«In the Eyes of the Whale». Intervista a Michelangelo Scandroglio

Vent'anni ma già al centro dell’attenzione: il contrabbassista maremmano è ormai uno dei nomi da seguire nella nova generazione di jazzisti italiani. Siamo quindi andati a intervistarlo.

5600

Michelangelo, se sei d’accordo inizierei dal tuo album e dal titolo. C’è un motivo particolare per cui hai scelto il titolo dell’omonimo brano come quello del disco?
Si sa il titolo è importante. Non ci ho dovuto pensare molto però. «In the Eyes of the Whale» è sempre stata la mia prima scelta. Credo che sia il brano che rappresenti di più l’universo musicale che ho creato ed è in più un titolo evocativo che prende per mano l’ascoltatore chiedendogli: facciamo un giro insieme?

Ciò che si ascolta è una bella ibridazione di argomentazioni musicali. C’è sempre una traccia melodica sulla quale si innerva tutto il tuo discorso compositivo. In questo senso, i sette brani presenti appartengono tutti allo stesso periodo? Li hai composti appositamente per questo disco?
Se mi dovessero chiedere di scegliere tra i tre grandi emisferi musicali, sceglierei sempre per primo la melodia. Noi italiani abbiamo nel sangue e nella tradizione il dono di creare melodie mai scontate e dobbiamo sfruttarlo. I brani appartengono tutti allo stesso periodo, quando dalla città di provincia (Grosseto) in cui ho sempre vissuto mi sono trasferito a Firenze e «aperto altre realtà». Credo che questo scontro sia sfociato poi nella composizione. L’idea di fare un disco è nata dopo per caso e per la mia voglia di mettermi in gioco in ruolo diverso dal sideman e non comune per un contrabbassista.

Ho praticamente smontato il packaging che contiene il tuo cd alla ricerca di un booklet, ma non ho trovato nulla. Hai voluto lasciare tutto avvolto nel mistero?
Il mistero è importante nella musica. C’è un significato di fondo. Per questo disco però ho preferito lasciare tutto all’oscuro lasciando liberi gli ascoltatori di vederci quello che loro stessi ci vedono e ci sentono.

Ti va di parlare sia del tuo group, alias il quartetto con Lanzoni, Mehari e Guerra, che degli ospiti di questo disco?
Ho scelto con molta cura i musicisti del disco ed in generale quando propongo il progetto live ci penso sempre molto a chi chiamare, voglio persone che oltre a suonare con l’anima siano un po’ «malate». Alessandro e Bernardo sono sempre stati dei punti di riferimento. Sin da quando ho iniziato a suonare jazz vedevo i loro video su YouTube sperando di incontrarli un giorno e alla fine è stato così. Sono sicuramente tra i più innovativi musicisti della c.d. nuova generazione e, in più, li lega una grandissima amicizia e una profonda conoscenza reciproca in campo musicale. A testimonianza di questo se si ascolta il solo di piano su BernardWar si avverte una profonda coesione e un rapporto che va oltre alla musica. Michele e Hermon li ho incontrati a Firenze ed ho da subito condiviso con loro una grande amicizia e una grande stima musicale. Mi piace molto come tra loro ci sia allo stesso tempo un conflitto di scelte musicali, da una parte il virtuosismo di Tino e dall’altro l’essenzialità di Mehari, ma comunque una condivisa visione musicale. Io e Peter invece ci siamo incontrati al Siena Jazz Summer Workshop e abbiamo formato un gruppo insieme, e dopo l’ho chiamato a suonare nel disco. Logan è un punto di riferimento artistico che mi ha cambiato la vita, l’attualità del suo pensiero è sconcertante. Ho ascoltato tanto tutti i suoi album e le sue collaborazioni, credo che sia l’altista più originale al mondo attualmente. Sono molto onorato che abbia accettato di suonare come “special guest” nel disco e che abbia messo dal primo giorno la sua creatività al servizio della musica. Mi è piaciuto molto come ha interpretato il mio brano When The Glimpses Are True, che inizia con un ostinato molto punk-rock. Il suo solo invece contrasta con un lento canto atemporale che sembra provenire dall’antichità e dalle prime forme di civilizzazione.

Rispetto al mood del disco, Disappearing part. I entra a gamba tesa. Un brano che esprime un sentimento classico, rispetto al resto del disco. Perché hai inteso dividere in due parti questo brano?
Disappearing è una riflessione sull’assenza e alla consapevolezza dell’esistenza. In Disappearing part I il tema e l’armonia scorrono per tutto il brano, ma sopra l’improvvisazione e libera, come la vita che scorre e gli avvenimenti casuali che si susseguono. Disappearing part II, sarebbe stata la seconda parte dello stesso brano, ma per motivi di lunghezza da disco abbiamo deciso di dividerle.

A proposito di sentimento classico, tu hai un background di studi classici alle spalle?
Per assurdo ho concluso i miei studi con il percorso classico. Ho iniziato con il rock, blues, jazz e poi conservatorio. Nonostante i miei genitori siano amanti della musica, quella classica si è sentita sempre poco in casa e, forse, è per questo motivo che me ne sono innamorato follemente. Se parliamo di compositori mi fanno impazzire Mahler e Rachmaninov. Appena preso il contrabbasso ho iniziato da subito a studiare l’archetto con Raffaele Toninelli e poi mi sono iscritto al conservatorio con indirizzo di musica classica. Alle scuole superiori facevo da pendolare da Grosseto fino a Lucca per studiare all’ISSM Boccherini prima con Damiano D’Amico e poi con Gabriele Ragghianti. Per me è stato fondamentale questo step. Damiano mi ha insegnato la disciplina e come si studia in senso generale (metodo che applico tutt’ora in tutti i campi della mia vita). Ragghianti è stato un vero maestro, mi ha insegnato che il contrabbasso può cantare come nessun’altro strumento fa, e con lui ho imparato la dedizione ogni giorno verso il lavoro e la musica, la potenza e la bellezza del dettaglio. Poi ho deciso di prendere un’altra strada perché cercavo altro, ma non scorderò mai quello che il conservatorio mi ha dato e quello che Gabriele mi ha insegnato.

Però, a sentire alcuni brani – per esempio When The Glimpses Are True – sei anche un amante del rock. Mi sbaglio?
Amante è dire poco! Cerco ogni giorno di vivere più rock possibile.

Quale strumento utilizzi quando componi?
Dipende. In linea generale prediligo il piano perché mi da un’idea generale subito dell’orchestrazione e del sound del brano. Utilizzo molto anche Garage Band. Parecchi brani però sono nati dal contrabbasso e dalla chitarra o semplicemente dalla voce e dalle mani.

Se tu fossi costretto, e sottolineo costretto, a dover affibbiare un genere (anzi, un sottogenere) al tuo disco, quale sarebbe?
Non amo molto le classificazioni e le divisioni in generi e stili, ma se proprio fossi costretto a rispondere direi: contemporary jazz, questa domanda apre un altro grande punto interrogativo molto attuale cosa è jazz e cosa non è jazz? Io credo che oggi il jazz sia quello che non si può in qualche modo etichettare, inglobare o circoscrivere in una forma. E’ come una vita umana, in continuo mutamento con l’avanzare dell’età la cui anima è l’improvvisazione.

Quanta improvvisazione c’è nel tuo disco?
Amo l’improvvisazione, ho sempre amato improvvisare in tutti i frangenti della mia vita anche quelli che non riguardano la musica. Credo che nel disco ci sia moltissima improvvisazione, anche se ho scritto molti arrangiamenti, ci sono diverse parti di lettura etc, ma il concetto che permea di fondo è una grande libertà stilistica e improvvisativa che ho lasciato in studio ad ognuno dei ragazzi . Basta pensare a Disappearing part I dove c’è un tema che si muove continuamente, ma quello che avviene sopra è totalmente improvvisato.

Tu hai partecipato, riportando sempre lusinghieri risultati, a numerosi concorsi. Vista la tua attuale posizione, quindi, possiamo dire che i contest hanno una bella utilità. Tu cosa ne pensi?
Questo non posso negarlo. Le competizioni mi hanno sempre dato una grossa mano sin dalla mia classificazione al Riga Jazz International competition qualche anno fa e poi la recente vittoria del Conad Jazz Contest di Umbria Jazz. Sono state per me tutte esperienze indimenticabili che mi hanno fatto crescere tantissimo su tutti i punti: musicale, umano e professionale. Credo tuttavia che la musica e la competizione stiano un due mondi totalmente differenti. Quando si suona per competizione, la musica il più delle volte muore e non c’è cosa più avvilente per un musicista. Credo che il trucco per mettersi in gioco in un contest sia proprio quello di stare al di sopra di esso e capire che quello a cui stai andando incontro quando partecipi non fa parte di un processo artistico/creativo, bensì di un esercizio di apprendimento verso te stesso e i tuoi limiti. Infatti quando sei davanti ad una giuria tutti i famosi nodi vengono al pettine ed è un buon modo per capire quali sono per poi successivamente strigarli. Se devo pensare però alla musica come entità il luogo dove ne ho trovata sempre poca sono i concorsi e le jam session.

Sei giovanissimo, anche se il jazz in Italia – intendo il pubblico – sembra sempre più distante dal jazz. Da giovane, hai qualche ricetta per risolvere il problema?
Purtroppo sono abbastanza pessimista sull’argomento. Anche se credo che il jazz stia vivendo un momento di rivalsa e di grosso aumento dell’utenza il problema sta alla radice. Io, come molti miei coetanei, siamo cresciuti in un epoca in cui siamo bombardati, da mane a sera, di musica. Esci a fare la spesa c’è musica, vai in macchina c’è musica, fai un giro in centro c’è musica, entri in qualsiasi bar c’è musica. C’è musica dovunque e siamo stati abituati e cresciuti per ignorarla, per averla di sottofondo o per andare a ballare. Non esiste (tranne in pochi casi) l’ascolto come momento di magia. Nessuno si sorprende più ad ascoltare uno strumento musicale. Tuttavia il movimento di questi ultimi anni (Hobby Horse, Francesco Diodati, Simone Graziano) creato anche grazie a realtà come Auand, potrebbe portare ad avvicinare un pubblico più giovane.

E nonostante la giovane età, hai già un bel palmarès di collaborazioni prestigiose. Ce ne è una – o due – in particolare, che hanno influenzato il tuo modo di vedere la musica?
Ce ne sono due che sicuramente mi hanno cambiato profondamente. La prima è stato l’incontro con Stefano Cantini. Il «Cocco» è stato un vero maestro perché non mi ha solo detto o mi ha solo insegnato, ma mi ha ispirato. Basta pensare che il primo concerto jazz che ho visto è stato il suo. Mi ha insegnato cosa significa essere un musicista e a stare su un palco professionalmente dicendomi sempre le cose in faccia senza peli sulla lingua così che ho potuto ed ho sempre l’occasione di correggere i miei errori. Un musicista che suona con l’anima tutte le sere e tutti i concerti e che è per me un punto di riferimento nella vita. Gli devo tantissimo. Un altro incontro fondamentale per me è stato quello con Enrico Rava. Ho avuto il piacere infatti di essere stato selezionato quest’estate per la sua combo-class estiva al Siena Jazz ed è stato una rivoluzione nella mia vita. Ovviamente come tanti ragazzi della mia generazione sono sempre stato un fanatico di Rava. Aver avuto l’occasione di condividere con lui così tanta musica in tre giorni è stato impressionante. Un musicista che nonostante abbia ottant’anni, ovvero quattro volte la mia età, continua ad essere uno dei più originali musicisti al mondo, continuando ad andare avanti musicalmente senza guardarsi indietro. Un vero mito per me! Una cosa impressionante che abbiamo notato con gli altri ragazzi è che quando suonavamo con lui eravamo tutti totalmente diversi. Bastava che lui entrasse nella stanza o che se ne stesse semplicemente a sedere con la sua tromba che il nostro modo di percepire la musica cambiava totalmente, come se avesse un aura tutta sua che ti condiziona quando suoni. Questo per me è stato davvero scioccante, non ho mai provato nulla del genere con nessun altro musicista e mi fa riflettere tutti i giorni. Ho avuto poi l’occasione di condividere il palco con lui ed è stato un sogno, spero che ricapiti presto.

Sei convinto del fatto che vuoi fare il musicista e, in particolare, il jazzista? Non è che vorresti cambiare mestiere? Sei ancora in tempo…
Magari fossi io a decidere. Non c’è giorno in cui mi svegli in cui il mio primo pensiero non sia la musica. Sono un drogato di musica e non credo che ne potrò mai fare a meno. Anche alle superiori invece di seguire le lezioni scrivevo brani e linee di basso sul banco.

A proposito: se non avessi intrapreso la professione di musicista, che mestiere avresti voluto fare (o ti sarebbe piaciuto fare)?
Mi piace molto la fisica e l’astrofisica. Forse il fisico? Sennò anche il regista, oppure lo storico dell’arte.

Quali ritieni siano stati i tuoi momenti fondamentali della tua vita artistica?
Ricordo di quando andai per la prima volta ad una jam session. Avrò avuto tredici anni. Salgo sul palco. Il trombettista stacca Autumn Leaves. L’avevo studiata per mesi: buio totale, sbaglio tutto. Mi ricordo che mio padre mi riaccompagnò a casa. Ero cosi sconfortato che pensai di lasciare tutto. Poi promisi a me stesso che dal quel momento in poi non mi sarei più arreso qualsiasi cosa sarebbe successo. Come si fa a migliore se non si sbaglia? Ancora oggi sbaglio quasi tutti i giorni ma dopo quel giorno mi sono sempre rialzato.

Cosa è scritto nell’agenda di Michelangelo Scandroglio?
Sicuramente andare avanti artisticamente e professionalmente continuando a studiare tutti i giorni. Più vado avanti nella mia vita e più capisco quanto non so e quante cose ci siano che devo ancora imparare. Nel 2020 porterò a giro il mio disco in posti importanti come il Ronnie’s Scott di Londra, il Sunset/Sunside di Parigi, forse (incrociamo le dita) Edinburgh Jazz festival e molti altri ancora (tra cui Cina e Stati Uniti). In più, grazie al fatto di essere risultato vincitore del bando Nuova Generazione, indetto da I-Jazz e sostenuto dal Ministero dei beni e delle attività culturali e dalla SIAE, ci saranno tantissimi concerti nelle rassegne, nei club e nei festival di prestigiose istituzioni e città italiane ed europee Italian Jazz Days, showcase annuali, residenze e progetti artistici. Grazie poi ad aver riportato un altro lusinghiero successo, vincendo Air 2020, il bando nazionale ideato da MIDJ e sostenuto da SIAE e dal Ministero degli Affari Esteri, finalizzato a incentivare la crescita del jazz italiano attraverso la creazione di una rete di residenze per giovani artisti in collaborazione con le ambasciate italiane, gli istituti italiani di cultura all’estero e i consolati esteri in Europa e nel mondo, andrò per un mese a Lima in Perù , dove sto cercando di organizzare un tour di presentazione del disco in Sud America. Sarò molto impegnato inoltre come sideman con tutti i tour di presentazione dei dischi che ho registrato negli ultimi due anni (una decina più o meno) e in studio di registrazione per almeno quattro nuovi progetti in cui collaborerò. In ambito extra-jazzistico sarò nella band (questa volta al basso elettrico) di Lucio Corsi per il tour 2020, che toccherà tutte le più importanti città italiane. Progetto a cui sono molto orgoglioso di partecipare e a cui consiglio a tutti di ascoltare. Piccolo spoiler: sto finendo inoltre di scrivere gli ultimi arrangiamenti per il mio prossimo disco. L’unico problema attuale è quello economico; ho affrontato le spese di produzione di un disco tutto a carico mio e, purtroppo, non avrò gli stessi fondi per almeno qualche anno.
Alceste Ayroldi