Francesco Cusa: Meglio in una fossa con serpi che in jam con un amico jazzista

Non c’è amicizia che tenga quando è in gioco la sopravvivenza e la jam session è governata da Thanatos; il godimento è forzatura di ambiti e brutale violenza del muscolo

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Francesco Cusa
Francesco cusa - foto Davide Cusa

Ecco un momento di totale allontanamento dal contesto. Parlare con Francesco Cusa è come leggere uno dei suoi libri, sia che ti lasci spiazzato a suon di aforismi sia che approfondisca quei suoi personaggi cattivi e intensi nei racconti che scrive dopo un concerto, quando cerca di tradurre in parole il suo modus sonandi, per così dire. Ma a volte è il contrario. Dialogo senza regole e demarcazioni per delineare un ritratto che non si lascia delineare. Divertente e stimolante.

Ecco l’Inter(v)ista (scritto davanti a lui in questo modo, e lo fa trasalire) dotata di un piccolo sussulto… Attraverso un segno grafico apparentemente innocuo, sentiti pure «provocato» così da raccontarti alla nostra rivista esattamente come sei: autenticamente appassionato e rabbioso, insoddisfatto e ottimista. Di questi tempi un incipit come questo può diventare uno stimolo a lasciar scorrere emozioni, vero?
Senza alcun dubbio. Finalmente un incipit che si palesa per quel che non è. Mah, non saprei quale sia e cosa sia realmente uno «stato d’animo», una modulazione espressiva, se non il prodotto di una dinamica complessa. Diciamo che sono sempre «altro» rispetto a ciò che si è appena palesato. È una dannata, affascinante caccia alla propria ombra.

Via, proviamo un altro inizio partendo da uno degli aforismi contenuti nel tuo recentissimo libro Ridetti e ricontraddetti: «Ho la vaga sensazione d’essere nel posto sbagliato al momento giusto». E, attraverso te, puoi individuare come queste parole si possano rispecchiare nella tua musica?
Brava! Ecco, è esattamente questo il punto. Nel momento stesso in cui «qualcosa» viene a fissarsi – sia essa una partitura, uno scritto, una nota suonata, una foto – viene ad attivarsi un processo inevitabile, attinente alla contemplazione, che per me assume un colore differente rispetto al momento creativo. Quella che, in termini lacaniani, potremmo definire la jouissance, arriva, per così dire, «sempre dopo». Ecco, io ambisco a cogliere quel «pre», ciò che anticipa l’atto, quell’istante eterno e sospeso privo di contingenza. In questo senso il rapporto tra scrittura ed esecuzione, tra direzione e scritto narrativo, come tra concerto e cd, va sempre più assottigliandosi. Almeno nella mia proiezione utopistica di ciò che dovrebbe essere un (s)oggetto estetico. In musica ho percepito questa «totalità» in Joey Baron: a me pare che lui riesca a tradurre atto e potenza in una sorta di impressionante simultaneità.

Tempo fa, intervistandoti in altra occasione, mi incuriosiva sapere cosa effettivamente evocasse la locuzione «improvvisatore involontario», ossia il collettivo da te creato. La sensazione è che quella tua risposta non basti più, e che a distanza di anni tutto sia mutato perché mutevole è il senso di questo gruppo.
Certamente. Come detto fin qua, l’ambiguità investe il lemma e disperde ogni sentiero lastricato di buoni propositi. Ciò è un bene, perché rende viva la parola, la nota, il simbolo, li fa vibrare a distanza di secoli. Come definire un collettivo che negasse la stessa idea di collettivo? Un’associazione che fosse anche dissociazione di ogni retorica assembleare? Come chiamare un struttura aperta a chiunque, una label, in una realtà paradossale quale quella italiana? Sono due parole che mimano la poetica dell’assurdo e che si contraddicono solo apparentemente. Volendo, siamo dalle parti di Magritte e di una poetica dell’inganno. Dire «improvvisatore involontario» rimane locuzione valida in eterno.

Francesco Cusa - foto Davide Susa
Francesco Cusa – foto Davide Susa

Citandoti ancora: «Meglio in una fossa con mille scorpioni che a una jam con un amico jazzista». È bellissima questa traslazione di un fastidio sottile – ma nemmeno tanto – e a volte la penso anch’io…
Queste musiche scisse e sradicate dal proprio alveo ritualistico e celebrativo hanno perso il senso e la relazione con il concetto di comunità. In Europa e nella feudale Italia, abbiamo ereditato gli idiomi di un linguaggio corale che abbiamo poi sezionato e reso solubile, mondando ogni asperità e diluendo i sapori forti di certe spezie. Di solito (ma, ovviamente, ci sono delle fortunate eccezioni), una jam session in italia è un misto tra una seduta di psicoterapia e una passerella da avanspettacolo. È interessante osservare il linguaggio corporeo, non tanto durante l’esibizione ma nell’attesa tra un pezzo e l’altro: molti tra i sassofonisti hanno lo stesso linguaggio posturale dei pazienti dal medico in attesa, con tanto di numeretto. Questo mio aforisma è l’iperbole di una situazione reale, giacché la jam session rappresenta la mappa di un territorio stilizzato, de-poeticizzato, in cui l’obiettivo è emergere. Non c’è amicizia che tenga quando è in gioco la sopravvivenza. E la jam session, da questo punto di vista, è governata da Thanatos; il godimento è forzatura di ambiti e brutale violenza del muscolo il godimento è forzatura di ambiti e brutale violenza del muscolo.

Senza voler per forza scomodare Walt Whitman, credo che in te la contraddizione sia un ottimo punto di partenza creativo e «contenga moltitudini»: con The Assassins i tuoi lavori si intitolano «Beauty and the Grace» e «Love», per dire, e la sorpresa maggiore è conoscerti personalmente ma non averti mai sentito dal vivo e poi, quando capita, prevedere un atteggiamento sul palco comico e un po’ eccessivo, e non è affatto così: ti aspetti Animal dei Muppets e ti appare al contrario l’aplomb di un timpanista della Royal Philharmonic, al punto che occorre attendere lo sviluppo del brano per vederti davvero coinvolto… Ti riconosci?
Mi riconosco in tutto ciò che «mi fruisce». Il fruitore ha sempre ragione. Quella che tu definisci contraddizione è per me esplorazione dell’ambiguità, scandaglio della dualità. L’amore, la grazia, la bellezza sono ovunque, e quindi occorre esplorare anche gli anfratti più oscuri alla ricerca di nuovi dettagli, che a loro volta descrivono un nuovo mondo, una nuova palingenesi. Nel corso degli anni di studio, ma anche di pratica dello yoga, chiaramente si acquisisce maggior controllo dello strumento. La batteria è bestia ardua da domare. È come accarezzare una pantera: occorre essere cauti e spregiudicati al contempo. Comunicare questo agli allievi non è semplice ma è opportuno. La stessa domanda me la pongono alcuni lettori del mio libro Novelle crudeli. Leggono il libro e si trovano spiazzati a fronte delle crudeltà di certi personaggi che però, al contempo, sono pervasi da una luce aliena e sinistra di bellezza. Ciò che affascina è sempre frutto di laceranti ferite.

Sei un musicista faticoso ma non affaticante: credo che sia possibile definirti anche in questo modo. Certo che anche le tue citazioni non sono così immediate e banali: J.J. Cale, Gilles Deleuze, Eckhart Tolle, per non dire di Adorno, Plotino o Weber…
Non saprei. Sono quel che sono. E penso di essere diverso ad ogni istante, come tutti. La nosologia, le classificazioni mi nauseano. Prendiamo Deleuze, che tu citi, cosa sarebbe senza le sue unghie? Adorno lo nomino perché lo detesto. Plotino è il reale nesso e ponte tra la cultura filosofica orientale e l’Occidente. La fatica è in chi la vive. In genere il gioco delle citazioni è un altro schermo, uno specchio che rimanda sempre ad altro, all’Altro. Mi interessa la dinamica della prospettiva in un mio concerto, in una mia composizione o in una mia novella. Mi interessa essere costantemente sorpreso. La citazione è spesso il canovaccio dell’opera, la reale struttura, il seme occultato proprio nella (dalla) sua enunciazione. Ma è anche una sorta di détournement, di inganno. Occhio dunque ai processi di identificazione e alle aderenze. La didascalia non è mai didascalica, potremmo dire.

Francesco cosaQuali le tue prossime imprese?
Be’, intanto mi godo l’uscita dei miei ultimi lavori letterari: un libro di aforismi Ridetti e ricontraddetti, uscito per Carthago, e il cd audio del mio libro Novelle crudeli, prodotto da Phobos e che vede le voci recitanti di Angela Tiné, Tiziana Giletto, Salvatore Massimo Fazio e Giuseppe Carbone. Quest’anno è uscita anche una mia nuova raccolta di racconti: Racconti molesti. Sul versante musicale l nuovo lavoro con i miei The Assassins (pensavo si chiamerà «Disco Essential», o «Stupid Music»); in preparazione il cd del mio nuovo trio FCT, con Simone Graziano al pianoforte e Gabriele Evangelista al contrabbasso; è uscito il cd del duo con Enrico Merlin («Frank Sinapsi», omaggio a Frank Sinatra) e del duo con Gianni Lenoci «Wet Cats». In programma quelli del trio The Machine con Gianni Lenoci al piano e Pierpaolo Martino al basso, del nuovo progetto di Carmelo Coglitore (con Giacomo Tantillo, Pino Delfino e il sottoscritto) e di quello del trio di Paolo Sorge, che mi vede assieme a Gabriele Evangelista e che uscirà per Improvvisatore Involontario. Spero di portare avanti altri progetti con cui collaboro da tempo, soprattutto Skinshout con Gaia Mattiuzzi e il duo col pianista Giovanni Mancuso. Oppure mando tutto al diavolo e mi prendo una vacanza molto lunga… Tu che ne dici? In Italia il dramma rimane sempre il solito: c’è tanta meravigliosa musica che fa fatica ad emergere per le solite congestioni. Ma non ho voglia di parlarne adesso.

A volte porto una maglietta degli Improvvisatori dove sul retro è scritto: «I’m a giezz girl». Il tuo «Beauty and the Grace» inizia con «La batteria è bestia ardua da domare. È come accarezzare una pantera: occorre essere cauti e spregiudicati al contempo.» un lamento assai divertente: «Jazz… Noooo… Jazz!!!» per poi partire con un pezzo teso e perfetto. Usi l’ironia per depistare?
Uso l’ironia per respirare. Prendi una parola: jazz. Ripetila all’infinito. Diventa comica. Non c’è niente da fare. Trovo esilarante l’esplorazione, condotta in segreto con alcuni compagni di cinismo, di tutti i luoghi comuni insiti in questa peninsulare (pena insulare) deriva; questa perenne sagra, questo canto, il sodalizio tra gastronomia e jazz offrono straordinari spunti di lavoro e riflessione. Alcune rassegne riservano autentiche perle, connotazioni idiomatiche e neologismi da far invidia all’azzardo surrealista più estremo. C’è comunque sempre da godere, come afferma il mio amico Gabriele Evangelista, e in ciò sta la sostanziale differenza tra il nichilista e il cinico gaudente, nella pulsionalità con cui vengono esplorati certi epifenomeni. C’è ovviamente anche del «bello» nel mostruoso, nel pantagruelico, nello scarto, nella deiezione.
Come dice lo storico Marc Bloch: «Lo storico è come l’orco della fiaba. Egli sa che là dove fiuta carne umana, là è la sua preda». Ecco, questo dovrebbe essere anche il jazzista.

Lorenza Cattadori

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