Benny Golson Quartet a Piacenza Jazz Festival

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Benny Golson a Piacenza Jazz Festival 2017 - foto Francesco Spezia

Teatro President, Piacenza – 31 marzo 2017

Tra gli appuntamenti del Piacenza Jazz Festival una data di rilievo toccava ad una vera icona del jazz come Benny Golson. L’ottantottenne sassofonista di Filadelfia ha avuto un ruolo indiscutibile nella storia del Jazz non solo come brillante solista nei gruppi di altri mostri sacri come Art Blakey, Mingus o Dizzy Gillespie, ma anche per il suo prezioso lavoro di compositore che ha donato perle come I Remember Clifford, Killer Joe, Stablemates, Whisper Not, Blues March, Moanin’ e tante altre che sono divenute standard di questa musica.

Benny Golson e Antonio Faraò – foto Francesco Spezia

Malgrado negli ultimi anni abbia diradato le sue apparizioni, Benny Golson ha ancora voglia di suonare e di intrattenere la platea, ed il concerto piacentino ne è stata l’ennesima riprova. Allegro ed affabile il vecchio sassofonista ha lungamente scherzato con i suoi musicisti e con il pubblico, da vero istrione ha introdotto ogni brano attraverso la storia della sua composizione, i luoghi, le circostanze, i personaggi che lo circondavano e le loro reazioni alla musica appena composta. La capacità di Golson di intrattenere è straordinaria e crea negli spettatori un senso di attesa ricompensato poi dal suo meraviglioso suono. Infatti questi mostri sacri (Lee Konitz ne è un altro perfetto esempio) mantengono la forza della personalità di un suono, caratterizzata non solo da un timbro ma anche da una maniera di articolare la frase che è inconfondibile. L’età avanza e può mancare la velocità, ma intonazione e tempi sono sempre felici. La sezione ritmica era affidata al pianoforte di Antonio Faraò, al contrabbasso del francese Gilles Naturel ed alla batteria di Doug Sides, che è un accompagnatore stabile di Golson ed era proprio con quest’ultimo che il dialogo rimaneva più simbiotico per il perfetto interplay.

Benny Golson – foto Francesco Spezia

Quanto a Golson il suo suono è come sempre caldo ed avvolgente, spesso pronunciato con un vibrato largo ed è perfettamente posizionato nel tempo. I brani sembrano scolpiti nella pietra, frutto della magia di una scrittura luminosa, ricca di fantasia e scevra di dubbi, mai banale o condizionata da cliché pur muovendosi nel mare magnum dell’Hard Bop. Curioso notare il contrasto tra la morbida sonorità del suo strumento e questa scrittura veemente dai temi molto ben scanditi.

Molti i suoi classici temi eseguiti durante il concerto, da Horizon Ahead, Whisper Not, Along Came Betty, ma anche il classico di Cole Porter What Is This Thing Called Love.

Prima di eseguire I Remember Clifford il sassofonista ha parlato della sua amicizia con il giovane trombettista prematuramente scomparso e dei loro comuni progetti spezzati dalla morte di Brown. Poi ha iniziato a suonare ed Il suo lungo assolo in totale solitudine era permeato di un trasporto emotivo talmente palpabile da mandare letteralmente in estasi gli spettatori.

Il concerto si è chiuso con Blues March, scritta per i Jazz Messengers di Art Blakey, dove l’andamento declamatorio e zampillante rende il brano un allegro trionfo di questo musicista per il quale il tempo pare non passare mai.

Doug Sides – foto Francesco Spezia

Ascoltare questi temi entrati nel songbook principale del jazz eseguiti direttamente dal loro compositore  è stata una esperienza unica ed irripetibile, perché siamo di fronte alla fonte dell’invenzione di quei brani, esposti nella loro forma più intatta, pura ed originaria. A ben vedere questo è il grande dono che ci ha fatto Benny Golson nella notte piacentina.

Giancarlo Spezia