Omar Sosa: una concezione futuristica della musica africana

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omar sosa

Nella sua musica c’è di tutto: il bolero, la musica classica, il son cubano, l’Africa.   Lei sembra avvertire forte l’esigenza di connettere questi elementi alla grande tradizione della sua terra d’origine, Cuba. C’è una forte componente spirituale nella sua musica, ma anche ritmo. Qualcosa di profondo che viene dal cuore. Qual è il perno attorno al quale ruota tutto questo?
È una bella domanda e mi piacciono le sue riflessioni, ma la risposta è molto semplice.     Tutto viene dall’Africa, dalla grande Madre. Ogni giorno traggo ispirazione da tutto quello che accade in Africa, una terra che mi trasmette, con la sua anima, un misto tra magia e potere. L’Africa fa parte di me, del mio sangue, è così grande, così potente, che ogni volta mi trasmette qualcosa di nuovo. L’Africa è nel mio cuore, se non fosse così non esisterei e non sarei qui a parlare con lei.

Il suo background musicale è molto variegato. So che da piccolo lei ascoltava gente come Earth, Wind & Fire, Commodores, Irakere, ma è da tempo, come mi ha detto, che il suo cuore batte in Africa. Mi sembra di notare che la sua attività concertistica si svolga più in Europa che in America, dove i legami con l’Africa, soprattutto nella comunità nera, dovrebbero essere più marcati…
È vero questo, anche se il mio centro operativo resta negli Stati Uniti dove ho il mio ufficio e dove vive il mio manager. Qui in Europa la gente è più ricettiva, più aperta per il tipo di musica che faccio. Ha visto come ha reagito il pubblico questa sera? In tutto il tour ho notato una reazione assolutamente positiva da parte della gente, mi sembra di notare una maggiore sensibilità per queste sonorità e, in genere, per tutto quello che viene dall’Africa. Questo per me è molto gratificante. In America ci vuole più tempo per stabilire questo feeling con la gente, il pubblico è più diffidente nei confronti di quello che viene dall’Africa. Anche gli afroamericani hanno dimenticato le proprie origini e tradizioni: molti di loro sanno poco o non conoscono affatto la musica africana. Nonostante questo sento di dover continuare a lavorare in questa direzione continuando a fare la spola con gli Usa dove mi reco spessissimo durante l’anno. Ma, a essere onesto, mi trovo più a mio agio in Europa dove c’è una multiculturalità più spiccata, soprattutto in posti come Parigi, Madrid, Barcellona, Roma, Milano, Amsterdam, dove incontri ebrei, caraibici, gialli, gente di tutte le razze e nazionalità.

omar sosa
Omar Sosa Quartetto afrocubano

Posseggo molti dei suoi dischi. Due mi hanno colpito in modo particolare: Afreecanos e Mulatos. Il primo per l’uso di strumenti tradizionali e nuove tecnologie, il secondo per la grande varietà delle sue influenze. C’erano Dieter Ilg, un contrabbassista tedesco, Dhafer Youssef, Steve Argüelles che produsse l’album. Quel disco fu poi ri-mixato da importanti djs. Insomma una continua altalena tra tradizione e innovazione. Come riesce a trasformare la tradizione in una musica sempre all’avanguardia?
È molto semplice, vivendo il mio tempo. Ogni giorno vivo in quello che succede nella nostra società in cui tutto accade – non solo nella musica – mescolando la tradizione e la modernità. Tradizione e innovazione per me sono la stessa cosa. Da sempre. Per fare nuova musica bisogna conoscere quella vecchia. La street music, la musica contemporanea è, senza ogni dubbio, figlia della tradizione rurale, della musica popolare antica: come si fa a non associare il barrito di un elefante nella giungla allo strombazzare di un clacson in mezzo al traffico di una grossa città occidentale? Nel febbraio del 2013 uscì un disco in cui, proprio come dice lei, c’era questa unione tra tradizione e avanguardia: ritmi afrocubani, ritmi africani e musica elettronica, il tutto seguendo i canoni del jazz più tradizionale, tipo «Kind Of Blue» per intenderci. La cosa importante è vivere nella realtà di oggi facendo tesoro di tutte le vecchie esperienze. Tutto si evolve e, nello stesso tempo, tutto si mescola.

Afreecanos, tra l’altro, fu dedicato a due leggendari percussionisti, Pancho Quinto e Angà Diaz, due musicisti che per lei hanno contato molto. Ce ne parla?
Con piacere. Angà Diaz è stato come un fratello per me. Lo considero il più grande conguero del mondo. Ho avuto il privilegio di aver suonato con lui in trio, in giro per il mondo. Sono stato molto fortunato ad aver avuto l’opportunità di conoscerlo. Purtroppo è scomparso. Non era solo un musicista immenso, era una persona stupenda. Aveva un carattere meraviglioso e, durante la nostra frequentazione, non l’ho mai visto arrabbiato. Era sempre allegro, solare: mi ha insegnato a essere positivo e ad allontanare ogni negatività. La sua massima era che ogni giorno sarebbe stato migliore di quello appena trascorso. Mi ha trasmesso passione, devozione, mi ha insegnato a essere amico di tutti e a non vergognarmi della mia parte più umana e sensibile. Mi ha aiutato a essere un musicista, ma soprattutto un uomo migliore. Mi manca moltissimo. La sua scomparsa è stata un lutto profondo: ho sofferto per lui nella stessa maniera in cui ho sofferto quando è morto mio padre. La sua dipartita è stata inaspettata e ha lasciato dentro di me un vuoto enorme, incolmabile, ma mi ha anche insegnato una cosa molto importante: mai rimandare a domani quello che puoi fare oggi.     In quel disco, infatti, gli dedicai un pezzo, Why Angà? una specie di invocazione alla sua memoria. Perché Angá, perché chi hai lasciato, perché ci hai abbandonati? Pancho Quinto è un maestro assoluto della bata, il tamburo delle cerimonie Yoruba. Anche lui è morto.         Ha inventato un nuovo concetto sonoro per le percussioni afrocubane chiamato guarapachangueo. Si autodefiniva «il John Coltrane della rumba», in realtà è il John Coltrane delle percussioni afrocubane. Suonava le percussioni come Trane suonava il sax, creando sempre qualcosa di inaspettato e complesso all’interno della inossidabile tradizione afrocubana. Era un vero innovatore e mi ha insegnato moltissimo, molto di quello che so sulla cultura musicale del mio paese lo devo a lui.

Poi Alma un titolo intenso, struggente, con Paolo Fresu che aveva già collaborato con lei nel suo disco del 2007, Promise. Com’è nato il progetto?
Ci siamo conosciuti qualche anno fa in Estonia dove suonavo in duo con Dhafer Youssef. Paolo suonava con la sua band. Alloggiavamo nello stesso hotel, abbiamo chiacchierato, ci siamo scolati due o tre bottiglie di vino e abbiamo deciso di suonare insieme. C’era feeling tra di noi, una chimica particolare. Mi invitò a suonare al Festival di Berchidda e abbiamo iniziato a suonare in duo e in trio con Trilok Gurtu. Fu in quel periodo che Paolo mi propose di fare un disco. Andammo in studio, iniziammo a suonare: c’era feeling, chimica, ma anche libertà totale. Alma è stato il risultato di tutto questo.

I brani che mi colpirono sono quello che intitola il disco, in cui l’incastro tra voi tre, lei, Paolo e Jacques Morelenbaum, avviene in maniera quasi magica e il medley che compose insieme a Fresu, con gli inserti elettronici a fare da sfondo alle rarefazioni della tromba di Paolo. 
C’è molta apertura da parte nostra a continuare a collaborare. Per il momento però non c’è un progetto futuro. Mi piacerebbe molto incidere un altro disco con lui. Paolo è un uomo e un musicista cosmopolita. Funge da africano, sardo, italiano, francese, brasiliano, cubano, tutte queste cose senza alcun problema. Apprezzo molto questa sua dote e il suo senso di libertà. Insieme suoniamo liberi da ogni categoria strutturale, da ogni costrizione culturale o restrizione geografica. Questa è la mia filosofia musicale e anche la sua.

Jacques Morelenbaum oltre che essere un violoncellista è anche un valido arrangiatore. Ha arrangiato il suo lavoro del 2010, Ceremony, con la Ndr Big Band… Jacques è il mio eroe. Anche Paolo lo adora. È un maestro assoluto e un grande musicista. Sa, devo dirle una cosa: per essere un grande musicista bisogna essere prima di tutto una bella persona e Jacques lo è!

Altro suo progetto da solista è stato «Eggun»?
«Eggun
», significa «antenato» in Yoruba, è il disco che trae ispirazione da «Kind Of Blue», usando però una concezione futuristica della musica africana. Sono convinto che questa sia una fusione importante da sviluppare. In questo disco suonano dei musicisti fantastici: Peter Apfelbaum al sax tenore, Leandro Saint-Hill al sax contralto, Joo Kraus alla tromba, Lionel Loueke alla chitarra mentre Marvin Sewell suona la chitarra blues, Childo Tomas al basso e Marque Gilmore alla batteria e agli effetti elettronici. Infatti il disco si chiama «Eggun» e il suo sottotitolo è «Afro Electric Experience». Un altro progetto che ho amato molto è Miriam, musica concepita per una compagnia di danza di New York il cui direttore è un mio caro amico: un ballerino africano che proviene dallo Zimbabwe e vive a New York da vent’anni.   Mi propose di lavorare attorno a un pezzo che si chiamava Miriam, ispirandosi a Miriam Makeba, ma in realtà si riferisce a tutte le donne africane e a tutte le donne del mondo. Si chiama Miriam perché vogliamo ricordarne la voce, i suoi movimenti, la sua energia. Fu registrato con il sistema surround e fu il mio primo disco con questo sistema. Anche questa è un’esperienza che ha a che fare con l’Africa che, come vede, ritorna spessissimo nelle cose che faccio.

Nicola Gaeta