Mike Turner & Ethan Iverson «Temporary Kings»

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AUTORE

Mike Turner & Ethan Iverson

TITOLO DEL DISCO

«Temporary Kings»

ETICHETTA

ECM

 


 

Forti del lungo sodalizio condiviso nel quartetto di Billy Hart, Turner e Iverson affrontano la sfida del duo nel segno di due maestri (e loro ispiratori) come Warne Marsh e Lennie Tristano. Si badi bene, però: Turner e Iverson non propongono né un’interpretazione, né tantomeno una celebrazione del cool jazz. Semmai, da quella corrente hanno ereditato il gusto per la ricerca timbrica e la contrapposizione – non solo contrappuntistica – di linee e voci, per poi spingersi oltre. Se si esclude una versione, debitamente ridotta alla sua essenza, di Dixie’s Dilemma (che Marsh aveva creato sulla progressione armonica di All The Things You Are), i restanti brani sono firmati da Iverson (sei) e Turner (due). In particolare Lugano, Seven Points e il brano eponimo recano l’impronta latente del Novecento europeo, con vaghi echi di Satie e Messiaen. L’intera seduta è comunque caratterizzata da un’opportuna tendenza alla sottrazione, da un calibrato uso delle dinamiche e dall’interazione con spazio e silenzio. Non sfugge all’aurea regola Unclaimed Freight, che Iverson ha costruito sulla struttura del blues, infondendogli slittamenti armonici e trasportandolo in una dimensione quasi cameristica. Qui emergono, più nettamente che altrove, le influenze assorbite da Mal Waldron e Paul Bley, specie per il lavoro sul registro grave e sulle ottave centrali. Un disco rigoroso, da centellinare all’ascolto, impreziosito dalla qualità della registrazione di Stefano Amerio. Una prova di maturità per entrambi i musicisti, ma in particolare per Iverson, cui sembra aver giovato la fuoriuscita dai pur valorosi Bad Plus.

Boddi

Turner ed Iverson si conoscono da molti anni e hanno fatto pezzi di cammino insieme, soprattutto con il gruppo di Billy Hart. Non era detto che avrebbero realizzato un disco in duo ma era certo che, se lo avessero fatto, ne sarebbe uscito qualcosa di notevole. Da un lato, Iverson ha nel suo carniere una profonda competenza come teorico (i suoi articoli sono sempre interessanti), come ascoltatore che batte palmo a palmo l’intera storia del jazz trovando infiniti spunti. Dal canto suo, Turner è davvero una figura di tenorista come oggi non ne esistono, dato che combina un fraseggio molto ricercato e rifinito a un timbro unico, morbidissimo, più vicino al clarinetto (Jimmy Giuffre) che al sax tenore (anche se vi si scorge l’ombra di uno Stan Getz). Tutto questo si ritrova in «Temporary Kings» – sei pezzi del pianista, due del sassofonista e uno di Warne Marsh – dove mi sembra che l’apporto di Iverson sia quello decisivo alla riuscita dei nove dialoghi. Il pianista è una fonte inesauribile di argomenti e di idee, anticipa Turner e quando c’è da seguirlo lo fa con calore e attenzione entrando nel suo etereo mondo (Myron’s World); in più sposta il clima cameristico verso una più cordiale e intima atmosfera after hours (con un testo annesso, il tema di Third Person avrebbe potuto essere cantato da Sinatra…). Con un pianista così, Turner si sente rassicurato al punto di prodursi in alcuni dei suoi più lirici assoli. Musica quasi tutta in rubato e sviluppata sulla base di una passione tranquilla, ha la sua chiusura in un valzer dagli improvvisi squarci drammatici. Queste fitte conversazioni sono un significativo risultato per entrambi i musicisti.

Piacentino

Leggi anche: Mark Turner & Ethan Iverson «Temporary Kings Live», Blue Note Milano, 25 ottobre 2018

[da Musica Jazz, dicembre 2018]

 


 

DISTRIBUTORE

Ducale

FORMAZIONE

Mark Turner (ten.), Ethan Iverson (p.)

DATA REGISTRAZIONE

Lugano, giugno 2017.