Yilian Cañizares: il conturbante e aristocratico archetto di cuba

di Gian Franco Grilli

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Yilian Cañizares (foto di Richard Holstein)
Yilian Cañizares (foto di Richard Holstein)

Yilian Cañizares ha pubblicato con Omar Sosa «Aguas», un viaggio musicale innovativo tra spiritualità, nostalgia e poesia, in bilico tra musica cubana, canti yoruba, world jazz e musica classica

Da circa vent’anni a questa parte si è venuta formando una piccola legione di musicisti cubani che ha scelto l’Europa per affacciarsi sullo scenario jazzistico internazionale. Nel manipolo vi sono anche alcune giovani eccellenti strumentiste e tra queste Yilian Cañizares che, con il suo mito Omar Sosa, ha firmato, prodotto e pubblicato gli undici brani del nuovo album «Aguas» (Otá Records, distr. IRD). Di questa nuova star della musica cubana parleremo tra poco con una chiacchierata a tutto tondo. Ma prima ascoltiamo il suo eroe e partner musicale, il caposcuola di quel movimento artistico che dall’esilio ha rilanciato il sound di Cuba su un piano mutato, ibridato, facendone un linguaggio universale, ed è considerato una sorta di guru dai giovani connazionali. Interpellato su questo progetto, il pianista-compositore camagueyano Omar Sosa dice: «Ricordo che il mio precedente disco, “Transparent Water”, rifletteva sulla necessità di acqua cristallina e pura, così come sul pianeta che corre gravi ed evidenti rischi se non cambiamo marcia. “Aguas” rimane vincolato a tale pensiero ma rappresenta la visione personale di artisti di due generazioni diverse dopo aver lasciato l’Isla Grande, un punto di vista musicale e spirituale maturato in Europa, che indubbiamente ne ha influenzato l’estetica creativa e la stessa sonorità. Ovviamente ci sono le emozioni e la nostalgia per Cuba, per L’Avana, da cui siamo separati dall’acqua, è musica contemplativa, intimista, ma la cubanità, le nostre radici africane e le nostre tradizioni sono presenti comunque. Inoltre è un modo per mostrare la varietà della musica cubana, che non è solo fatta di ritmi per ballare come tutti pensano. E per realizzare questo era necessaria un’artista talentuosa e creativa come Yilian Cañizares, che vive in Svizzera, è giovane, è donna di grande sensibilità e dolcezza». Ma è anche una mujer battagliera, come la madre e la nonna. Infatti Yilian, bambina prodigio, dopo gli studi a Cuba e aver coronato Ochún o Oshún, dea del sincretismo afrocubano della santería, a quattordici anni ha scelto di approfondire gli studi all’estero. E oggi questa trentenne compositrice avanera, conturbante violinista, cantante flessuosa e abilissima rumbera, sta calcando i palconoscenici di tutto il mondo come leader di propri gruppi o sidewoman e si muove trasversalmente tra sacro e profano, classica e jazz, son e pregón, Bach e Grappelli, cantando in spagnolo, lucumí, inglese e francese.

Prima dell’intervista riferisco a Yilian il pensiero citato poc’anzi di Omar su «Aguas» e poi iniziamo la chiacchierata. Eccola.

Cosa rappresenta per te questo duo, e soprattutto «Aguas», dedicato all’acqua, a Oshún dea del pantheon della santería e di cui sei «figlia»? Direi che Omar è stato molto galante nell’omaggio indiretto anche a te e artisticamente molto generoso, in quanto il suo pianismo qui è molto delicato, non è lui la prima donna e lascia spazio alla tua interpretazione vocale e alla verve del tuo violino swingante e contagioso. Cosa ne pensi?
Concordo con Omar: questo è un disco nostalgico, intimo, contemplativo, dedicato all’Avana e ai suoi colori, per sfatare lo stereotipo della musica cubana, che non è solo musica basata sulla clave (anche se questo rappresenta un elemento fortissimo della nostra tradizione), che non siamo solo compositori di ritmi ballabili afro-cubani. La penso come lui sul tema dell’acqua, che è sinonimo di vita, energia, forza e spazio e ha poteri magici nella tradizione spirituale cui noi aderiamo, la santería: se credi, ne parliamo dopo. Questo lavoro, poi, rappresenta una tappa molto importante per me poiché suono al fianco del mio idolo, il mio eroe, la mia guida musicale e spirituale. Omar è stato uno dei musicisti cubani che mi hanno più influenzato, e oggi condividiamo moltissime cose che vanno al di là della musica; tra noi c’è una connessione di tipo ancestrale, che non richiede tante parole per intenderci, e credo si percepisca sul palcoscenico.

A proposito di clave: nel disco chi contribuisce a sollecitarla è il percussionista Inor Sotolongo, in particolare in O Le Le e Sanzara. Detto ciò ti chiedo: per te, con una solida formazione classica, cosa rappresenta quel concetto?
Intanto è giusto citare il lavoro di Sotolongo, che suona spesso nei miei gruppi. La clave è l’essenza della musica cubana, perché come quella africana è una musica che viene dal ritmo. La nostra musica popolare si basa sul ritmo e non sull’armonia come avviene nella musica occidentale. Per quanto mi riguarda, dico che in me convivono queste due parti: la formazione classica e quella del ritmo. Anche quando suono brani classici debbo sentire il ritmo, la danza, il fraseggio pulsante dentro la musica e questo è fondamentale nel mio modo di fare musica e di suonare il violino. Insomma tutta la nostra creazione viene da questa radice che prima di essere cubana è africana.

Omar Sosa e Yilian Cañizares
Omar Sosa e Yilian Cañizares

«Aguas», dunque, non é solo musica cubana: i brani e D2 Africa e Milonga vanno in un’altra direzione. E puoi svelarci le voci, non citate nell’album, che declamano liriche in spagnolo e preghiere in lingua yoruba?
Effettivamente Milonga ha un ritmo ispirato alla milonga argentina, con un beat molto personale e moderno ma che sta nel medesimo concetto ispiratore del disco perché parla di nostalgia, che è un sentimento vissuto da noi che siamo lontani dalla nostra isola. Nel brano Milonga le voci sono del poeta Pablo Neruda e anche di mia nonna. In altri temi abbiamo ripreso quella di Lázaro Ros, appunto per la preghiera yoruba. E questo è in linea con l’africanità che ci portiamo dentro.

A questo punto scioglimi un dubbio. Omar Sosa, che lasciò Cuba nel 1993, era ed è quasi sconosciuto al pubblico cubano: tenendo conto dei limiti della comunicazione che esisteva nel Paese, tu – che eri ancora piccola – come potevi conoscerlo?
Vero, forse tra la gente cubana non lo conosceva quasi nessuno, ma nell’ambiente dei musicisti lui è sempre stato un artista di riferimento e quindi avevo modo di sapere certe cose; poi lo si vedeva in video quando lavorava con il gruppo della cantante Xiomara Laugart.

Forniamo un tuo profilo partendo dal tuo carné d’identità?
Mi chiamo Yilian Cañizares Ruiz, i miei nonni materni sono di Santiago de Cuba e si trasferirono all’Avana, dove nacque mia madre. Io vidi la luce nel 1983 nel Vedado, uno dei quartieri più eleganti della capitale, vicino sia al Malecón, il lungomare, sia all’attuale Hotel Cohiba. All’età di cinque anni ci trasferimmo nei pressi di Plaza de la Revolución, lì sono cresciuta e ammetto che è stata una grandissima fortuna essere cubana e aver vissuto in un ambiente molto speciale.

Certo, il Vedado era il quartiere residenziale dei ricchi e dei bianchi, vietato appunto agli umili e soprattutto ai neri, prima della Rivoluzione. Oggi comunque è un privilegio. Ma sei figlia d’arte?
Non proprio, vengo da una famiglia di intellettuali e sportivi, però mia madre aveva ricevuto una breve educazione musicale e suonava il piano, mio nonno materno invece suonava la chitarra per diletto e cantava divinamente. Forse avrò ho assimilato qualcosa, perché vivevamo tutti nell’appartamento dei nonni. I miei genitori volevano spingermi verso lo sport ma la mia propensione era per l’arte e mia mamma lo capì prestissimo: quando andavamo ai concerti non le consentivo di ascoltare in pace la musica, la assillavo dicendole che volevo salire sul palco a cantare. Questa mia insistenza la convinse a portarmi dalla musicologa, pedagoga e compositrice María Álvarez Ríos per verificare se avessi delle attitudini musicali: la professoressa Alvarez mi fece cantare, poi dopo alcuni esercizi e qualche prova di musicalità disse a mia madre che possedevo del talento. Da quel momento entrai nei Meñique, un gruppo di bambini diretto dalla stessa professoressa e molto noto a Cuba, che suonava tutti i sabati e spesso partecipava anche a programmi televisivi. Cominciò così la mia educazione musicale nella seconda metà degli anni Ottanta: avevo quattro anni e continuai fino a sette, l’età che ti permette di sostenere la prova per entrare nella scuola statale di musica.

Con quale strumento?
Per la verità la mia idea iniziale era di studiare pianoforte, ma quando gli insegnanti ci mostrarono da vicino i vari strumenti rimasi folgorata dal violino. Vedendo poi che cambiavo spesso opinione, mia madre chiese di fare le prove di ammissione sia al pianoforte sia al violino e le superai entrambe. Studiai per otto anni i due strumenti nella scuola di musica Manuel Saumell dell’Avana, ma la mia preferenza andava al violino. E pensa che in quella scuola c’era anche Harold López-Nussa, che è della mia stessa generazione: ci conosciamo dall’età di sette anni. Con noi studiava anche una delle figlie di Chucho Valdés, e ricordo che questo gigante veniva spesso a suonare per noi, a darci consigli; tutto ciò era di grande stimolo per noi piccoli.

Quindi studi accademici, classici e poca frequentazione con le musiche afro-cubane della calle e dei quartieri più rumberos del tuo come Cayo Hueso e altri simili?
Proprio così: il Vedado è un quartiere più tranquillo ed elegante e la mia scuola era di impronta classica, abbastanza rigida, tanto che studiai con un’insegnante russa. Ma questo non vuol dire che fossi totalmente distaccata dalle sonorità della musica popolare. Comunque, terminata la Saumell, passai al Conservatorio dove mi diplomai in violino ottenendo anche una borsa di studio come alunna meritevole, che mi consentì di andare a studiare in Venezuela.

Cuba ha sempre avuto un importante ruolo nell’educazione musicale, tanto che molti latino-americani correvano a studiare all’Avana. Per caso andasti in Venezuela per seguire studi specifici della scuola El Sistema fondata da José Antonio Abreu?
È verissimo quel che dici. Negli ultimi decenni a Caracas si è fatto molto con la musica classica e da El Sistema sono usciti degli incredibili musicisti. Negli anni in cui studiavo io ci fu un interscambio con le nostre istituzioni musicali e, casualmente, mi ritrovai nella stessa classe di Gustavo Dudamel, oggi importantissimo direttore d’orchestra. Il livello era altissimo, certamente superiore a quello di Cuba perché in quel momento il mio Paese stava attraversando la crisi del Periodo Especial e in quegli anni diversi musicisti classici, che erano andati all’estero per concerti o seminari, non rientrarono in patria. Il sistema educativo cubano soffrì parecchio per la perdita di questi docenti.

Yilian Cañizares & Omars Sosa «Aguas»
Yilian Cañizares & Omars Sosa «Aguas»

Ma bastava la borsa di studio, per affrontare quel percorso all’estero?
I miei familiari e, in parte, l’organizzazione di El Sistema sostennero i costi della mia permanenza, mentre il ministero della Cultura e il Centro della Musica dell’Avana mi appoggiarono sotto l’aspetto burocratico, per i visti e i documenti, ma non in denaro per le note difficoltà economiche. Andare in Venezuela fu una grande opportunità non solo per continuare gli studi ma anche per poter ascoltare concerti di artisti di ogni parte del mondo che si esibivano a Caracas, mentre noi rispetto alla scena internazionale eravamo completamente isolati: nessun grande artista veniva all’Avana.

Ma dall’Avana, come risposta alla crisi, andavano in tour all’estero diversi jazzisti e soprattutto gruppi di timba-son come Los Van Van, NG La Banda e Charanga Habanera.
Esatto, andava proprio così. Io, che volevo fare un percorso classico come concertista, mi rendevo conto che i forti limiti di quel periodo ostacolavano i miei sogni e per questo decisi in tal senso. In Venezuela, dopo due anni, vinsi un’altra borsa di studio che mi consentì di venire in Svizzera, però non avevo soldi per la vita materiale di tutti i giorni e solo grazie al conservatorio e a un professore riuscii a risolvere questo problema.

Terminati gli studi, cos’è poi che fa decidere a una musicista cubana di stabilirsi in un ambiente «freddo», puntuale, governato da regole precise com’è la Svizzera? Non sarebbero state più attraenti Parigi, Londra, Madrid, capitali nordiche o New York?
Una volta terminati i miei studi e dopo aver valutato se rientrare a Cuba, decisi di continuare la mia vita in Europa con mio marito, che ho conosciuto a Losanna dove viviamo. Insomma, la risposta è l’amore. È vero, noi latino-americani siamo vivaci eccetera eccetera, e pertanto in Svizzera ho dovuto faticare un po’ prima di adattarmi al modello culturale, così diverso dal mio. Però cerco sempre di vedere il lato positivo delle cose: la Svizzera mi ha aiutato moltissimo nell’aprirmi mentalmente verso il mondo e tutto questo si riflette bene nella mia musica. Proprio grazie alla musica posso mantenere viva la mia identità cubana, e poi ho il privilegio di poter viaggiare moltissimo, sono sempre in giro per concerti e vedere realtà diverse mi arricchisce anche dal punto di vista umano e spirituale.

Permettimi di dirti che sei una cubana speciale, con i piedi per terra, e che non coincide con lo stereotipo, o pregiudizio, che circola dalle nostre parti su molti tuoi connazionali.
Capisco quel che vuoi dire. È vero che molta gente non si è sposata per amore ma per il desiderio di uscire dal Paese legalmente. Non so se sono speciale, so che siamo sposati da dodici anni, pur essendo giovani, e sembriamo una coppia già vecchia! Non abbiamo ancora figli ma credo che per una donna sia importante averne. Purtroppo devo dire che per un’artista è un po’ più difficile perché il jazz è un ambiente a prevalenza maschile, ed è credenza comune che alla donna spettino importanti responsabilità domestiche Ma io vengo da una famiglia di donne molto forti: mia nonna era un tipo assai battagliero e mia madre altrettanto, e da loro ho ereditato la forza di raggiungere i miei obiettivi.

E uno dei primi obiettivi raggiunti in ambito jazzistico è stata la vittoria alla Montreux Jazz Festival Competition. Puoi dirci qualcosa in merito?
Accadde nel 2008. Risiedevo già in Svizzera, avevo girato l’Europa e qui scoprii Stéphane Grappelli e conseguentemente le cose che si potevano fare con il violino nel jazz. A un certo punto decisi di partecipare inviando un demo (registrato con il gruppo) con due brani, e dopo la scelta del pezzo fatta dalla commissione suonai dal vivo per venti minuti. Il resto è noto.

Apriamo una piccola parentesi sui protagonisti del violino a Cuba, che per chi frequenta il Latin sono Enrique Jorrín (inventore del cha cha), Jose «Chombo» Silva (che è stato anche un grande sax tenore con Cal Tjader, Machito, Mongo Santamaría), Pupi Legarreta (della mitica La Sabrosa di Santamaría), quelli dei Los Van Van, Alfredo De La Fé. La storia poi racconta di due che trionfarono in Europa tra Ottocento e Novecento: José White (1836-1918) e Brindis de Salas, il «Paganini cubano» (1852-1911). Eppoi, Alejandro García Caturla (1906-1940) e un po’ meno noto, ingiustamente dicono, Diego Bonilla (1898-1976) che ebbe una vita artistica molto intensa suonando in scenari parigini (Salle Pleyel), statunitensi (Carnegie Hall) e non solo. Chi ritieni i veri maestri di questo strumento nella storia dell’Isla?
D’accordissimo con quelli citati, ovviamente di importanza diversa, e tra i più moderni non trascurerei chi mantiene viva la tradizione del formato orchestrale charanga, in primo luogo quelli dell’Orquesta Aragón dove attualmente ci sono Rafaelito Lay (figlio di Rafael), Eric Labaut Lay (nipote) che ha studiato con me, poi Lazaro Dagoberto.

E in generale quali sono stati o sono i tuoi violinisti preferiti?
Regina Carter, perché ha uno stile molto personale e non si ripete mai, poi Jean-Luc Ponty, ma lo dicevo prima, Stéphane Grappelli è stato il mio preferito in assoluto, e il mio stile si è ispirato molto al suo virtuosismo e alla sua cantabilità con swing. Mi sarebbe piaciuto conoscerlo e suonarci assieme: se ascolti venti violinisti, Grappelli lo riconosci subito, è unico, eccezionale. Poi ci sarebbero diversi violinisti classici, ma su tutti metto Itzhak Perlman. Debbo dire che attualmente ascolto pochi violinisti mentre nel jazz preferisco ascoltare sassofonisti, pianisti, contrabbassisti o percussionisti.

E come cantante, invece, da chi sei stata influenzata?
In particolare sono quattro gli artisti che mi hanno influenzata: Pablo Milanés, Nina Simone, Omara Portuondo e Xiomara Laugart.

Parliamo dei tuoi dischi da leader.
Il primo è «Ochumare» (2013) che era anche il nome del mio quartetto quando mi incamminai verso il jazz e lo chiamai così perché formato da musicisti di diversi paesi d’origine e significava avere colori e personalità differenti, un lavoro di ricerca. «Invocación» (2015), il secondo, lo ritengo un lavoro più maturo rispetto al primo: mi ci sento maggiormente realizzata sul piano estetico, contiene molta spiritualità, è un’invocazione alla vita, all’amore, è un album dedicato agli antenati, allo spirito di quei morti che ci hanno ispirato, che ci hanno amato nella nostra vita e continuano a proteggerci. Quell’album riporta tutte le mie influenze – afro-cubana, yoruba, classica, jazz, svizzera, francese, venezuelana – rispecchiando la mia evoluzione e ciò che sono oggi. Ogni canzone di questo disco è dedicata a una persona che per me significa qualcosa di personale, spirituale o artistico, ossia qualcuno che abbia influito a formare la mia persona.

Quindi canti anche in lingua yoruba, un idioma complicato. È una conoscenza approfondita o superficiale, cioè quel tanto che basta per l’arte canora?
In ogni disco ci sono sempre un paio di mie versioni di brani della tradizione. A Cuba si è persa molto la conoscenza della lingua yoruba, è difficile, ma io canto diverse canzoni in lingua perché conosco alcune frasi, però non posso dire di parlare yoruba o lucumí come lo spagnolo, o anche l’inglese e il francese.

Però vedo che sei santera e, come Omar Sosa, prima del concerto segui un rituale di protezione rivolgendoti agli Orisha della religione Yoruba. Ma a Cuba partecipavi ai toques, ai bembé e manifestazioni di questo tipo?
Più che religione è spiritualità, e questi rezos (o preghiere) permettono alla musica e ai miei antenati di entrare in contatto con il mio spirito. È qualcosa che mi unisce al mio passato ma fa anche parte del mio presente. A Cuba partecipavo a toques de santo, bembé o altre cerimonie della Regla de Ocha, anche se la mia famiglia è poco praticante di questa fede. I miei non mi hanno spinto a questa iniziazione, che invece è maturata da una mia inquietudine; è un desiderio che sento come qualcosa che mi nutre, in essa mi identifico come essere umano. Io sono molto aperta e non credo che ci sia una verità assoluta, credo nell’energia, nell’amore e che con il nostro comportamento creiamo la realtà che ci circonda, una cosa presente non solo nella religione Yoruba.

Un percorso che hai iniziato da ragazzina a Cuba? Lo dico perché sappiamo bene di numerosi cubani emigrati (e alcuni anche musicisti) che sono rientrati in patria per hacer el santo (ossia ricevere nel nostro profondo la divinità che ci è destinata), ma… E che ne pensi poi dei «babalawo tours», con stranieri ma anche cubani di ritorno dove ci sono anche babalawo (sacerdoti) dell’ultima ora, poco rispettosi del culto e con scopi di business?
Buona e utilissima puntualizzazione e ben descritta. Io sono «figlia» di Ochún, la dea della femminilità, dell’amore e dei fiumi, e il mio cammino spirituale l’ho fatto nella mia città: lì ci sono i miei «padrini», io vado sempre alle radici delle cose. Il processo di iniziazione è avvenuto con una persona conosciuta da sempre dalla mia famiglia e di cui mi fido, ancora prima di essere il mio «padrino» nella santería. Detto questo, è vero che la religione purtroppo si è trasformata in parte in un fenomeno turistico e questo mi rattrista molto anche perché diventare sacerdote, babalawo, è una cosa seria e complessa: bisogna essere «prescelti» e poi è un percorso che richiede molti anni di iniziazione e preparazione.

E, inoltre, bisogna dirlo: per un occidentale, razionale, non è facilissimo capire questo sincretismo della santería, fusione religiosa che non è omogenea nello svolgimento dei rituali, che contiene contraddizioni, caratteri opposti negli stessi Orisha. Esempio: una di queste divinità (ovvero Orisha) molto adorate è Changó, che ama e odia, è passionale e violento, guerriero, affettuoso e traditore, ballerino e tamborero, guerriero. Insomma ci sono tanti patakí (leggende o storie riguardanti gli Orisha, con una morale finale) di quadretti curiosi, niente male. In breve, sei d’accordo se dico che gli Orisha sono imperfetti forse più dei loro adepti?
Condivido molto l’ultima sintetica frase e sono d’accordo con la tua precisa ricostruzione di questo mondo. Mi piace molto questa religione o spiritualità anche per i patakí; le contraddizioni appartengono non solo agli Orisha ma anche agli esseri umani, che non sono esseri facili: non tutto è bianco e nero nella nostra vita. Ma per concludere il discorso precedente, non si può tollerare che per le strade dell’Avana ci siano persone vestite di bianco, che si spacciano per babalawo accalappiando ingenui turisti stranieri e chiedendo loro delle cifre esose. Ovvio che io sia contraria, perché – oltre a quanto appena detto – si tratta di una mancanza di rispetto delle nostre tradizioni. Pertanto non si può comprare la benedizione e la luce nel cammino della religione Yoruba, e chi dice il contrario ti sta ingannando! La vera missione di un babalawo non è farsi pagare in dollari perché la tua vita vada meglio, ma è quella di aiutarti a scoprire chi sei davvero.

Non dovrebbe, ma crisi economica, furbizia da un lato e dall’altra parte l’ignoranza producono situazioni poco chiare. Comunque, a Losanna, come pratichi questo culto? Hai una batea o uno spazio riservato? Frequenti la comunità cubana e inoltre ti piace ballare timba o altro?
In casa ho un mio piccolo altare in onore degli Orisha. Ma non è un spazio o un oggetto-contenitore come la batea a determinare la nostra spiritualità; sono cose che portiamo dentro, nel profondo dell’anima, e quindi posso praticare e seguire il mio santo anche quando sono in tournée. Cubani? Qui ne conosco pochi; però sul ballo ¡Claro que sí! yo bailo y muy muy bien: salsa cubana, rueda de casino, timba ma anche tutti gli altri generi di impronta cubana o latina.

Stai pensando a un nuovo disco?
Sí, l’ho registrato a New Orleans (dove tra l’altro vivono da alcuni anni i miei genitori), sono leader del progetto e autrice di tutti i brani. Ho coinvolto musicisti locali assieme ad altri di Cuba, Africa e Haiti. Uscirà nell’ottobre 2019 e si intitola «Erzulie», divinità haitiana dell’amore e della sensualità… Più o meno come Oshún per i cubani.

Gian Franco Grilli

[da Musica Jazz, dicembre 2018]