Cristina Renzetti: Agreste

di Pietro Scaramuzzo

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Cristina Renzetti (foto di Barbara Rigon)
Cristina Renzetti (foto di Barbara Rigon)

A colloquio con Cristina Renzetti, una tra le più raffinate e attive interpreti di musica brasiliana nel nostro Paese, da As Madalenas al Trio Correnteza

Il jeitinho brasileiro non le manca, nonostante sia nata in terre ben lontane da quelle brasiliane. Cristina Renzetti, classe 1981, è nata nella italianissima Terni e, prima di raggiungere la maggiore età, non avrebbe mai pensato che la sua strada fosse destinata a incrociare la musica e la cultura brasiliana. L’incontro con un brasiliano, un viaggio a Rio de Janeiro e i molti dischi di musica brasiliana messi in valigia, hanno inesorabilmente plasmato le tendenze artistiche di Cristina che, negli anni, è passata dal rock al jazz e, più tardi, alla musica brasiliana. Oggi Renzetti è tra le più raffinate interpreti di musica brasiliana che si possano incontrare tra i confini nazionali. Nell’ultimo periodo è anche tra le più attive, portando avanti diversi progetti, due dei quali meritano una menzione speciale. As Madalenas, il duo che la vede protagonista insieme alla brasiliana Tati Valle, hanno da poco pubblicato il secondo disco che, a differenza del primo, non si limita a flirtare con il canzoniere brasiliano, ma offre un ampio viaggio nella musica del Bel Paese. Parallelamente, Cristina presta la voce al Trio Correnteza, composto anche da Gabriele Mirabassi e Roberto Taufic e che, da poche settimane, si è riproposto sul mercato fonografico con un nuovo lavoro dedicato a un Brasile misconosciuto ma non per questo meno affascinante.

Perché avete sentito la necessitá di cantare l’agreste?
Ci ha mosso una necessità. Inizialmente con Gabriele e Roberto avevamo pensato di fare un disco dedicato a Minas Gerais e ai suoi compositori. Poi, scavando più a fondo nei nostri desideri, sentivamo di volerci addentrare nell’anima più profonda del Brasile, l’interior. Una parola difficilmente traducibile in italiano, entroterra sì ma anche un viaggio verso dentro, verso l’interno, più che un dirigersi su un punto preciso di una mappa. E l’idea è stata quella di trattare questo materiale più popolare con lo stesso atteggiamento estetico imparato dalla lunga convivenza con la raffinata musica di Jobim, mettendo al centro i valori della musica da camera e della cura del suono, il rispetto profondo per i testi e tanto ascolto e dialogo musicale tra noi.

Trio Correnteza (foto di Andrea Polverini)
Trio Correnteza (foto di Andrea Polverini)

Qual è stato il criterio che avete usato per scegliere i brani?
Come sempre, ci siamo fatti guidare dal nostro istinto proponendo le canzoni «agresti» che più amavamo. Tre brani sono di Dori Caymmi, figlio del grande Dorival, canzoni dal sapore mistico e ancestrale, sulla vita, la morte e lo snordarsi del «filo del tempo». Poi c’è Milton: Fruta boa, elogio dell’amore semplice e maturato dalla vita e Morro Velho, brano meraviglioso che racconta l’infanzia di due ragazzi in una fazenda. Due brani più schiettamente contadini sono il canto di lavoro Cio da Terra scritto a due mani da Milton e Chico Buarque, inno alla fertilità della terra che è diventato il baluardo del movimento dei «sem terra» brasiliani e Romaria, il pellegrinaggio di un contadino che cerca sollievo con la fede alla durezza estrema della vita caipira. E infine non potevamo lasciare fuori il nostro amato Guinga, che ci ha dato modo di inserire nel quadro anche una strana creatura delle leggende afro-brasiliane che vive nelle foreste, il Saci.

Nel repertorio avete inserito un brano italiano. Esiste un parallelismo tra l’agreste brasiliano e quello italiano?
In realtà i brani in italiano sono due: Mare Maje, un antico canto funebre abruzzese e Monti di Mola di Fabrizio De Andrè. Quest’ultimo è un brano in gallurese che racconta la storia di un amore tra un giovane uomo e un’asina. Queste due canzoni raccontano la vita umile e aspra dei pastori delle nostre montagne, dove l’uomo vive a stretto contatto con gli animali e a loro si assimila e si paragona, tanto da raccontare la propria vita con la lingua delle bestie. Già nella scelta di intitolare il disco «Agreste», parola identica in italiano e in portoghese, c’è l’intento di parlare di un universo comune. D’altronde l’anima agreste, figlia diretta della terra madre e matrice dell’umanità, è per sua stessa natura universale.

La versione di Cio da Terra è veramente meravigliosa, anche grazie all’intervento di Elena Ledda.
L’invito a Elena, forse oggi la più grande cantante popolare sarda, è andato di pari passo con la voglia di registrare questo disco in Sardegna, nello studio di Michele Palmas che ci ha accolti a braccia aperte. Avevamo voglia di registrare questi brani in un luogo ispiratore, dove la terra pulsasse e cantasse. Elena è la manifestazione vivente di come, se si è radicati con i piedi ben saldi su una terra piena di tradizioni, il canto diventi più forte e potente. È una donna e un’artista meravigliosa che ci emoziona in ogni nota che canta, e ci ha fatto un regalo enorme.

Le musiche di «Agreste» sono sicuramente meno note di quelle che avete proposto in «Correnteza». Come è stata la reazione del pubblico?
In effetti un disco su Jobim forse ha vita più facile in termini di riconoscibilità. Però credo che sia compito di noi musicisti, qualora si scelga di essere interpreti di brani altrui come in questo trio, sia anche quello di fare ricerca sul repertorio. Banalmente, sono molto felice quando dopo un concerto o a lezione con i miei allievi, qualcuno mi mostra di avere scoperto ed essersi innamorato di un brano o di un compositore fino a quel momento mai sentito.

Cristina Renzetti (foto di Barbara Rigon)
Cristina Renzetti (foto di Barbara Rigon)

Tutto il disco parla di terra, di lavoro, di valori genuini. Credi che questo lavoro possa avere un significato politico?
Si, decisamente. E intendo la dimensione politica che assumiamo, più o meno volontariamente, noi musicisti quando mettiamo la nostra musica e la nostra ricerca a servizio del pubblico. C’è qui un bisogno di esaltare, attraverso la musica, l’esigenza di stare insieme, di condividere e cantare anche parole grandi, altisonanti ma semplici come vita, morte, amore, terra, fede. Ci spaventano e ci insospettiscono, forse, perché ci paiono come svuotate. Ma grazie a questi grandi compositori le riconosciamo di nuovo come vere e le riabilitiamo.

Sei impegnata anche con il duo As Madalenas. Come riesci a conciliare i due progetti?
Questi due gruppi si sono mossi praticamente insieme. Sono nati nel 2012, al mio rientro da una lunga esperienza di vita e di musica che mi ha fatto vivere in Brasile per quasi cinque anni. Avevo l’urgenza e la voglia di raccontare e anche di trasformare tutto quello che avevo vissuto, ascoltato e scoperto a Rio. Queste due formazioni mi danno modo di rielaborare in due modi molto diversi e complementari questo enorme bagaglio. Con l’amica e parceira Tati Valle, londrinense trapiantata in Italia, ci divertiamo a «madalenizzare» brani di MPB, noti e meno noti, scrivere testi e traduzioni, giocare a indossare le canzoni con le nostre voci, chitarre e percussioni come farebbero due sorelle nella cameretta che si provano i vestiti della mamma! Nel trio con Gabriele e Roberto ho il piacere e l’onore di confrontarmi con due musicisti di grande esperienza e crescere assieme a loro, cercando un interplay e una libertà musicale più vicini alla matrice jazzistica, che in fondo è il mondo in cui sono cresciuta fin da piccola a Bologna, mia città d’adozione. La parola «conciliare» che usi mi fa invece più pensare al mio tempo e alla convivenza tra l’essere musicista e mamma. Noi donne musiciste non siamo molto tutelate in questo senso. Ma, come insegnano i maestri, se è vero che «cantiamo quel che siamo», non ha senso provare a dividersi nei tempi e negli spazi pensando di essere due cose: meglio vivere appieno questo privilegio, pieno anche di sacrifici, che ci fa crescere immensamente come persone e anche come artiste.

Che cosa succede sul palco?
Be’, il nostro trio ha la consuetudine di registrare in studio come un live, quindi musicalmente il disco è piuttosto fedele al concerto. Sul palco sperimentiamo l’equilibrio e il dialogo tra i nostri timbri e anche le nostre diverse personalità musicali. Roberto è uno straordinario creatore di paesaggi sonori: nonostante i brani non vengano mai stravolti in senso formale, ogni suo accordo, introduzione, pulsazione ritmica porta me e Gabriele in una nuova direzione da esplorare. Nessuno è solista, siamo tre voci che si rincorrono, si distanziano, si chiamano, a volte confluiscono in un unisono. Gabriele è un musicista pazzesco che apre le strade più audaci e impervie: è un po’ il nostro termometro emotivo con le sue impennate violente o con pianissimo eterei, invenzioni contrappuntistiche e suoni che sembrano venire da altri mondi. Io difficilmente improvviso, spesso mi limito a cantare la melodia del brano così com’è, immaginandola però come un uomo che cammina su una strada che è sempre uguale, stessi incroci e stesse svolte, ma ogni volta è immerso in un panorama e in un tempo atmosferico diverso. Ci piace molto anche parlare durante i concerti per dare al pubblico un’ulteriore chiave d’accesso ai brani, trattandosi spesso di testi densi e importanti.

Gabriele Mirabassi / Cristina Renzetti / Roberto Taufic «Agreste»
Gabriele Mirabassi / Cristina Renzetti / Roberto Taufic «Agreste»

Quale sará il prossimo pezzo di Brasile che racconterete?
Eh, bella questa domanda! Guarda, ci piace talmente tanto suonare e stare insieme che la tentazione sarebbe di pensare a un disco per ogni grande autore della musica brasiliana. Parallelamente, io in particolare spingo da tempo per sperimentare il nostro suono, maturato in acque brasiliane, con la musica italiana. A dicembre abbiamo fatto un primo esperimento con Mario Brunello e il coro Valsella rielaborando canti della tradizione alpina, e ci siamo divertiti un sacco. Stiamo pensando ad alcune cose, ma al momento non sappiamo ancora dove ci porterà esattamente la nostra «correnteza».

Pietro Scaramuzzo

[da Musica Jazz di settembre 2019]