The Bad Plus «Activate Infinity»

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AUTORE

The Bad Plus

TITOLO DEL DISCO

«Activate Infinity»

ETICHETTA

Edition


Come musique d’ameublement costruita su referenti che sembrerebbero inconciliabili (cover del pop, romanticismo storico, Herbie Nichols, minimalismo, solennità eccetera), la musica dei Bad Plus poteva anche ritrovarsi in un vicolo cieco subito dopo l’effimero bagliore della trovata. Eppure dopo quasi venti anni la sentiamo ancora originale e attualissima, e non certo per aver recuperato nuova linfa dalla recente sostituzione di Ethan Iverson, pianista distintivo del gruppo, con Orrin Evans, proveniente da un’altra area del jazz. Ripercorrendo la storia del trio avvertiamo soltanto un certo passaggio dall’ironia estroversa, a volte contundente, dei dischi realizzati fino al 2006 («The Bad Plus», «These Are the Vistas», «Give», «Suspicious Activity» e «Prog») a quella più sottile e sommessa, stemperata in un disincanto più amaro, che comincia a leggersi in «Never Stop» (2010) e sempre di più da «Made Possible» (2011). Il nuovo pianista sarebbe dunque intervenuto su un processo già in corso e tutt’al più per accelerarne la fase di finitura con il suo sound più tondo, più caldo di quello del predecessore, cosa dalla quale non può dipendere più di tanto se i due dischi ai quali ha partecipato, «Never Stop II», del 2017, e questo «Activate Infinity», rivendicano la ragion d’essere del gruppo forse meglio di altri precedenti. Sia da pianista sia da compositore, Evans opera in perfetto stile Bad Plus esattamente come faceva Iverson, essendo ormai chiarissimo che l’anima di questa particolare poetica, di principio collettiva, sia frutto delle idee congiunte di Reid Anderson e Dave King.

Rispetto a «Never Stop II», «Activate Infinity» non può dirsi né superiore né inferiore. È sulla stessa scia e della stessa ineccepibile qualità. Ci lasciano un po’ perplessi la sua brevissima durata (solo 37 minuti e mezzo!), ben inferiore a quella imposta dal doverlo realizzare anche in vinile, e la presenza di due titoli su otto non di nuova creazione (tra cui un Thrift Store Jewelry in versione semplicemente meno brillante dell’originale con Iverson, contenuta in «Prog»). In compenso, e ciò nonostante, il disco è di quelli che dall’inizio alla fine non perdono colpi, come se il suo contenuto fosse selezionato da un materiale più ampio. Perché proprio ogni pezzo è un concentrato della più squisita intelligenza semantica del gruppo, dal più humorous al più riflessivo, tipologie che peraltro interpreta con efficacia anche l’allogeno Evans, rispettivamente con i suoi The Red Door e Looking Into Your Eyes. A creare tra queste tipologie la geniale, ellittica intersezione è comunque – come spesso o sempre nei dischi dei Bad Plus – la vena compositiva di Anderson. E qui due dei suoi tre pezzi ne sono esempi da antologia: il minimalista Slow Reactors, idealtipo di una musica «per ascensori» che mai confonderemmo con l’ambient, e il mesto Love Is the Answer, impregnato di Chopin (più spudoratamente del suo pseudo-gemello Silence Is the Question) e ora rivisitato con una netta riduzione degli artifici posturali che lo sostenevano nella versione originale del 2000 (dall’acerbo disco di debutto «The Bad Plus»). Come l’originale, invece, è posto a fine disco, ricalcando l’impertinente formula dell’anti-happy end, adottata anche altre volte. Questa, in ogni caso, con un risultato tra i più felici.

Vitolo

[da Musica Jazz di dicembre 2019]


DISTRIBUTORE

IRD

FORMAZIONE

Orrin Evans (p.), Reid Anderson (cb.), Dave King (batt.).

DATA REGISTRAZIONE

New York, maggio 2019.