Omar Sosa Transparent Water

Il più cosmopolita dei musicisti cubani, frequente presenza sui palcoscenici italiani, continua il suo viaggio dentro le musiche del pianeta. «Transparent Water», il suo ultimo lavoro, l’ha portato in Estremo Oriente ma il fil rouge è sempre black

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Omar Sosa - foto Massimo Mantovani

Trascinante, esuberante, eclettico, versatile, prolifico, infaticabile, comunicativo, creativo, spettacolare e sorridente. È il cubano Omar Sosa Palacio, nato nel 1965 a Camagüey, pianista, percussionista, compositore, uno dei più originali musicisti apparsi sulla scena internazionale negli ultimi vent’anni. Da allora ha firmato una trentina di album e ha collaborato ad altrettante produzioni con artisti di fama mondiale. In Ecuador è sbocciata la sua carta vincente: combinare gli africanismi sonori presenti nelle Americhe con quelli ancestrali del Continente Nero. Poi la sua sconfinata curiosità culturale ha preso il sopravvento, allargando il campo per amalgamare con sapienza jazz, latin e le musiche del mondo. La sua è una musica senza frontiere e con una cifra stilistica imprevedibile. Lo abbiamo incontrato per una lunga chiacchierata.

Sei considerato uno dei più prolifici e principali esponenti del pianismo cubano moderno, e certamente anche il più cosmopolita dei jazzisti afrocaraibici. Ti senti lusingato di far parte di questo pantheon assieme a Chucho Valdés e Gonzalo Rubalcaba?
Mai avrei pensato di stare nel pantheon dei pianisti di Cuba assieme a due grandissimi come Valdés e Rubalcaba, ma la vita ti presenta situazioni inaspettate e trovarmi in questa posizione privilegiata mi emoziona e allo stesso tempo mi preoccupa un pochino. Forse sono arrivato fin qui per non aver seguito lo schema classico di tanti colleghi concentrati soprattutto sulla tecnica; io mi sono impegnato invece nella ricerca di una sonorità particolare, senza frontiere, e a confrontarmi con realtà musicali lontane per «colpa» dei miei limiti tecnici, ma anche perché mi piace il cambiamento. Quindi mi sono ispirato al principio di dire con meno note cose diverse, ma innovative. Per me la semplicità, che non è superficialità, mi consente di ricercare in profondità la contemplazione, l’estasi.

I tuoi primi passi musicali?
Volevo diventare violoncellista ma un insegnante mi disse che le mie mani non erano adatte e mi consigliò le percussioni. Così a cinque anni incominciai a studiare percussione classica: timpani, rullante, xilofono, marimba. A sette anni mi misi in testa di abbandonare la musica per diventare ballerino di danze folkloriche. Mi è rimasta la consapevolezza del rapporto tra ritmo e danza, dell’importanza del linguaggio del corpo: se riesci a identificare il ritmo nel tuo corpo tutto scorre più facilmente, sei più rilassato. Ma continuai con la percussione, che è diventata la base del mio lavoro: suono il piano con un concetto ritmico, tratto la tastiera come 88 tamburi perché il ritmo è nel mio DNA. Come dicevo prima, non ho studiato il piano classico ma quello complementare, «di seconda mano», come si dice a Cuba. Il vero pianismo jazz cubano, per me, vuol dire Chucho e Gonzalo, due miei idoli: ho consumato le puntine del giradischi per ascoltare gli Irakere diretti da Valdés; i concerti di Gonzalo me li godevo con ammirazione e, quando avevo dubbi sul pianoforte, mi rivolgevo a lui che mi dava consigli. Loro sono i grandi maestri viventi, come lo furono Frank Emilio, Rubén González, Bebo Valdés, Lilí Martínez, Peruchín. Io mi considero ancora uno studente.

Non essere modesto, perchè proprio Chucho ti ha elogiato come un «fuoriserie» del latin. Dopo questa confessione possiamo dire che il tuo stile pianistico si contraddistingue nettamente da quello dei colleghi-connazionali di strumento per una maggiore africanità e in questa direzione ti seguono, anche se diversamente, Roberto Fonseca e Harold Lopez- Nussa. Il desiderio di riunificare le musiche della diaspora africana è sbocciato con la tua primissima tournée «statale» in Africa con il gruppo Tributo, o soltanto dopo il 1993, con il tuo trasferimento in Ecuador?
Non sapevo della considerazione di Chucho, sono onorato. La mia curiosità e la necessità di esplorare altre realtà ebbero inizio durante la tournée africana di quel gruppo, di cui credo si sappia poco o niente: era una band che mescolava trova e poesia, una miscela di stile alla Pablo Milanés con la musica tradizionale cubana alla Arsenio Rodríguez, un po’ di tutto. Scrivevamo e interpretavamo canzoni per le truppe militari a Cuba o impegnate in missioni all’estero. Ma la mia svolta africanista avvenne in Ecuador, dove sapevo della realtà degli indios ma non dell’esistenza di una comunità di origine africana a Esmeralda, sulla costa del Pacifico. Là m’innamorai della marimba esmeraldense, simile allo xilofono ma con una sonorità molto più africana. Mi resi conto che veniamo da un’unica fonte africana e quindi iniziai a studiare queste realtà e a imbastire un lavoro per recuperare e valorizzare le tradizioni musicali di matrice nera che stanno fuori dell’Africa.

Un progetto molto ambizioso, che forse a Cuba non potevi sviluppare?
Non so se basterà la mia vita per completare questo ritorno alla Madre Africa e creare collegamenti con altre musiche del mondo, sonorità lontane culturalmente. Muoversi da Cuba non era facile, come sai, comunque sono grato al Paese per come mi ha formato. Me ne andai per amore di una ecuadoriana. L’esigenza di fare altre esperienze musicali è sempre forte in me e volevo arricchire il percorso artistico tanto che quando l’Ecuador cominciò a diventarmi stretto mi spostai negli USA, a San Francisco, passando prima un breve periodo a Palma di Maiorca con il gruppo Co-Fusion. La mia è una vita sempre in movimento.

omar sosa transparent waterQuindi hai iniziato combinando i vari africanismi delle Americhe con quelli ancestrali del Continente Nero e via via hai ampliato gli orizzonti; e ora, per «Transparent Water», sei andato in capo al mondo per una nuova sfida incrociando il tuo piano alla kora e a strumenti asiatici difficilmente riconoscibili da un semplice ascolto. Un crocevia di linguaggi musicali, canti liturgici lucumí, wolof, accenni di scale blues e orientali, ma soprattutto un piccolo festival di cordofoni.
Direi che è una bella fotografia. Tu sai che a me piace sperimentare, creare musica sempre diversa, possibilmente originale, con ingredienti insoliti ed eterogenei da mescolare insieme. I primi dischi erano molto più vivaci, omogenei ma frenetici rispetto a questo, tuttavia il cammino dentro le musiche del mondo è un mio tratto distintivo da quando ho intrapreso l’attività solistica. Per questo cd, che ho prodotto con Steve Argüelles, stiamo girando in trio, che è la colonna vertebrale formata da me, Seckou Keita e Gustavo Ovalles, ma spero di riunire a Parigi tutti i membri del progetto: la giapponese Mieko Miyazaki, il cinese Wu Tong, la coreana E’Joung-Ju e Mosin Khan Kawa, indiano ma residente in Francia.

Un antico proverbio cinese recita: «vedere una volta è come ascoltare cento volte». Questo per dire che per riconoscere gli ingredienti di questa tua interessante ed ennesima proposta multiculturale è fondamentale vedere l’ensemble in azione, altrimenti forse solo la conoscenza e l’orecchio allenato di un etnomusicologo o di un organologo potrebbe identificarli. Sei d’accordo?
Concordo, perché so che certe persone ascoltano il sheng e credono che sia una fisarmonica: invece è un antico organo cinese a bocca di tremila anni fa, un aerofono complicato ad ancia libera; cinese anche il flauto bawu; poi la calabaza, percussione africana; il culo e’puya, tamburo venezuelano; la triade dei batá, tamburi afrocubani; poi altri cordofoni come il koto, della tradizione giapponese e il coreano geomungo; la kora senegalese, un’arpa liuto che usano i griots e infine le corde del mio pianoforte.

Quindi in acque trasparenti confluiscono colori più che generi, e per alcuni aspetti questo mi ricorda il concetto della contaminazione, dell’incrocio, di influenze diverse riassumibili in moña, un cubanismo che circola in ambiente musicale avanero grazie al mitico pianista Peruchín?
Sì, moña a Cuba vuol dire colorato, mescolato e anche altro, e quindi ci sta bene, anche se il famoso brano di Peruchín va in altra direzione. Credo comunque che sia la prima volta che si mescolano kora, koto, sheng, bawu eccetera, nessuno aveva mai incrociato tutto questo mondo di strumenti e suoni con la musica cubana e con il canto senegalese. So bene che Egberto Gismonti suona anche il sheng, ma l’idea di questo lavoro, come recita il titolo, è cercare la trasparenza delle cose.
Noi latinos abbiamo la tendenza a mostrare i muscoli con la musica, il virtuosismo, la vena piena di sangue, la forza; io invece coltivo qui l’idea di trovare il silenzio e lo spazio nella musica, per me il canto di un passerotto può avere più forza del ruggito di un leone. In parte ho appreso tutto questo suonando con maestri come Paolo Fresu, Mino Cinelu, Adam Rudolph, artisti che mettono lo spazio alla base di tutto. Come cubano però alla fine esce sempre un po’ la moña, il tumbao, il montuno e…

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Il duo tra Paolo Fresu e Omar Sosa è ormai diventato stabile, tra dischi e concerti – foto Roberto Cifarelli

…e anche El Manisero (The Peanut Vendor) infilato e un po’ sincretizzato in Fatiliku, una trascinante versione senegalese di questo son pregón, simbolo della musica cubana, qui riletto con la chiave del changüi in cui spicca il tipico swing scandito dal güiro. Ma lungo tutto il disco il sound cubano è modestissimo.
Sai perché El Manisero emerge come dall’acqua? [ride a crepapelle]. La musica dell’Orquesta Aragón, di Enrique Jorrín e di altri gruppi cubani era diffusissima in Africa negli anni Cinquanta e Sessanta, e, ad ascoltarla bene, l’Orchestra Baobab è una reminiscenza africanizzata della Aragón. Fatiliku, che in lingua wolof significa ricordare, racconta una parte dell’infanzia di Seckou quando studiava la kora. Questo brano rappresenta comunque l’incontro tra le due nostre tradizioni nate dallo stesso ceppo, la Madre Africa. Vero, su tredici pezzi la grammatica cubana si mostra solo in due o tre; oltre a quello già citato c’è il toque batá di Gustavo Ovalles – che è venezuelano – in Moro Yeye e qualche accenno anche altrove. Però «Transparent Water» è un omaggio subliminale a Ochún, dea dell’amore, della pace, della dolcezza, della bellezza, dei fiumi nella religione Lucumí. In Dary puoi percepire lo scorrere lento e silenzioso dell’acqua e dal vivo Gustavo riproduce concretamente tutto questo con uno strumentino di sua creazione.

Comunque hai proprio un rapporto privilegiato con l’acqua, perché già nell’album «Ceremony» con la big band della NDR di Amburgo troviamo Yemaya En Agua Larga, un pezzo in onore della divinità del mare. Questo nuovo omaggio alle divinità della Santería esprime sentimenti di pace, gioia o rappresenta un monito?
Caspita, hai buona memoria! Anche Yemayà viene onorata come divinità del mare, madre di tutti i Santi. Detto questo, ricordo che nella Santería, prima di cominciare qualsiasi rituale, si versa un po’ di acqua a terra rivolgendoci all’orishá (o Santo) più rispettato della religione afrocubana, Elegguá, con queste parole: «Omi tuto, ana tuto», che si riferiscono alla limpidezza dell’acqua e del cammino. Anche nel Buddismo e nelle altre religioni l’acqua è importantissima, ma per la vita – che sta al di sopra delle religioni – l’acqua è fondamentale. La tecnologia domina quasi tutto il nostro cammino su questa terra e noi non prestiamo la necessaria attenzione alla natura: se l’acqua non è limpida, cristallina, pura, noi non possiamo berla, e se non beviamo acqua moriamo. E quindi ai musicisti coinvolti ho chiesto: «Cosa ti suggerisce il tema dell’acqua?» La risposta è stata univoca, e la funzione del disco è anche quella di denunciare i rischi che corriamo se non rispettiamo acqua e natura.

Fin qui l’acqua scorre, si fa per dire, in primo piano. Ma Recaredo 1993 è un tributo alle seducenti bollicine catalane del Cava più che alla cultura dell’acqua, perché?
Ho deciso di registrarlo poiché penso che possa collegarsi al concetto di acque trasparenti. Mi spiego. A pochi chilometri da dove vivo si produce il leggendario spumante Cava della Catalogna e c’è una cantina di eccellenza come Recaredo: il pezzo è dedicato all’annata 1993, un Cava sensazionale, cristallino, delicato, erotico, sensuale, biologico, ottenuto con metodo naturale, il migliore mai assaggiato in vita mia. Mi fu chiesto di tradurre in musica i sapori delle differenti annate di questo Cava e quella del 1993 mi ha ispirato la musica che si ascolta nel disco.

Torniamo alla religione: tu sei «figlio» di Obatalá-Ayaguna, orishá della pace, il cui colore è il bianco. Per questo vai in scena sempre vestito di bianco. In questo progetto, come si combina la tua fede nella Regla de Ocha o Santería con quelle degli artisti asiatici e africani intervenuti nel disco?
Ho ricevuto il santo, lo spirito divino, nel periodo di Natale del 1996 tornando a Cuba in vacanza grazie a mio zio: lui sognò che dovevo recarmi nella casa del santero Francisco Chaveco, che divenne il mio padrino e un giorno mi disse: «Tu hai una missione da compiere, non dimenticarlo mai». All’epoca non ci capii un accidente, ma oggi – a cinquantadue anni – comprendo quel messaggio spirituale. Col passar del tempo ho avuto contatti anche con altri rituali, tra cui la Regla de Palo Monte. Non ci sono stati conflitti tra le nostre fedi perché abbiamo sempre ben presenti il rispetto, la convivenza con luce e pace, la consapevolezza che siamo sullo stesso cammino e che facciamo parte del medesimo pianeta. Inoltre la musica è il sale, lo scopo della nostra vita, e siamo convinti che non sono le religioni ma gli esseri umani a essere in conflitto. Per questo condivido i messaggi di papa Francesco che incitano a pace, fratellanza e apertura tra le fedi.

Il sodalizio con Seckou Keita: come, dove e quando è nato? E i musicisti asiatici come li hai scovati?
Marque Gilmore, batterista e jazzista incredibile, esperto di ritmi africani, mi invitò a Londra a suonare nel suo gruppo e tra gli invitati c’era Seckou Keita che non conoscevo. Tra noi due scattò subito la scintilla. Mi affascinava il suo modo di suonare la kora, che per me uno strumento celestiale, una delle voci del Creatore, e alla fine gli dissi: «Un giorno sarebbe bello fare qualcosa assieme». Tra il dire e il fare passò poco tempo: lo chiamai per una proposta, accettò e andammo a registrare il progetto base in uno studio di Osnabrück, Germania. Invece alcuni degli artisti orientali li ho conosciuti in seminari come quello che organizza a Santiago de Compostela la pianista e gaitera galiziana Cristina Pato, oppure per mia scoperta diretta.

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Tre maestri per una nuova sfida. Da sinistra: Omar Sosa, Seckou Keita e Gustavo Ovalles – foto Alicia Carrera

In questo album che ruolo giocano la composizione e l’improvvisazione?
Anche se non ci credi, e nonostante non sembri, l’improvvisazione si aggira attorno al settanta per cento, ma spesso siamo ingannati perché pensiamo all’improvvisazione come un fatto muscolare di virtuosismo. Questo progetto sorge da una libera improvvisazione tra me e Seckou: entrambi siamo arrivati in studio con qualche idea, le abbiamo messe assieme ma tutto il resto è come un dialogo a braccio dove anche il silenzio conta.

E adesso una domandona: la tua musica di oggi è jazz, latin jazz, etno-jazz o world music?
La chiamerei «musica della Terra» perché gli spiriti che sono nell’aria furono persone come noi, che vissero in terra. La loro energia è salita in cielo, nell’aria, noi ci troviamo tra terra e aria e tutta questa energia spirituale ci avvolge. I critici possono chiamarla come vogliono: non è jazz, non è latin jazz e nemmeno musica africana, ma è quella a cui si avvicina di più.

Questa enorme ibridazione non rischia di allontanarti dalla strada maestra del jazz afrocubano, dai tuoi idoli come Frank Emilio Flynn, Chucho Valdés, ma soprattutto da Thelonious Monk che hai sempre sostenuto essere il tuo vero mentore? E comunque «Transparent Water», dovendolo proprio incasellare, lo metterei tra la world music.
Sì, Monk mi ha cambiato la vita, è vero, e gli sono tanto devoto da chiamare il mio primo figlio Lonious. World music significa musica del mondo, e che cos’è il jazz se non una parte di musiche del mondo? Il jazz è l’unico stile che ti permette di mescolare tutti i generi musicali, la musica del Mali, di Cuba, il son montuno, i tenores della Sardegna eccetera, però i miei punti di riferimento sono sempre là. IHo sempre in mente un’immagine che mi colpì moltissimo nel mio primo viaggio in Africa: c’era un grande piatto di cibo e tutti prendevano dal medesimo vassoio. Questa fratellanza la voglio applicare al mio modo di fare musica. Un modo all’opposto di quello che, a livello politico vogliono l’estrema destra mondiale e Donald Trump, che puntano alla conservazione e al dominio di una determinata etnia sulle altre.

Già che citi Trump, che cosa pensi accadrà ai latinos e, in generale, agli immigrati degli Stati Uniti sotto la sua amministrazione? E la limitazione agli ingressi nel Paese non credi che penalizzerà lo sviluppo delle arti, del jazz che nasce dall’incrocio di diverse culture e che rappresenta la forza degli USA?
Io vivo a Barcellona ma ho la residenza anche negli Stati Uniti, e presto vedrò se posso entrare liberamente o se ci saranno misure restrittive anche per me. Con Trump può succedere di tutto; Obama era una persona che cercava di unire, di trovare il giusto equilibrio, mentre l’attuale presidente tenta di dividere per vincere. Nella storia personaggi estremamente radicali e fanatici sono sempre esistiti, basti pensare a come sono scoppiate le due guerre mondiali. Non sono le religioni il problema del mondo, sono gli egoismi degli esseri umani. Il jazz è frutto di intrecci e così anche altre musiche, il folk americano, l’hip-hop, il rock & roll, la salsa newyorchese: tutto quanto. Condivido la tua preoccupazione, perché se neghiamo la contaminazione e la mescolanza non ci sarà sviluppo, e questo è dettato solo dall’ignoranza.

E se l’amministrazione Trump ti invitasse a suonare alla Casa Bianca?
Ci andrei, ma non credo che mi inviteranno perché la nostra musica va in tutt’altra direzione. Tutti quanti dovremmo pensare la musica più come un fatto collettivo, mettere in primo piano il noi e abbandonare l’ego. Pensando al noi potremmo vivere con un po’ più di pace, di serenità: la musica parla una sola lingua e può fare moltissimo per unire.

E che musica stai ascoltando oggi?
Ascolto pochissima musica perché sto studiando la numerologia, e proprio ieri un amico mi stava parlando di qualcosa legato all’acqua. La poca musica che ascolto è africana perché sono coinvolto allo stesso tempo in diverse produzioni. Una è quasi pronta per l’uscita: si intitola BatZimu che vuol dire luce spirituale, un mix di musica folklorica e jazz con musicisti tradizionali sudafricani. Sempre nel sud dell’Africa, andrò a studiare la tradizione dei San per farne un disco; poi ho un progetto sinfonico di tre opere tra cui la più nota si chiama Oda Africana. Infine ho già registrato un album con la violinista e cantante Yilian Cañizares, cubana che vive da tempo in Svizzera: si tratta di un lavoro dedicato all’Avana e anche alla nostalgia che ci assale soprattutto in inverno quando si vive lontano dalla nostra patria. Io non sento molto questa saudade perché il lavoro mi impegna tantissimo ma non ne sono totalmente immune.

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Omar Sosa con la violinista e cantante Yilian Cañizares, con la quale sarà in Italia in estate

Vuoi dire che se ti arriva la malinconia corri a vedere i tuoi familiari, gli amici e magari ci scappa anche una descarga nei club avaneri?
Sarebbe una buona terapia anche se costosa, ma qui ho una famiglia cui pensare, poi se capita… Non mi lamento perché sono rientrato da poco dall’Avana dove ho una sorella, una nipote, dei cugini, mentre la mamma è scomparsa due anni fa. Descargas? Non suono a Cuba da quando mi sono trasferito all’estero, nel 1993. Sono fiducioso che prima o poi avverrà e non faccio parte di quelli che vi si rifiutano di suonare finchè non cadrà il sistema socialista. A un minimo di condizioni economiche ci andrei con il mio gruppo; io credo nella gente in generale, e a maggior ragione nei miei connazionali, quindi non mi metto nella dinamica dell’intollerenza. Su questo punto spesso rifletto: negli Stati Uniti e in Europa dove vivo, vige sì la democrazia, ma la vera libertà, la giustizia e i diritti trionfano sempre? Ho qualche dubbio, quindi… Io ho suonato a Miami e ci tornerò presto perché credo nell’essere umano, ho fiducia che cambieranno ancora le cose e so che anche Chucho Valdés, che vive ancora a Cuba, è andato a sua volta a suonare con successo a Miami. Quindi il mondo va avanti: basta con le posizioni radicali alla Trump, basta con la supremazia bianca eccetera, è antistorico.

Hai pubblicato più di trenta album da solista. C’è un disco cui sei particolarmente legato?
Sono legato a tutti i miei cd poiché sono uniti da quella colonna vertebrale chiamata Africa. Ma quello che ricordo per un aneddoto particolare è il primo, «Omar Omar». Le cose andarono così: a San Francisco, nella casa di Scott Price (che da vent’anni è il mio manager e discografico) provavamo in vista dell’ingaggio in un club. Finite le prove mi esercitavo da solo al piano per ore e ore, poiché non ne avevo uno a casa, ma nel seminterrato Scott aveva un piccolo studio di registrazione con un microfono collegato al pianoforte. Un giorno mi chiamò per dirmi che si poteva stampare un disco con il materiale registrato a mia insaputa. Rimasi sbalordito, ma da persona positiva presi la cosa dal lato buono e accettai questa piccola astuzia. Il disco uscì regolarmente e oggi tra noi c’è un rapporto solidissimo.

In conclusione, sei un infaticabile globetrotter, sempre in movimento, ma c’è qualche meta che ti manca ancora?
I continenti direi di averli toccati tutti, ma un posto dove non ho ancora suonato è la Russia e conto di farlo presto. Il pianeta è grande e c’è ancora molta strada da percorrere.
Paz, salud y Aché per tutti!

Gian Franco Grilli