo da fine Novanta. Alcune idee sono difficilmente comunicabili verso l’esterno… e un lavoro profondo sui propri strumenti è una sfida e una necessità. Negli ultimi tempi il mio lavoro sui clarinetti mi ha dato molte soddisfazioni e ho avuto la possibilità di portarlo molte volte in concerto. Mi dà la possibilità di confrontarmi con gli spazi, con le persone, con le associazioni, con le lotte di molte persone in maniera individuale. Per cui in una maniera che mi ha fatto quello che sono, per certi versi. Continuerò a proporre cose in solo e a sviluppare la mia performance. Il lavoro su Fred Ho mi ha fatto maturare la coscienza di una necessità espressiva legata anche a molte cose che erano sopite negli ultimi anni e quel lavoro è un punto di inizio di movimenti futuri. Di nuove sintesi e di nuove strategie.

Quali sono le tue prospettive?

Sto lavorando concettualmente sul suono, per costruire una mia unicità e una differente logica comunicativa. Se per «comunicazione» intendiamo un libero sfoggio di tecnica, è una cosa che non mi interessa: non si può confondere con il linguaggio un più facile giubilo superficiale. Ma non voglio sorprendere, voglio cambiare le prospettive di ascolto, cercando di entrare nel pubblico a un livello più profondo. Per questo mi sto dedicando esclusivamente ai clarinetti, perché mi interessano le loro possibilità timbriche. È lì che vorrei raccontare la mia storia, allontanandomi dalle fascinazioni estetiche del passato.

Sandro Cerini