Franco D’Andrea «A Light Day»

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AUTORE

Franco D’Andrea

TITOLO DEL DISCO

«A Light Day»

ETICHETTA

Parco della Musica


D’Andrea ha sempre tenuto fermo un punto di vista molto netto: quello secondo cui l’esibizione per pianoforte solo (e sono davvero numerose, nella sua discografia pur così ampia, le esplorazioni condotte in solitaria) è il momento nel quale si va in avanscoperta, nel luogo ideale di assunzione del massimo rischio, in cui accadono di sovente cose particolari, che sospingono in avanti l’artista, il quale cerca in questo modo di vedere cosa ci sia «dietro l’angolo». La riflessione che si impone a partire da questo dato, che è un preciso elemento autoriale, è che non può affatto considerarsi casuale la sopravvenienza di questo ulteriore doppio album per solo piano. Infatti, «A Light Day» (il cui titolo allude perspicuamente a una maggiore «leggerezza espressiva» del programma) giunge al pubblico dopo il cimento dei due volumi di «Intervals», I e II, che, portando a termine una ricerca durata decenni (si ricorderà che in occasione della «carta bianca» riservata a D’Andrea dall’Auditorium di Roma Parco della Musica, nel 2014, parte del programma fu la masterclass dal titolo «Le aree intervallari. Il negletto interesse del jazz per la serialità») hanno segnato – nel lavoro dell’ottetto comprendente Ottolini, Ayassot, D’Agaro, Terragnoli, Mella, De Rossi e Roccatagliati – il punto di massima complessità strutturale e formale sinora mai raggiunto dai gruppi del pianista meranese, superando anche i livelli del sestetto, che pure potevano sembrare un vertice assoluto. Una brevissima digressione si impone riguardo a «Intervals II» (il primo dei due volumi era già stato qui recensito mesi addietro): proprio questo album, che contiene le prove del concerto del 21 marzo 2017, permette di avere un punto di vista privilegiato sul continuo confronto – basato principalmente su relazioni di carattere strettamente personale e umano – che tiene coeso il gruppo pure di fronte a brani brevi, se non addirittura frammenti, rendendoli in ogni caso compiuti.

Il discorso non è peregrino, perché se il primo dei due volumi ha rappresentato il climax della complessità formale e il secondo ha disvelato anche la compiutezza sistematica del metodo, nel lavoro del pianista era probabilmente necessario un break per poi ripartire verso nuove dimensioni future. Il tutto avviene entro un medesimo contesto che più volte è stato descritto come «flusso di coscienza»: i gruppi, per quanto complessi, alla fine si rapportano alla musica come un unico organismo vitale; ed è vero anche il contrario: il solista appare calato entro un sistema organico, benché multiforme, che garantisce il passaggio continuo dagli schemi della tradizione a quelli dell’innovazione, attraverso una sorta di processo di transfert. Questo scambio rende il pianoforte partecipe della stessa eterofonia delle formazioni allargate, per una musica che mantiene comunque una dimensione collettiva divenendo un caleidoscopio di mondi sonori, amati, rispettati, frequentati, rispetto ai quali l’artista funge da elemento unificante e molte piccole storie si collocano entro il quadro di una Storia più grande. In tutti gli spunti D’Andrea sa cogliere con assoluta lucidità e maturità espressiva la forza propulsiva della tradizione, potendo dar conto di un approdo culturale personalissimo. Ora si attendono nuovi sviluppi.

Cerini

[da Musica Jazz, agosto 2019]


DISTRIBUTORE

Egea

FORMAZIONE

Franco D’Andrea (p.).

DATA REGISTRAZIONE

Roma, 20-9-18.