Mauro Ottolini «Sea Shell»

di Pike Borsa

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Mauro Ottolini (foto di Alberto Martinelli)
Mauro Ottolini (foto di Alberto Martinelli)

Mettendo momentaneamente da parte il consueto strumento, nel suo nuovo album il trombonista Mauro Ottolini si cimenta con le conchiglie

Se Mauro Ottolini vi invita a pranzo da lui, non si può non andarci. UNO perché è sempre in giro a suonare e trovarlo a casa è una rarità. DUE perché è un gran cuoco. TRE perché poi è un ottimo narratore, di storie legate al jazz e alla musica in generale. Americana o italiana che sia. E in più, se ci deve parlare di «Sea Shell», il suo ultimo bell’album, stare a tavola con lui è un piacere ancora più grande. Delle cinque ore passate assieme, questo è solo un breve riassunto. Difficile, se non impossibile, riportare tutti i suoi racconti. Perché Ottolini, quando comincia a parlare, è un fiume in piena. Difficile da arginare. Come il jazz.

Ti va se cominciamo dall’inizio, da quando hai cominciato a suonare? Quand’è, insomma, che il jazz è entrato nella tua vita?
Fin da subito, direi. Il jazz è sempre stato la mia musica. Ieri come oggi. Ho cominciato suonando in una banda di paese e quello è stato un ottimo apprendistato. Una buona occasione per imparare a suonare un sacco di strumenti. Diversi, l’uno dall’altro. Finché un giorno mi sono innamorato del trombone. E da lì le cose sono cambiate. Almeno per me. Il primo trombone me l’ha regalato mio padre e ho cominciato a suonarlo da autodidatta. Ci passavo sopra interi pomeriggi. Fino a quando, vicino a casa mia, non è venuto ad abitare uno che lo sapeva davvero suonare. Così cominciai a prendere lezioni da lui.

Ma pensavi sempre al jazz?
Già, anche se non era poi tanto facile suonarlo in giro. Non c’era molta gente che lo richiedeva. Quelli erano, soprattutto, i giorni del rock. Quando in ogni cantina o garage ci si trovava ancora a suonare assieme la musica del momento. Si passavano i pomeriggi e le sere a suonare in continuazione. Cosa che ormai non si fa più. I tempi sono cambiati e anche di parecchio. Però, mi andò bene. Te lo ricordi il gruppo dei Niù Tennici? Eravamo un gruppo di amici con la passione per la musica e ce ne uscimmo con un singolo di successo, Affitta una Ferrari. Ce l’hai in mente il reggaeton di oggi? Bene, noi fummo i primi a suonarlo, allora. Noi con i Pitura Freska. Quella nostra canzone, grazie anche ad alcuni passaggi radio, vendette più di centomila copie. Era il 1992 e allora, con la mia parte di royalties, mi comprai la mia prima auto. E, visto il successo del pezzo, la casa discografica ci fece incidere in fretta e furia un intero album. Altri anni, davvero. Però, intanto, pensavo sempre e solo al jazz. La mia vera musica. Fin dall’inizio.

Mauro Ottolini (foto di Alberto Martinelli)
Mauro Ottolini (foto di Alberto Martinelli)

E di jazz quanto ce n’è in «Sea Shell», il tuo ultimo disco? Chi lo ascolta, una prima volta, potrebbe sentirsi spiazzato…
Scusami ma ti sbagli. Perché, qui dentro, c’è tanto di quel jazz che non lo puoi neanche immaginare. È vero che ascoltando «Sea Shell», uno si potrebbe sentire spiazzato, come dici tu, però è anche vero che il jazz continua ad andare avanti, a cambiare in continuazione. È una musica che non sta mai ferma. È sempre in movimento. Pensa a quei mostri sacri, che sono stati Miles Davis, Gil Evans e Stan Getz. Tanto per fare qualche nome. Tutta gente che ha continuato a cambiare. In continuazione. Era difficile star dietro alle loro uscite. Pensa a «Bitches Brew». Un capolavoro! Ma cosa aveva del vecchio jazz? Quello a cui Davis ci aveva abituati fino a quel momento. Poco o niente. Era già tutto un altro mondo. Te lo dico io. Chi era abituato ad un album come «Kind Of Blue», ad ascoltare «Bitches Brew», si ritrovò spiazzato. Proprio come dici tu. E così, all’improvviso, si ritrovò a vivere in un altro mondo. I tempi erano cambiati, e pure il jazz.

Soprattutto per quelli che erano ancora legati a «Kind Of Blue».
Già, ma prima ancora, tanto per dire, c’era già stato uno come Bix Beiderbecke. Chi è fermo al jazz degli anni Cinquanta, Sessanta, magari non lo ricorda neanche più, lui e la sua tromba. Stiamo parlando degli anni Venti, un secolo fa, conti alla mano, ma Bix era già all’avanguardia. Solo che la gente non lo sa. Non se lo ricorda più. Perché ignora il jazz delle origini, quello che oggi chiamiamo tradizionale. Eppure, già allora si osava tanto. Pensa non solo a Bix, ma anche a Sun Ra quando si chiamava ancora Herman Poole Blount. Col suo piano è arrivato subito dopo Bix, ma pure il suo jazz era già proiettato verso il futuro. Tutta grande musica che poi è finita per colpa dei cloni. Tutta gente che poi ha ucciso il jazz. Almeno quel jazz. Perché poi, per fortuna, la musica è andata avanti. Così, si è ripreso ad osare, a rischiare. Anche sulla propria pelle. Si è ripreso a cercare qualcosa di nuovo. La gente, il pubblico, gli ascoltatori, non solo i musicisti, hanno sempre bisogno di qualcosa di nuovo. Dove affondare i denti.

E così, questo tuo nuovo «Sea Shell» è jazz, ma suonato un passo avanti. Suonato pure con strumenti atipici. Come le conchiglie, le bottiglie di plastica…
Dici bene. È sempre e solo jazz. Perché il jazz è improvvisazione e creatività. Punto e basta. Lo stesso uso che faccio delle conchiglie o delle bottiglie di plastica è solo un altro modo di suonare e improvvisare, con ciò che mi trovo sottomano. La mia è una continua ricerca timbrica. Come facevano Duke Ellington e Sun Ra, con le loro orchestre. Potevano suonare pure lo stesso brano, ma sempre in modo diverso. Tanto per dirti, dal vivo con le mie conchiglie suono pure Charlie Parker.

Mauro Ottolini (foto di Alberto Martinelli)
Mauro Ottolini (foto di Alberto Martinelli)

Ma l’idea di un disco come «Sea Shell» come t’è venuta?
Scoprendo e ascoltando Steve Turre. Te lo ricordi? Ha suonato il trombone con Dizzy Gillespie, ma pure con Santana e Ray Charles. È stato il primo, nei suoi concerti, a suonare le conchiglie. Con le quali ha pure inciso un album. Sentendolo, ne sono rimasto affascinato. Da allora ho cominciato a raccogliere conchiglie, grandi e piccole, per poi cominciare a suonarle. Con l’aiuto di Turre che mi ha pure insegnato a tagliarle, a ricavarne un bocchino per poi soffiarci dentro. E ogni conchiglia, se non lo sai, ha un suono diverso. È questo che mi è subito piaciuto. Tutti questi suoni diversi, ma anche il contatto con la natura. Con la vita che ti scorre addosso, come quando apri una finestra. Così, ascolti «Sea Shell» e intanto senti il rumore dell’acqua sulle pietre, le cicale e pure il canto delle balene… E pensa che, a causa dell’inquinamento del mare, le conchiglie stanno sparendo. Tra qualche anno perderemo il loro suono. Se vuoi, puoi ascoltare questo mio nuovo album come un omaggio alle nuove generazioni. A tutte quelle che verranno e che, andando avanti così, non avranno più conchiglie da suonare.

E come hai scelto il gruppo che ti ha accompagnato in questo tuo nuovo lavoro? È stata una scelta difficile?
Direi di no. Anzi. Il tutto è cominciato quasi per gioco, suonando bottiglie di plastica e conchiglie con l’amico Maurilio Balzanelli. Un percussionista davvero atipico ed originale. Con lui ho sperimentato questi nuovi suoni che, quando poi mi hanno catturato, ho pensato bene di farne un disco. Poi sono arrivati tutti gli altri. Come Vinicio Capossela che, in «Sea Shell» canta La Madonna delle conchiglie. Un brano che ha già cantato nel suo «Marinai, profeti e balene». Solo che qui gli ho arrangiato il pezzo con le conchiglie e ne è rimasto entusiasta. Vanessa Tagliabue Yorke è poi una vecchia amica e con me collabora da tempo. Come anche Vincenzo Vasi. Poi ci sono Gavino Murgia, che qui canta e suona le pietre, e Rhys Waite, un aborigeno australiano che gira il mondo da tempo e che ho conosciuto grazie a Stefano Stefanoni, il mio fonico. Stefano gli ha parlato del mio progetto e Rhys m’ha chiesto allora di recitare, in Sea Shell, un mantra dedicato al mare. Come potevo dirgli di no?

Mauro Ottolini «Sea Shell»
Mauro Ottolini «Sea Shell»

Quasi un disco in famiglia.
Mettila pure così, ma inciso con le persone più adatte per un concept album come questo. Al quale ho pure affiancato un video musicale, che puoi vedere su Youtube. È un cartone animato, sceneggiato da me, disegnato da Pietro Schirinzi e diretto da Hermes Mangialardo.

Non è la prima volta, comunque, che incidi un concept album. Era già capitato nel 2012, con «Bix Factor», dedicato a Beiderbecke.
Già e allora come oggi è la mia risposta a quello che chiamo disco toast. Il disco che si consuma in fretta, per poi passare subito ad altro. Dimenticandosi o senza sapere neanche tutto il lavoro, individuale e collettivo, che c’è dietro a un album. Caspita, una volta passavamo il tempo a leggerci e a mandare a memoria le note di copertina dei dischi che ci compravamo, imparandoci i nomi di tutti quelli che ci avevano collaborato, mentre oggi nessuno lo fa più.

Beiderbecke è una tua grande passione.
Direi! È lui che m’ha fatto scoprire il jazz. Lui e il mio amico Giulio. E Bix non ha ispirato solo me, ma un sacco di gente. Pure Rava e D’Andrea gli devono qualcosa. Vedi, Bix era più avanti anche dello stesso Armstrong. Peccato che allora quasi nessuno se lo filasse. Così se n’è andato incompreso e nell’indifferenza generale. Però poi la storia gli ha dato ragione.

Cosa ti aspetti dal tuo «Sea Shell»?
Non saprei, staremo a vedere. Intanto, quest’estate, lo suonerò all’aperto, nei concerti. Però, intanto, a casa mi sono già portato un bel premio. Hanno dato il mio nome a una rara conchiglia. L’hanno chiamata Ottolina. Mica male, no?

No, proprio niente male. È non solo un bell’omaggio a te ma anche al jazz.

Pike Borsa

[da Musica Jazz, giugno 2019]