Livorno, il jazz e il fuoco sacro – Intervista con Andrea Pellegrini

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Andrea Pellegrini sulla Terrazza Mascagni di Livorno (foto di Giacomo Innocenti)

Come tante città portuali Livorno possiede un’identità culturale aperta, ibrida, fin dall’emanazione delle Leggi Livornine (1591-1593) ad opera di Ferdinando I dei Medici grazie alle quali Livorno divenne porto franco, accogliendo ebrei sefarditi, greci, armeni e altre etnie. Nel corso dei secoli il carattere multietnico ne ha contraddistinto la vita culturale, in seno alla quale si è sviluppata una solida tradizione musicale. La città di Pietro Mascagni e Piero Ciampi – ma anche di Amedeo Modigliani, Giovanni Fattori ed Elio Toaff – vanta una scena jazzistica variegata, le cui origini risalgono ai primi del Novecento. Ne fa parte a pieno titolo Andrea Pellegrini (Genova, 1963), pianista, autore e apprezzato insegnante, protagonista di lodevoli iniziative didattiche e performative. Sotto questo aspetto va sottolineata la lunga esperienza (conclusasi nel 2010) con la scuola Giuseppe Bonamici di Pisa, di cui è stato anche direttore per sette anni. Dal 2004 al 2015 è stato anche membro del consiglio direttivo dell’Associazione Italiana delle Scuole di Musica (AIdSM) e loro rappresentante – dal 2004 al 2011 – presso la European Music School Union (facente parte dell’International Music Council – UNESCO), unico jazzista tra i delegati di ventisette nazioni. Cosa piuttosto atipica, vista la tendenza di troppi musicisti jazz italiani a diffidare delle organizzazioni.

Andrea e Chiara Pellegrini (dall’archivio di famiglia)

Insieme al fratello, il contrabbassista Nino, Andrea appartiene alla sesta generazione di una famiglia di musicisti, i Pellegrini-Vianesi, che ha il suo capostipite nell’oboista Giuseppe Vianesi (1799-1883) e prosegue con i figli di Andrea: Chiara, cantante jazz e folk, vincitrice con il trio femminile Faya del Global Music Festival di Berlino 2019, e Francesco, detto «Maestro Pellegrini», cantautore e fagottista, del quale è in uscita il primo Cd da solista per la Black Candy Produzioni. Francesco ha collaborato con Nada e Motta ed è membro degli Zen Circus, con i quali ha partecipato tra l’altro a Sanremo 2019.

Da buon livornese, Pellegrini parla con arguzia, spirito critico e senza peli sulla lingua della sua città, della scena locale e dell’educazione musicale nel nostro paese, rivendicando al tempo stesso la specificità e l’apertura del linguaggio proprio e dei colleghi suoi concittadini. A questo proposito, vale la pena di citare un passaggio dal libro Livorno, dalla «musica americana» al Jazz (Erasmo, 2013), scritto da Pellegrini insieme a Maurizio Mini: «Il Jazz livornese esiste. È un vernacolo, un accento, una sfumatura, non un dialetto, una lingua, né un genere: nel Jazz è del tutto normale che chi lo fa ci aggiunga del suo, come nelle ricette del cacciucco».

Pellegrini è anche autore di un libriccino intitolato Mirabolanti avventure di un jazzista (Erasmo, 2014), pubblicato insieme al Cd «Modigliani»: raccolta di gustosi episodi che spaziano da un avventuroso viaggio a Berlino su una Renault 4 F6 bianca per assistere al crollo del muro ai ricordi del babbo che, per citare le sue stesse parole, gli «spiegò cos’è il jazz». Un altro esempio di «livornesità» e una metafora della natura nomade del jazz.

Pellegrini con il figlio Francesco (foto di Valentina Cipriani)

Andrea, è inevitabile iniziare dalla storia musicale della tua famiglia.

La cosa meravigliosa è l’estrema varietà di stili musicali a cui si è dedicata la mia famiglia in oltre due secoli. Giuseppe Vianesi ha introdotto alcune chiavi nuove nell’oboe; Augusto Vianesi era direttore all’Opera di Parigi, al Metropolitan di New York e al Covent Garden di Londra. Ida Vianesi era pianista e suo figlio Giulio Pellegrini era organista e amico di Mascagni. Mio padre Gianfranco cantava Sinatra e ci ha fatto conoscere Parker, mentre mio zio Pierluigi – violinista e pianista – si comprò una Fiat 1100 dopo aver partecipato a Lascia o raddoppia? e indovinato il Nabucco di Verdi in mezzo alle gaffe di Mike Bongiorno. Tutto questo ci ha lasciato un valore che trasmetto a figli ed allievi: rispetto assoluto per ogni stile musicale – perché la bellezza può nascondersi ovunque – e, parimenti, insofferenza per la mancanza di autenticità. Questa è la prima causa della bruttezza che, altrettanto, si può trovare anche nelle musiche più blasonate. Bisogna imparare a riconoscere il vero e falso prima del bello e del brutto, e prima ancora ad ascoltare e rispettare tutto.

Un principio fondamentale, forse non sempre rispettato nella didattica.

Proprio dal punto di vista didattico questa visione è fondamentale perché valorizza gli ascolti dei giovani senza pregiudizi ma educa al senso critico, all’uso dell’orecchio, alla curiosità e al gusto per la ricerca, essenziali per qualsiasi lavoro sulla musica, sia che tu sia un cantautore post-rock o un virtuoso classico, un compositore o un improvvisatore. In quest’ultimo caso è addirittura vitale.

E tu come lo applichi?

Il mio metodo – specialmente per il jazz, o meglio per quello che del jazz si può insegnare – si ispira agli ambienti musicali che ho frequentato: la mia famiglia, Siena Jazz e i miei amici. Sì: gli amici. Non ci si rende conto di quanto possa essere determinante il tempo trascorso cantando e suonando con gli amici. I rapporti armonici elementari, l’approccio al ritmo, la memorizzazione di successioni armoniche e della forma, l’intonazione. Tutto questo può essere coltivato nelle esperienze di musica concrete che prima erano molto diffuse: la musica in casa, la musica con gli amici. Poche cose semplici ma fondamentali. Diffido di chi sa suonare il Rach 3 (il Concerto per pianoforte e orchestra n.3 di Sergej Rachmaninov, ndr) e non riconosce gli accordi di Let It Be. Così come credo che chi conosce tutta la discografia dei Pink Floyd ma non sa leggere la musica si perda tantissimo. A tutti i miei allievi ho cercato di accendere il fuoco sacro o, se lo avevano già, mi sono preoccupato che lo custodissero e lo nutrissero. Sì, il fuoco sacro: perché chi sente la musica così profondamente da decidere di investirci la vita ha come un fuoco, una spinta, una pulsione potente. E l’insegnante cosa deve fare se non far sì che non si spenga e che si alimenti?

Andrea Pellegrini con alcuni studenti della Monash University di Melbourne (foto di Elisa Heusch)

Interpreti il ruolo di insegnante come una missione?

In un certo senso mi ritengo un insegnante di musica di successo. Non certo dal punto di vista finanziario o professionale. I contratti sono ai limiti della legalità e i compensi nel complesso vergognosi, essendo per migliaia di noi un miraggio avere ferie e malattia: roba da terzo mondo. Ma mi ritengo soddisfatto perché mi diverto e amo far innamorare i ragazzi della musica, il che poi dovrebbe essere l’obiettivo principale di ogni insegnante di musica. Se ottieni quello, il resto non è difficile; se non lo ottieni, è difficilissimo e inutile.

Sotto questo aspetto, ci sono degli insegnanti che ti hanno ispirato?

Ho anche dei riferimenti e dei modelli, è naturale. Bruno Tommaso, con il suo amore per la musica, il suo equilibrio fra ironia, gioia, piacere di fare musica e rigore estetico e tecnico. Franco D’Andrea, uno dei più grandi pianisti jazz della storia, con i suoi spigoli intriganti, la sua ricerca incessante, la sua umiltà disarmante che pare contrastare con la sua conoscenza abissale e invece non ci contrasta, perché non impari niente se non sei umile. Nadia Boulanger, la più grande insegnante donna di tutti i tempi, a cui il jazz deve molto.

E quanto ai tuoi ascolti?

Ascolto Ravel e Tenco, Ella Fitzgerald e Martha Argerich, Elio e le Storie Tese e Trovesi, gli Zen Circus, Nada e Palestrina, e invito gli allievi a fare lo stesso. Fra i quasi cento brani dell’Andrea Pellegrini Real Book, in via di pubblicazione, ci sono composizioni squisitamente jazz, AABA, blues, ma anche brani per bambini che possono essere eseguiti in modo ionico o in modo lidio, composizioni scritte, preludi, suite complesse e canzoni con il testo in italiano. Tutto questo ho ascoltato e non posso che riproporlo, ovviamente mettendoci del mio.

Come vedi lo stato dell’educazione musicale nel nostro paese?

I miei numerosi viaggi mi hanno convinto del divario fra l’enorme eredità storica musicale italiana e la situazione attuale, ancora gravemente deficitaria, della «cultura musicale diffusa». Ho visto, ascoltato e toccato con mano tutto questo: a Vilnius, Riga, Sydney, nel Michigan, a Bruxelles, Ginevra, Losanna, Budapest. È incredibile notare quanto la musica viene valutata come formazione essenziale dell’individuo quasi ovunque e quanto invece da noi è considerata ancora il nulla assoluto. Questo ovviamente contrasta, ironicamente e tristemente, con l’immenso contributo dato alla musica di tutti i tempi dal nostro paese, da prima ancora che fosse una nazione.

Pellegrini in concerto con il violoncellista Crispin Campbell (foto di Chiara Carboni)

E questo ha influito in qualche modo sul tuo ruolo di insegnante?

Ogni tanto io stesso avevo paura del mestiere di musicista. Una volta Piergiorgio Pirro – allievo mio e del grande clavicembalista Ottaviano Tenerani, e laureato anche in Informatica – di ritorno da tre mesi a Parigi per un’attività scientifica mi disse: «Andrea, ho deciso». E io pensai: «Sempre così: i ragazzi si scoraggiano. Si guadagna poco, è un mestiere maledetto. Questo se ne andrà e sarà un programmatore di successo in Francia». E invece lui: «Mollo tutto, faccio il musicista». Mi dovetti sedere e gli dissi: «Il mio lavoro ha senso finché ogni anno uno o due ragazzi su cento mi dicono questa cosa; eppure, ogni volta che me lo sento dire mi sento svenire!».

Mettiamo ora in evidenza il ruolo di Livorno città multietnica e multiculturale, e come ciò si è riflesso sul suo patrimonio musicale.

I toscani e i livornesi dovrebbero comprendere meglio di altri la natura multietnica, multiculturale e cosmopolita del jazz. Come Maurizio Mini ed io abbiamo raccontato nel libro Livorno, dalla «musica americana» al Jazz, Livorno è stata la prima città italiana a ospitare un consolato americano. Gli Stati Uniti commerciavano e collaboravano con la Toscana attraverso il porto di Livorno ancor prima di avere una Costituzione! Le loro relazioni dirette con Livorno hanno più di trecento anni. Gli scambi commerciali fra Livorno (e la Toscana dei Medici) e gli USA consistevano in esportazioni di opere d’arte, cultura, moda, spartiti, strumenti, attrezzi, artigianato, libri, riviste, ma anche professionisti, artisti, insegnanti. Fino a tutto l’Ottocento gli USA assorbirono le altre culture formando così, senza esserne del tutto coscienti, il famoso melting pot. Solo nel Novecento cominciarono a sfornare cultura, conoscenze proprie, autonome, e il jazz è il frutto più originale di questo processo. I musicisti italiani che vivevano nelle città portuali, specie al sud, a Genova e a Livorno hanno preso parte attiva alla nascita del jazz. Fra i decani del proto-jazz di New Orleans c’era Joe Alexander che si chiamava Giuseppe Alessandra ed era napoletano. Il livornese Romano Romani diventò un dirigente della Columbia Records; un altro livornese, Armando di Piramo, produsse Just A Gigolo, del pistoiese Leonello Casucci, e It Had To Be You. Noi per primi non lo sappiamo o non ci crediamo, ma noi eravamo lì! Insieme, e accanto, a ebrei e africani c’erano toscani, liguri e meridionali.

In effetti, troppo spesso si sottovaluta o addirittura si ignora il carattere multietnico e sincretico del jazz delle origini.

Il jazz comprende elementi legati alle musiche folkloriche, alle musiche bandistiche e alle danze mediterranee e italiane. Il jazz in senso moderno è nato a New Orleans dalla confluenza di elementi bandistici italiani e europei, elementi accademici europei, elementi africani popolari e colti. Sì, anche colti, perché gli africani hanno una cultura, anzi molte; non sono buoni selvaggi, con buona pace di Polillo. Ma gli stili proto-jazzistici sono nati sulle navi schiaviste, commerciali e turistiche. E su queste navi c’erano musicisti italiani (livornesi, genovesi e meridionali, soprattutto) ed europei. Novecento di Baricco rappresenta benissimo quell’atmosfera. Il pianista Novecento è una metafora del jazz stesso. Livorno «Città delle Nazioni», con le Leggi Livornine di fine Cinquecento, con una tolleranza religiosa senza uguali nell’Occidente di allora, unica città europea a non avere un ghetto ebraico e ad avere rappresentanze ufficiali di ogni nazione e religione, ha dato vita a movimenti musicali pazzeschi. Il primo quartetto d’archi della storia, costituitosi sulla scia della forma delle Sonate a quattro, era composto da due livornesi (Giuseppe Maria Cambini, viola, e Pietro Nardini, violino) e due lucchesi (Luigi Boccherini, violoncello, e Filippo Manfredi, violino). Era un quartetto così famoso da essere chiamato Quartetto Europeo.

Ma i livornesi quanto sono coscienti di questa eredità?

I livornesi di oggi (amministratori in primis) non ne sono minimamente consapevoli. Gli italiani dovrebbero prendere coscienza al più presto delle loro vere radici culturali e della loro identità, che sono principalmente e graniticamente basate sulla musica e sulle arti, non sul calcio, la tv, l’industria massiccia, la becera chiacchiera politica da talk show o i Suv. Oggi le città di provincia come Livorno sono devastate dal quasi nulla e da una regressione economica spaventosa. Si deve ripartire dalle bande, dal teatro, dalla danza, da tutte le musiche e le arti performative per avere persone più disponibili ai cambiamenti, e quindi più economia e più ricchezza, e riscoprire l’identità. Tracce inconfondibili del cosmopolitismo livornese si trovano innanzitutto nell’estrema varietà degli stili del jazz livornese e nelle musiche derivate.

Puoi fare degli esempi attuali?

Le visioni elettriche, lampanti di Gabrio Baldacci e l’approccio etnico, afro-spiritualistico di Dimitri Espinoza. Il cervellotico e meravigliosamente onirico post-free di Beppe Scardino e il retrogusto jazzistico di tante cose di Piero Ciampi, riscoperto negli ultimi anni. L’eleganza tutta Blue Note di Alessandro Marchetti e il mainstream complesso e raffinato di Mauro Grossi, come dimostrano tante delle sue composizioni dai colori più disparati: meta-tonali, post bop, post funky, fino al suo capolavoro «Eden» in cui esegue differenti versioni di Nature Boy. Lo stile mingusiano e lirico di mio fratello, il drumming fisico e coloristico di Daniele Paoletti o quello più rigorosamente Swing Era di Renato Ughi. Lo swing diafano ma sensuale di Mattia Donati e le mie musiche, che attingono ovunque. La personalità musicale extra-jazzistica ma aperta, fisica, rigorosa e selvaggia insieme del trombettista Filippo Ceccarini e il free di Steve Lunardi, fino ai vari collettivi che sperimentano, cercano, si agitano. La bellezza è cercarla, come ci insegnano le stelle. Questa è Livorno. L’altra Livorno è la morte civile.

È corretto affermare che negli ultimi anni Livorno è diventata punto di aggregazione per una piccola comunità jazzistica formata anche da «forestieri» come Tony Cattano, Silvia Bolognesi, Emanuele Parrini?

È la verità. Io cerco sempre di scoraggiare chiunque voglia trasferirsi qui perché non c’è più lavoro per i musicisti. Tuttavia, molti si stabiliscono qui attratti dal mare, dall’apparente apertura mentale dei livornesi, dall’apparente facilità di rapporti. In realtà Livorno da tempo è diventata chiusa, superstiziosa, provinciale fino al parossismo. Si ritiene comunista ma adora la Madonna e usa ancora gli ex voto. Ha un vescovo che prende provvedimenti agghiaccianti, retrivi e preconciliari. È una città che potrebbe avere, come nel Settecento e nell’Ottocento, il bello delle piccole cittadine toscane e delle città moderne. Invece ha il brutto dei paesini di provincia e delle metropoli. E la musica langue, non ha più fiato. Siamo scollegati, non ci vediamo, non suoniamo, se non fuori. Il declino è stato lento e inarrestabile per tutto il Novecento: abolizione del porto franco, crisi bancarie disastrose, fascismo, guerre, bombardamenti terribili come quelli del 1943 che hanno distrutto più di metà della città. E poi tutto il delirio italiano dagli anni Settanta in poi: la corruzione, le mafie e le mafiette, il secondo ventennio, quello berlusconiano. Prima si suonava e ci si confrontava in tanti locali. Negli anni Settanta e Ottanta nascevano artisticamente Bobo Rondelli e Mauro Grossi. Venivano gli stranieri: da Peter Kowald a Herbie Hancock, da Tristan Honsinger a Gerard Presencer, da esponenti del free radicale ai Jazz Messengers. Tutti venivano per suonare, ma anche per collaborare con i musicisti di qui. Poi il lento declino. Nessuno si è più occupato seriamente della cultura ed eccoci qua: la città con la deflazione più alta d’Italia, morta, deserta la domenica e la sera. Livorno progressista, illuminista, esoterica, mercantile, all’avanguardia culturalmente e tecnologicamente? Livorno tradita, Livorno scordata come una chitarra dimenticata.

La copertina del cd dedicato ai Macchiaioli (grafica di Silvia Pierozzi)

A proposito dell’identità livornese e toscana in generale, qual è il legame con i Macchiaioli, a cui ti eri ispirato per uno dei tuoi lavori come titolare?

Il Cd «Progetto Macchiaioli» (Nuovo Jazz Italiano, 2008), ristampato lo scorso anno, fa parte di una serie di produzioni realizzate con il Quintetto di Livorno. Abbiamo poi pubblicato «Modigliani – Il tratto, l’Africa e perdersi» e «Fino all’ultimo minuto – Le musiche di Piero Ciampi in Jazz». Ho fondato questo gruppo con Tino Tracanna (livornese, musicista che amo), mio fratello Nino e altri musicisti livornesi di nascita o di adozione che si sono alternati negli anni: Dimitri Espinoza, Riccardo Jenna, Tony Cattano, Michele Vannucci, mio figlio Francesco «Maestro Pellegrini» al fagotto (con il quale ho anche il duo Magenta, con composizioni mie e musica improvvisata). Ritengo che per conoscere se stessi ci si debba mettere in relazione e si debba farlo prima di tutto con cosa e con chi ti sta vicino. Quindi ho pensato che fosse interessante confrontarmi con altri artisti della mia terra: Fattori, Modigliani, Ciampi. Livornesi, perché vivo qui da sempre anche se sono nato a Genova. I Cd su Modigliani e sui Macchiaioli contengono brani ispirati a quadri e vicende di questi artisti colossali, scritti un po’ per imitazione, un po’ per suggestione. Quello per Ciampi include brani del grande Gian Franco Reverberi in versione strumentale. È stato premiato al Premio Ciampi 2016 da Reverberi stesso, di cui sono diventato amico e sul quale sto realizzando una serie di trasmissioni per la Radio Svizzera e un film. Ho anche questa passione per il raccontare, cosa che metto in relazione con il mio modo di improvvisare e scrivere musica.

Pellegrini con Gian Franco Reverberi (foto di Chiara Carboni)

Puoi parlarmi del tuo legame artistico e umano con Paul McCandless?

Paul McCandless è uno dei più grandi musicisti del secondo Novecento. Esserne diventato amico e aver lavorato con lui sono due delle cose più belle della mia vita. Paul è un maestro, un amico e un compagno. È rigoroso e dolce, esperto e sempre curioso. Ha una formazione classica e una lunghissima esperienza nel jazz, nelle musiche basate sull’improvvisazione, nella New Age con il Paul Winter Consort. È un po’ un mio eroe. Uno che percorre una strada simile alla mia (Fondere, confondere, rifondere e infine rifondare / l’alfabeto della vita sulle pietre di miele della bellezza, Claudio Lolli) ed è chilometri più avanti: un leader umile, un esploratore. Musica significa ricercare e non si è veri musicisti se non lo si fa. Abbiamo inciso un Cd di mie composizioni, «Middle Earth» (che contiene la Suite Tolkieniana, di cui sono piuttosto soddisfatto), e «West Coast», con musiche mie e del mio amico Marco Cattani: suo il capolavoro Macea, per corno inglese e chitarra; mia la suite Le Cinque Terre. Un’altra cosa che mi lega a Paul è il polistrumentismo. Lungi dall’avere la sua abilità su altri strumenti che non siano il mio principale, il pianoforte, amo comunque praticare il contrabbasso e molto altro, e ho suonato la chitarra per decenni. Suonare più strumenti è un’ottima abitudine. Ti apre la testa, ti fa capire gli approcci degli altri strumentisti, ti insegna a scrivere, ti sviluppa l’orecchio interno e l’orecchio assoluto.

Pellegrini con Paul McCandless (foto di Francesco Bertoli)

Con McCandless avete al vaglio ulteriori progetti?

Abbiamo nel cassetto il sogno di incidere il suo Concerto per sax soprano, piano jazz e orchestra sinfonica, inedito. Abbiamo lavorato tanto in duo e con il mio gruppo allargato Ainulindalë, un gruppo dormiente come tantissimi altri gruppi interessanti in Italia oggi, anche perché è ingombrante: due flauti, vari fiati, violoncello, ritmica allargata con due batterie. Spesso mi viene spontaneo scrivere roba complessa: forme lunghe, più linee, composizioni articolate in più movimenti, come alcune cose di Paul. O di Bruno Tommaso, un altro dei miei amori, un gigante della musica strumentale italiana moderna, jazz e non. Uno a cui dovrebbe essere affidata la riscrittura dell’Inno d’Italia!

Soffermiamoci ora sulla tua esperienza didattico-performativa con l’Orchestra Bonamici.

Uno dei collettivi musicali pseudo-jazzistici nati in questa zona, forse il primo, è stato sicuramente il Gruppone, anzi Group One, alias Orchestra Atipica Jazz Bonamici, legata a quella realtà fantastica che è la scuola di musica Bonamici di Pisa dove ho lavorato fino al 2010. Una specie di Scuola del Testaccio toscana, nata nello stesso periodo – i fantastici, contraddittori ma vitali anni Settanta – ed evolutasi vertiginosamente negli anni Novanta e nei primi Duemila, con cinquecento allievi, trentacinque insegnanti, sessantasette corsi accreditati presso la Regione Toscana e diciotto gruppi di musica d’insieme: il tutto senza finanziamenti pubblici. Inoltre, ha costruito un incredibile numero di contatti internazionali, produzioni, corsi: dal Fischio Musicale di Tommaso Novi alla musica antica su strumenti originali, dalle esperienze di musica colta contemporanea più ardite a De André e ovviamente il jazz. Una scuola dotata di un giornale e di un’organizzazione che fa ancora da modello per tante altre. Pisa, la città universitaria, colta e antica, e Livorno, la città moderna, mercantile, aperta, si incontravano musicalmente in questa dimensione metà didattica e metà produttiva, metà jazzistica e metà avant-garde. Era un’orchestra basata sul doppio, sulla relazione fra diversi: c’erano allievi e insegnanti; parti scritte e parti improvvisate anche sovrapposte; didattica e produzione. Era seria e divertente, io ero direttore e amico. C’erano due batterie, due bassi, due tastiere, legni e ottoni, strumenti elettrici e acustici. Abbiamo fatto i miracoli, pubblicato tre Cd recensiti ovunque («Disordini al confine», «Interferenze» e «Malcontenta e altre storie», ndr), inaugurato il Festival Instabile accanto a Misha Mengelberg, l’Instant Composers Pool e la stessa Instabile Orchestra nello stupore generale di chi si aspettava l’orchestra di una scuola e io dicevo: «Ma è l’orchestra di una scuola!». Pubblicherò prossimamente in Cd le mie composizioni scritte per questa formazione e tratte dai quei tre lavori. In questo gruppo fantastico suonavano i giovani Beppe Scardino, Gabrio Baldacci, Daniele Paoletti, Elisa Azzarà, Mirco Capecchi, Piergiorgio Pirro, Giulio Carmassi, Alessio Bianchi, Giacomo Riggi – tutti oggi professionisti affermati – e musicisti a cui si deve molta di quella energia: Marco Bartalini, Riccardo Jenna, Daniele Nannini, Dimitri Espinoza, Stefano Franceschini, Piero Bronzi, Cristiano Calcagnile, Luigi Pieri, mio fratello Nino, Lucia Neri.

Pellegrini dirige l’Orchestra Bonamici a Barga Jazz (foto di Laura Pupeschi)

Potresti aggiungere qualche considerazione e/o valutazione sui progressi raggiunti da alcuni tuoi ex allievi?

È evidente l’estrema varietà dei percorsi intrapresi da dei musicisti che oggi sono artisti, ma che erano bambini o ragazzi quando studiavano musica con me e i miei amici e colleghi Ilaria Bellucci, Dimitri Espinoza e mio fratello Nino, e poi in molti casi anche nei conservatori, a Siena Jazz o altrove. Questo per me è una conferma: guai a sfornare musicisti uniformati, consonanti al pensiero musicale unico. La sfida sta anche nel far trovare loro la propria strada. Francesco Motta, in arte Motta, vince premi su premi come cantautore (due premi Tenco; premio della serata dei duetti, con Nada, a Sanremo 2019) e ama la musica come un pazzo: risultato raggiunto! Tommaso Novi ha sviluppato la tecnica e la didattica del Fischio Musicale, esperienza inaugurata negli anni magici della Bonamici, tanto che lo insegna ora in Conservatorio a Firenze. Oltre ad aver animato con Francesco Bottai per molti anni quel gruppo meraviglioso di swing vernacolare chiamato Gatti Mezzi, ora è leader di vari progetti di successo, con ironia, dolcezza, sincerità totale, ottima tecnica pianistica e vocale e grande senso musicale. Beppe Scardino proveniva dalla Danimarca, dove aveva passato qualche anno. Studiava alla Bonamici. Gli chiesi di trascrivere due brani complessi dal Cd «Guamba» di Gary Peacock, con Palle Mikkelborg, Jan Garbarek e Peter Erskine. Fece un lavoro perfetto. Grande orecchio e musicalità naturale. Si è addentrato poi nelle avventure musicali al seguito di Dimitri Espinoza e attualmente percorre strade non tonali, post nucleari. Incide e lavora tantissimo. Gabrio Baldacci è un genio, non dico altro. Giacomo Riggi gira il mondo ed è un talento spaventoso: suona di tutto, scrive sinfonie, quartetti d’archi, operine, sonate per violoncello. Daniele Paoletti sperimenta con l’elettronica e con le tecniche dei DJ applicate all’improvvisazione, anche con Silvia Bolognesi. Mattia Donati ha lavorato a lungo e inciso diverse volte con Nico Gori. Mirco Capecchi lavora con i Note Noire a livello internazionale. Quanto a Giulio Carmassi, basti dire che ha fatto un tour mondiale con il Pat Metheny Quintet. Intendiamoci, non sono stati solo allievi miei e il mio contributo alla loro formazione è parziale. Ma sono felice se penso che ho lasciato loro due cose: innanzitutto l’amore per la musica, potente, profondo, come per una specie di missione, e la necessità di cercare se stessi, la propria strada, con onestà ma con forza, con rispetto per tutto il resto ma con coraggio. Una caratteristica che li accomuna è la sperimentazione sul timbro di vari strumenti. Sono un po’ tutti polistrumentisti. Se non lo sono (come nel caso di Gabrio), sperimentano molto sui suoni, sempre e comunque. Il suono è la vita. Forse ho dato loro una spinta in questo senso ma, ripeto, non è tutta farina del mio sacco. Comunque, presto farò una cena con cacciucco e ponce alla livornese dove ci troveremo tutti insieme.

Enzo Boddi