Franco D’Andrea: il cacciatore d’intervalli

di Lucilla Chiodi

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Franco D'Andrea (foto di Musacchio & Ianniello)
Franco D'Andrea (foto di Musacchio & Ianniello)

Il nuovo progetto di Franco D’Andrea espande l’ormai storico sestetto aggiungendo due nuovi membri: il risultato è di alto livello.

Quando ci si trova davanti a un musicista della caratura di Franco D’Andrea viene spontaneo domandarsi cosa, un artista del genere, possa chiedere di più alla propria carriera. Attivo sin dai primi anni Sessanta, il pianista di Merano è diventato un nome in Italia e all’estero, riconosciuto come uno dei più raffinati interpreti jazz che il nostro paese abbia conosciuto. Eppure D’Andrea non ha mai interrotto la sua ricerca musicale, non si è fermato ai tanti riconoscimenti ricevuti, ma album dopo album, formazione dopo formazione, ha dato forma a una gloriosa (e invidiabile) discografia. «Intervals», in questo senso, è un perfetto esempio della capacità di D’Andrea di mantenersi fedele al proprio percorso musicale pur lavorando su soluzioni musicali inedite, una dote che gli ha permesso di rendere la sua musica uno degli esempi più brillanti di jazz contemporaneo.

Doppio album (o album in due tempi, se si preferisce) edito dalla Parco della Musica Records, il progetto costituisce un’indagine approfondita sul frammento più piccolo dell’organizzazione musicale: l’intervallo. L’elemento minimo capace, sia armonicamente che melodicamente, di caratterizzare e orientare la sonorità di un brano. E in tale indagine viene inevitabilmente coinvolto ogni parametro musicale: le altezze, il timbro, il ritmo.
D’Andrea è accompagnato in questo nuovo progetto da un ottetto di cui fa parte il suo sestetto ormai storico. Si tratta di Andrea Ayassot ai sassofoni, Daniele D’Agaro al clarinetto, Mauro Ottolini al trombone, Aldo Mella al contrabbasso e Zeno De Rossi alla batteria, ai quali si aggiungono le sonorità della chitarra elettrica di Enrico Terragnoli e dell’elettronica di Luca Roccatagliati, in arte DJ Rocca.

Franco D'Andrea Octet in concerto (foto di Musacchio & Ianniello)
Franco D’Andrea Octet in concerto (foto di Musacchio & Ianniello)

Per questo ambizioso e complesso lavoro il pianista ha scelto programmaticamente di suddividere l’album in due volumi distanziandone anche l’uscita, quasi a voler rimarcare un prima e un dopo di questo processo creativo. Il primo volume è la registrazione integrale del concerto che la formazione ha tenuto il 21 marzo 2017 all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Il secondo raccoglie, invece, brani registrati durante le prove per il concerto del 21. Una scelta, quella di utilizzare materiale proveniente dalle prove, che D’Andrea spiega così: «È una prassi inaugurata da Miles Davis negli anni Sessanta. A quell’epoca Davis diceva a Teo Macero di registrare tutto, perché aveva intuito che certi eventi musicali possono scaturire in modo fresco e imprevedibile anche nel periodo in cui i musicisti stanno lavorando attorno alla musica che verrà registrata dopo. Nel mio caso è successo che episodi musicali che poi non sono confluiti nel concerto erano venuti benissimo nelle prove. Inoltre, sempre nelle prove, si sono sperimentate anche situazioni estreme, di cui alcune sono state riprese nel concerto mentre altre no. Alla fine ho fatto una selezione di questi episodi e tutto questo ha dato corpo al secondo volume».

Nel primo volume tutto appare frutto di una sequenza logica ben precisa, arricchita da un affiatamento palpabile tra il pianista e i suoi musicisti. Nella registrazione delle prove, invece, pur seguendo la logica intervallare che è il tema dell’album, l’idea appare quella di proporre qualcosa che corrisponda allo studio di un dipinto: un lavoro in itinere che affascina per la capacità di mettere in luce il processo creativo nella sua realizzazione. Quel che è certo è che «Intervals» rappresenta il frutto di una ricerca artistica che dura da anni, al punto che viene spontaneo chiedersi che cosa distingua questo progetto dalla produzione precedente e quale sia il legame con i suoi lavori passati. «In questo album – prosegue D’Andrea – la musica è stata organizzata in modo da portare avanti un lavoro che, in fondo, ha il suo inizio nell’esperienza del Modern Art Trio. Le combinazioni intervallari e gli intervalli singoli diventano un’importante struttura compositiva e improvvisativa che talvolta si sovrappone ad altri elementi strutturali, altre volte rimane l’unico punto di riferimento. Altro aspetto importante che viene in primo piano è quello timbrico, arricchito da una sorta di “sezione elettronica”, che contribuisce notevolmente a creare un nuovo suono di gruppo».

Franco D'Andrea «Intervals»
Franco D’Andrea «Intervals»

Già, perché non bisogna dimenticare che un ruolo importante, nelle dinamiche del disco, è rivestito proprio dall’uso dell’elettronica. D’Andrea non è certo nuovo alle contaminazioni di questo tipo, ma in «Intervals» l’unione tra strumenti elettronici e acustici è particolarmente efficace. Un contributo fondamentale, quello dell’elettronica, che conferisce all’ascolto la sensazione di trovarsi dinanzi a una formazione ben più ampia di un ottetto. Ma come si è sviluppato questo dialogo così proficuo nella fase compositiva del progetto? «L’elettronica è stata governata da due musicisti che sono entrati a far parte più recentemente di questo team di artisti molto speciali composto originariamente dai membri del sestetto acustico», spiega D’Andrea. «Uno di questi musicisti, DJ Rocca, aveva già collaborato con me nel trio con Ayassot qualche tempo fa, ed era quindi avvantaggiato nella conoscenza della filosofia della mia musica. L’altro, il chitarrista Enrico Terragnoli, era un musicista che già da tempo avrei voluto avere con me in qualche progetto. Anche lui mi conosceva e questa è stata la volta buona. È stato importante anche per la sua posizione di mediazione tra l’acustico e l’elettronico. Con lui ho fatto una prima prova in duo per fargli conoscere il materiale. Poi, in un’ultima prova generale, sono passato a mettere in evidenza il lavoro dei due, senza che i musicisti del sestetto intervenissero, e alla fine, lentamente, abbiamo cercato l’amalgama con interventi singoli molto limitati, mentre loro rimanevano comunque protagonisti. Alla fine abbiamo visto e provato tutti insieme l’intero repertorio».

Lucilla Chiodi