Ibeyi, le gemelle Yoruba

Naomi e Lisa-Kainde, le diciannovenni figlie gemelle del leggendario percussionista Anga Díaz, piombano sulla scena con un folgorante cd

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Musicalmente, per origini e per la vostra storia familiare, molti vi associano Ibeyi a Les Nubians, una band formata da due sorelle originarie del Ciad e trapiantate in Francia. Vi riconoscete in questo paragone?
lk: Per niente! Facciamo musica completamente diversa dalla loro.
n: Probabilmente, però, un punto in comune c’è: anche tra loro c’è una sintonia incredibile.

La sintonia tra voi si sente senz’altro nelle vostre canzoni, benché abbiate più volte dichiarato che pur essendo molto legate non la pensate quasi mai allo stesso modo, soprattutto sulla musica.
lk: È vero, siamo spesso in disaccordo, ma poi quando entriamo in studio di registrazione riusciamo sempre a trovare un compromesso.
n: Secondo noi è proprio questo che rende interessante la musica delle Ibeyi: il fatto di dover confrontare sempre le nostre idee ci costringe ad arrivare a una sintesi.

Cosa significa il nome Ibeyi?
n: Significa gemelle in lingua yoruba. È stata un’idea di nostra madre: cercavamo un nome per la band; lei ci ha suggerito Ibeyi e abbiamo capito immediatamente che aveva ragione!

Lo yoruba è una lingua africana che usate spesso anche nei vostri testi. Che relazione avete con questo idioma, considerando che siete nate a Cuba e cresciute in Francia?
n: È una lingua arrivata a Cuba insieme agli schiavi deportati dalla Nigeria e dal Benin. Non è mai scomparsa del tutto ma quasi nessuno la parla più a Cuba, a parte i sacerdoti e qualche anziano. Viene usato soprattutto nei canti di alcuni riti di santeria e vudù, culti nati proprio dal sincretismo tra la religione cattolica e quella yoruba. Noi abbiamo ripreso in parte quei canti per il nostro album.
lk: Siamo state cresciute seguendo quella fede, che perciò riveste una grande importanza nella nostra vita. Più che una vera e propria religione è una filosofia di vita cui siamo legate a doppio filo. Quando nei nostri testi diciamo di essere figlie del mare e della folgore, ci crediamo davvero.

ibeyiTanto che avete dedicato intere canzoni ad alcuni orishas, le divinità della santeria. Giusto?
n: Sì, sono nate molto spontaneamente. River, per esempio, è dedicata a Oshun, la dea dei fiumi e della fertilità, ed è stata scritta in seguito all’incontro con un bravissimo ballerino che ha danzato per noi a un concerto. Due ore prima di conoscerlo avevo scritto la frase «Come to my river, wash my soul»; e poi lui mi ha raccontato che quel giorno era andato a purificare la sua anima bagnandosi in un fiume e che quel gesto aveva benedetto il nostro incontro. Quando sono tornata a casa ho capito che era un segno: dovevo trasformare quella frase in una canzone.
lk: Take Me To Oya, invece, parla di un amante che protegge la sua amata ed evoca un’altra orisha: Oya, la dea che danza sulle tombe. Detto così può sembrare spaventoso ma non è un demone: è un’incarna-zione gentile. Gli orishas sono tutti entità positive.

 

Siete molto legate alle vostre origini ma cantate prevalentemente in inglese: una scelta che sembra orientata al mercato discografico. Perché non usare il francese o lo spagnolo?
n: In realtà non abbiamo mai deciso a tavolino di cantare in inglese. Sono stata io a cominciare a scrivere canzoni: avevo quattordici anni e mi sentivo sola; Lisa era spesso fuori con i suoi amici e dovevo trovare un modo per passare il tempo. Ho cominciato in inglese quasi per gioco, senza ragionarci su, perché mi veniva più facile e non pensavo che quei brani sarebbero mai usciti dalla mia stanza. Insomma, quando abbiamo fondato la band abbiamo deciso di continuare così, però spero che più avanti, con il tempo e l’esercizio, riusciremo a comporre i nostri testi anche in francese!

Tra l’altro avete registrato questo album a Londra, una metropoli caotica che stride molto con le atmosfere eteree delle vostre canzoni.
lk: La Londra che abbiamo vissuto noi non era per niente caotica: abitavamo in una casa a Portobello, in una strada davvero silenziosa.
n: Avevamo anche ritmi di vita molto regolari: ogni giorno andavamo in studio alla stessa ora; poi tornavamo a casa e passavamo buona parte della serata a rilassarci davanti alla tv insieme alla mamma. Uscivamo pochissimo. Insomma, quiete domestica allo stato puro.

A Cuba il nome di vostro padre è leggenda. Qual è la lezione più importante che avete imparato da lui?
n: L’umiltà, sicuramente. Il fatto che si possa essere considerati uno dei più grandi percussionisti di tutti i tempi eppure rimanere persone semplici, rispettose degli altri. Papà era veramente meraviglioso in questo. E poi, pur non avendoci mai forzato a seguire le sue orme, ci ha ovviamente insegnato ad amare la musica: andavamo a un sacco di concerti, passavamo ore e ore ad ascoltare dischi e ballare… Forse la nostra forza è proprio questa: prima di iniziare a suonare, abbiamo imparato ad apprezzare la musica.

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La famiglia riveste un ruolo fondamentale nella vostra produzione: avete dichiarato che l’ispirazione vi è arrivata da vostro padre e dalla vostra sorella maggiore, mentre vostra madre vi fa da agente.
lk: La famiglia è sempre stata molto importante per noi; l’album è interamente dedicato ai nostri congiunti. E poi io e Naomi siamo una cosa sola. Non riuscirei mai a fare musica senza mia sorella: è un mestiere troppo difficile per farlo da sola. Si è sempre in giro, la pressione è tanta ed è importante avere con sé qualcuno di cui potersi fidare totalmente.
n: Anche per me è così. In questo lavoro ogni cosa è estremamente difficile: se non ci fosse stata Lisa, credo che sarei scappata dalla sala d’incisione urlando come una pazza: «Addio, a mai più!». Si pensa che gli artisti si sveglino la mattina ricolmi d’ispirazione e che, cinque minuti dopo, la canzone sia già pronta: sappiatelo, non è affatto così che funziona! Essere con lei mi permetteva di evadere dalle preoccupazioni nelle pause tra un impegno e l’altro. E lo stesso vale per mia madre.

Visto che siete ancora giovanissime avete mai pensato a un altro mestiere, magari un po’ più gestibile?
n: Mi piacerebbe studiare musicologia per diventare insegnante e magari un giorno lo farò. Da ragazzina, invece, m’immaginavo nel mondo della fotografia o del cinema. Dietro le quinte, ovviamente: come modella o attrice sarei pessima!
lk: Io non ho ancora deciso cosa farò da grande.
n: Sono sicura che potresti occuparti di moda. O fare la ballerina.
lk: Sì, può essere. Grazie del suggerimento!

Restando in tema di futuro, avete gusti musicali molto diversi, come dicevamo: Lisa-Kainde ama l’hip hop più sperimentale e Naomi preferisce il jazz della tradizione. In futuro prevedete di dedicarvi anche a progetti solistici?
n: Sfortunatamente credo che un giorno o l’altro prenderemo la decisione di farlo: prima o poi Lisa avrà voglia di produrre brani suoi, mentre io vorrò magari incidere un album di standard jazzistici. Ma ritengo che comunque continueremo a collaborare anche quando lavoreremo ai nostri progetti solistici: io canterò nel suo e lei suonerà nel mio.
lk: È inevitabile. Non saremo mai davvero sole.

Si dice che stiate già lavorando al secondo album: è vero?
n: Stiamo scrivendo nuove canzoni, sì: quando arriva l’ispirazione è impossibile schivarla. Però sarà difficile registrarle, perché nei prossimi mesi saremo sempre in tour.

Le sorelle gemelle Ibeyi
Le sorelle gemelle Ibeyi

UN’ALLEGRIA CONTAGIOSA

Ascoltare l’album d’esordio delle Ibeyi è un’esperienza straniante. La maturità degli arrangiamenti, la ricchezza della composizione, le atmosfere soffuse, i richiami al jazz e all’elettronica di ricerca, l’intensa spiritualità che emana da ogni brano farebbero pensare a un collettivo di musicisti di lungo corso, mentre in realtà il progetto è frutto della creatività di due gemelle francocubane di appena diciannove anni: Naomi e Lisa-Kainde Díaz, entrambe cantanti e percussioniste. Indagando ulteriormente, non è difficile capire da dove arrivi il loro eccezionale talento: le due ragazze sono figlie di Anga Díaz, il leggendario percussionista nonché storico membro dei Buena Vista Social Club, scomparso all’improvviso nel 2006 a soli quarantacinque anni). Le gemelle avevano appena undici anni e per onorare la memoria del padre cominciarono a suonare, cantare e comporre musica, che non è passata inosservata: nel 2013, infatti, Richard Russell della XL Recordings – la stessa etichetta di Adele, Jack White, The Xx e Radiohead – ha deciso di metterle sotto contratto e di produrre personalmente il loro primo album, «Ibeyi». Incontrarle per quest’intervista è stata una boccata di aria fresca: la loro allegria nell’interrompersi a vicenda per completare la risposta dell’altra è davvero contagiosa.

Marta «Blumi» Tripodi