«At Time It Is». Intervista a Vincenzo Cipriani

Il compositore e pianista pugliese ha da poco licenziato due album che fondono il linguaggio jazzistico con quello classico. Ne parliamo con lui.

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Vincenzo, dal tuo bagaglio culturale emerge che tu hai studiato sia composizione organistica, che composizione jazz. Così anche, hai composto tanto musica classica, quanto jazz per diverse formazioni. Ti senti più un compositore di musica classica o di jazz?
In verità mi sento esclusivamente un compositore calato nella contemporaneità, curioso di conoscere e approfondire nuovi linguaggi. Secondo me il jazz rappresenta la naturale evoluzione della composizione musicale in genere la quale ogni qualvolta incontra nuovi mondi, nuove culture e nuovi linguaggi si arricchisce dando origine a nuovi stili e forme, così come accadeva nel passato.

A ogni buon conto, i tuoi lavori sono una merge di entrambi gli stili. E’questo il tuo obiettivo?
Sì, hai colto esattamente il mio obiettivo: nelle mie composizioni tendo sempre a dare una idea chiara della forma – struttura in cui devono essere evidenti in chi ascolta i vari momenti della stessa: l’esposizione, lo sviluppo e la riesposizione come accade nella musica classica. Inoltre mi piace molto utilizzare quelle che sono alcune peculiarità della musica jazz da un punto di vista ritmico, come l’ostinato e la poliritmia di matrice africana. Altro aspetto importante per le mie composizioni è l’armonia jazz da un punto di vista compositivo.

Dalla tua biografia emergono molte partecipazioni a festival internazionali in tutto il mondo, ma per lo più di musica classica e contemporanea. Quali sono le difficoltà che riscontri nel prendere parte a festival jazz?
In realtà cerco di proporre la mia musica soprattutto nell’ambito di festival che hanno un carattere più trasversale, più crossover. Ho riscontrato che c’è comunque un maggiore interesse per le nuove proposte jazz nei paesi del Nord Europa e in quelli Asiatici, perché manifestano una maggiore voglia di sperimentare e una maggiore curiosità verso il nuovo. Nei festival italiani, al contrario, è più difficile proporre nuova musica perché si preferisce puntare su progetti oramai consolidati o su nomi che hanno maggiore visibilità nel circuito musicale nazionale.

Cosa è per te l’improvvisazione e quanto incide nelle tue composizioni?L’improvvisazione è composizione istantanea; per me non esiste alcuna differenza tra composizione e improvvisazione. Anche i più grandi compositori del passato prima di essere tali erano improvvisatori e le più grandi composizioni non sono state altro che improvvisazioni trascritte da loro stessi. Perciò il grande merito del jazz è stato quello di aver nuovamente rivalutato la figura dello strumentista anche come compositore.

Quali consideri i passaggi fondamentali della tua carriera artistica?Sicuramente lo studio del pianoforte classico, dell’organo classico e della musica jazz. Mi ritengo veramente fortunato perché ciascuno dei tre aspetti mi ha permesso di essere un musicista contemporaneo a 360 gradi e, con un pizzico di presunzione, tutto questo bagaglio musicale appreso ha portato e continuerà a portare verso percorsi creativi sempre nuovi e originali.

Possiamo dire a stretto giro, hai licenziato due album: «At Time It Is» e, prima, «Eclectic Inside». Partiamo dal primo, dove metti insieme due linguaggi apparentemente distanti, la classica e il jazz. C’era un obiettivo che ti eri prefissato?
Forse non c’è un vero e proprio obiettivo. L’idea di condensare generi apparentemente diversi nasce dalla voglia di creare un personale linguaggio musicale volto ad esprimere le mie emozioni. Ho semplicemente cercato di suonare e di scrivere ciò che per me era più impulsivo immaginare.

Hai dedicato due brani, rispettivamente, a Bach e Frescobaldi. E’solo una dedica, oppure li ritieni i più vicini al jazz?
Anzitutto vuole essere un omaggio a due organisti che hanno influenzato moltissimo la mia attività di compositore. Sicuramente entrambi li ritengo vicini al jazz per l’uso ardito che facevano dell’armonia durezze e ligature ovvero l’uso delle tensioni armoniche e relative risoluzioni che li vedono sicuramente più vicini, a mio parere, alla composizione moderna e meno a quella dei loro contemporanei.

In pratica, è un piano jazz trio arricchito dalla viola e dalla voce. Perché hai voluto questa formula?
La viola ha rappresentato la vera novità del disco poiché è uno strumento insolito per questo repertorio con tante possibilità espressive adatte alla mia musica. La voce perché per la prima volta ho scritto una canzone che ha dato il nome al disco.

Parlando di «Eclectic Inside», invece, probabilmente vi sono più richiami verso il mondo della musica classica. Mi sbaglio?
Sì, confermo. In «Eclectic Inside» ci sono molti richiami alla musica classica ma anche la voglia di voler mostrare il mio temperamento ecclettico attraverso un album in grado di passare con disinvoltura da un genere all’altro, privilegiando il carattere descrittivo.

Sembra che tu non possa fare a meno degli archi. Senti la necessità di far valere il senso sinfonico della tua musica?
Indubbiamente, gli archi mi consentono di esaltare soprattutto la polifonia tra le voci. Credo che il sinfonismo sia la vera sfida da affrontare per la composizione jazz.

In entrambi i casi, come hai selezionato i musicisti che ti hanno accompagnato?
In entrambi i lavori, imusicisti che hanno collaborato rispecchiano il mio modo di fare musica, pertanto versatili in ambo i campi, classico e jazz e, inoltre , in grado di improvvisare all’occorrenza.

Ti senti più vicino al jazz europeo o a quello statunitense?
Indubbiamente a quello europeo, in particolare a quello nord europeo.

Chi è il tuo mentore spirituale?
Sono due: J.S. Bach e Friedrich Gulda.

Cosa è scritto nell’agenda di Vincenzo Cipriani?
Mi aspetta un autunno particolarmente intenso accompagnato dal mio quintetto (piano, batteria, basso, viola e voce) con diversi concerti in Italia e una tournée tra Novembre e Dicembre con il progetto At Times It is in Norvegia e Lithuania presso diversi jazz club e festival jazz.

A quali altri progetti stai lavorando?
Sto scrivendo delle nuove composizioni per organici medi e grandi che vedranno protagonisti gli archi e i fiati.

Qual è il tuo desiderio artistico più grande?
Ne ho tanti, pertanto vediamo cosa succederà!
Alceste Ayroldi