Tony Allen: con me parla la batteria!

Senza Tony Allen - amava ricordare Fela Kuti - non esisterebbe l'afrobeat. Popolarissima figura della scena musicale europea, il batterista di Lagos ( ma da trent'anni a Parigi) ha le idee ben chiare

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tony allen

La memoria non è mai neutra dal punto di vista emozionale: essa implica un vero e proprio sentimento del passato che è al tempo stesso sentimento di un avvenimento reale. Il ricordo risulta da una miscela d’’informazioni sensoriali, tutte legate a episodi vissuti e dipendenti dalla permeabilità emotiva dell’’individuo. La memoria delle persone è costantemente solidificata, revisionata, conservata, arricchita dalle memorie esterne nelle culture (le biblioteche, le scritture, i rituali) e la loro esistenza modifica i compiti della memoria interna e ne influenza i meccanismi.

Il tema della più recente produzione di Tony Allen, «Film Of Life», è proprio la memoria, che contempla l’’arte come un aspetto della vita (la sua è peraltro raccontata nella biografia pubblicata nel 2013 dalla Duke University Press).

Per introdurre questa intervista si potrebbe invece partire da un caso di oblio.

Muhammadu Buhari fu a capo di un colpo di stato nigeriano nel 1983. Il suo breve periodo di potere è ricordato per un’esilarante «guerra all’’indisciplina» e per l’’arresto di Fela Kuti alla vigilia di un tour statunitense, fatto che scatenò campagne internazionali: Amnesty International lo definì detenuto politico e fu inciso il brano Free Fela, con la partecipazione di Hugh Masakela. Milan Kundera parla di oblio organizzato, ossia dell’’uso strumentale della dimenticanza da parte dei regimi totalitari per mantenere il potere. Lo scrittore ceco ritiene che una nazione sia destinata a scomparire, a soccombere, se perde la cognizione della sua storia e della sua memoria. In aprile 2015 la Nigeria ha eletto proprio Muhammadu Buhari suo nuovo presidente.

Nato a Lagos nel 1940, Tony Allen è un autodidatta della batteria, che, spalla a spalla con Fela Kuti, sviluppa il linguaggio dell’’afrobeat. Musicisti come Brian Eno e Damon Albarn lo considerano un artista fondamentale.

L’album «Film Of Life» contiene principalmente canzoni. Forse però l’afrobeat avrebbe bisogno di assoli sviluppati e di tempi più lunghi per spingere l’ascoltatore a danzare. Come organizzi la musica nei tuoi concerti? Estendete i brani?
Il disco è il disco e il live è il live. Lo puoi verificare anche su youtube, o siti del genere: vedrai che la musica è prolungata quand’è dal vivo. Più lunga ma non quanto dovrebbe per far ballare. Poi io li faccio ballare comunque ma non ci sono più i posti come in passato dove potevi suonare un brano di quaranta minuti. Se vuoi che la tua musica passi alla radio, hai bisogno di lavorare sulle durate. Ci sono diversi formati: per esempio la televisione nelle stazioni ferroviarie o della metropolitana. Per quella vogliono la canzone con un taglio netto. Tagliare, tagliare.

Che formazione hai sul palco?
Tutto dipende dal progetto, dall’’agente, dal festival o che ne so: dipende. Quando ho cominciato ho ridotto il gruppo a dieci. Potrebbe funzionare con dieci ma ho dovuto ridurre ulteriormente: ora siamo sette.

Qual è la tua formazione ideale?
Io so quello che voglio ascoltare e la formazione attuale può darmi tutto questo. Funziona.

Potresti dirmi di quale concerto degli ultimi tempi hai il più bel ricordo?
Oh, arrivo da Berlino. Mi sa che è proprio quello. Era tutto esaurito con circa duemila persone!

E un concerto del passato di cui conservi un ricordo particolare?
No, non posso mettere a fuoco il passato. Scordatene. Se fossi uno che pensa al passato di continuo, non avresti il mio nuovo album ora. Non voglio andare indietro con la memoria: ho fatto troppi concerti in passato. Quello che vedo è il futuro: come dovrei adeguarmi a ulteriori situazioni. Suono da così tanto tempo…

 

Non sono un percussionista ma un batterista e basta. Creo ritmi sempre diversi e che funzionano sempre  

 

Nella canzone Boat Journey denunci la situazione drammatica dell’immigrazione nel mar Mediterraneo. Che cosa pensi della politica dell’Unione Europea in materia di immigrazione?
È una storia molto lunga, perché nessuna delle due sponde vorrebbe l’’altra: vivono l’’immigrazione come un’a invasione. Cercano di renderla impossibile e la situazione dei migranti non viene presa in considerazione. A ogni modo, nonostante le morti, alcuni di loro arrivano. Ma una volta arrivati, vengono rifiutati. Perché vengono qui a costo della vita? Per trovare denaro o lavoro ma poi finiscono in galera. Non dovrebbe essere così. Se i governi non volessero questa situazione, dovrebbero trovare qualche soluzione. Dovrebbero dare da lavorare a queste persone, il che risolverebbe la situazione. Insomma la migrazione è molto rischiosa; quello che dico io è che da nessuno dei due lati è stata trovata una soluzione a questo problema: quindi bisognerebbe andarci cauti.

Come scegli le tue collaborazioni artistiche?
Lavoro con Adunni & Nefertiti da un po’ di tempo e volevo offrir loro la possibilità di prendere parte a questa produzione. Avevano già cantato nel mio album precedente «Secret Agent». Kuku è invece un amico fraterno che arriva da Washington. Quando viene lui a cantare va tutto bene: mi piace come canta e stiamo bene insieme. L’’unica cosa che bisogna fare è trovare il denaro.

Negli ultimi anni hai invece instaurato una relazione speciale con Damon Albarn.
Damon Albarn non è un musicista: è mio fratello. La cosa ha più a che fare con la nostra amicizia: è uno di famiglia.

Hai qualche idea riguardo a collaborazioni future?
No, non so.

tony allen

Nella canzone Go Back parli dei luoghi della tua memoria. Stai pensando di fare qualcosa per la Nigeria? Mi viene in mente Mulatu Astatke, che ha fondato l’African Jazz Village, ossia una scuola con un club ad Addis Abeba.
No. Non ho contatti a Lagos; praticamente vivo in Europa da trent’’anni. Lagos non è nei miei piani.

Go Back ha un bel videoclip in cui tu cammini a Lagos con una valigia di cartone e nel finale t’incammini oltre le onde dell’oceano. Pensavo quindi avessi il desiderio di tornare alle tue origini.
Eh. Go Back non è per me. Non ho intenzione di andar là per ora.

Una volta hai detto che consideri la batteria come un’orchestra e che il tuo processo compositivo parte sempre da lì. Hai mai pensato di registrare un assolo di batteria, oppure un ensemble di percussioni?
Dovrei prima di tutto andare dal mio agente. Non è semplice mettere insieme un gruppo di percussionisti. Comunque non mi piace vedermi come percussionista: io sono un batterista. Creo ritmi che funzionano sempre. Ritmi diversi.

Recentemente ho visto sul web il tuo video della serie La Blogotheque (NdR Vedi in fondo all’intervista).
Quello è ciò che quel tipo voleva vedere. Direi che voleva vedere le mie mani: se ci fai caso non ha mai ripreso i piedi. Invece si concentra sul rullante. Ma quello che io faccio lì è un discorso con la batteria. Ne ho appena fatto un altro a Londra: per quattro giorni ho fatto parlare la batteria, ho parlato tramite la batteria: diversi esempi. Lo vorrebbero anche pubblicare: solamente batteria.

Al di là degli stereotipi esotici e primitivisti, la batteria africana non è molto conosciuta. Penso a musicisti quali Kofi Ghanaba, Paco Sery, Remi Kabaka, James Meneh. Di solito si tende ad associare la complessità polimetrica con le percussioni dell’Africa occidentale. Secondo te qual è il contributo della batteria alla modernità africana?
Io posso parlare solo per me. La maggior parte dei batteristi africani, sebbene siano africani, suonano occidentale. Non posso definirli in altro modo. Li considero buoni batteristi ma l’unico esponente della batteria africana che io conosca sono io, con le cose che ho fatto in tutti questi anni. Inoltre io sono un batterista, mentre molti di quelli che arrivano in Europa finiscono con il suonare le conga solo perché sono africani. Sono considerati bravi alla batteria quando la suonano come un bianco. A che pro? Per questo non posso parlare di batteristi africani.

Chi sono stati i tuoi batteristi di riferimento?
Quelli che mi hanno permesso di diventare ciò che sono: quelli di cui ho studiato le idee e la tecnica. Ci sono bravi batteristi in ogni stile. Ma, quando si parla di afrobeat, la maggior parte di loro viene dalla mia scuola.

Che aspettative hai sul futuro di questo strumento?
Voglio insegnare quello che so. Faccio del mio meglio; l’’anno scorso sono stato in tre università statunitensi per insegnare ai batteristi. L’’afrobeat sembra semplice ma quando provano a suonarlo non riescono.

Spesso bisogna lasciare il proprio Paese per riconoscere la propria identità. Cosa pensi della scena culturale in Nigeria al giorno d’oggi?
Non mi interessa granché: finirei per parlare di corruzione ovunque. Non voglio parlarne: non sono un politico. Non voglio parlare della politica del mio Paese.

Neanch’io: sto parlando della scena culturale: musicisti come Adunni & Nefertiti, cui accennavamo prima, che vengono da Lagos.
Sì, è vero, vengono da Lagos. Ma non ho bisogno di andare là per incontrarle.

Buona fortuna con la tua lunga tournée.

Elia Moretti