Ambrose Akinmusire: Trap Jazz

di Marta «Blumi» Tripodi

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Ambrose Akinmusire (foto di Pierrick Guidou) - trap jazz
Ambrose Akinmusire (foto di Pierrick Guidou)

Potrà non piacere a certuni, ma il jazz non sta fermo né si limita a guardare al passato; anzi, continua a trarre vigore da esperienze soltanto in apparenza inconciliabili

Negli ultimi tre anni, chiunque abbia avuto a che fare con un adolescente ha imparato (suo malgrado, a tratti) il significato dell’espressione «musica trap». Per i pochissimi che ancora non sono incappati nel fenomeno, specifichiamo che si tratta di un sottogenere derivato dal rap, nato nella zona di Atlanta negli anni Novanta ma importato in Italia solo di recente. A livello strumentale è caratterizzato da una ritmica lenta e dilatata, da un utilizzo peculiare del charleston e della batteria elettronica Roland 808 e dalla predilezione per i sintetizzatori a discapito dei campionamenti; a livello di rap mostra testi semplici e spesso autocelebrativi e un uso creativo dell’autotune, per distorcere il suono delle strofe e dar loro un taglio melodico. Si ritrova spesso al centro del dibattito istituzionale e politico anche per le sue origini tutt’altro che nobili: leggenda narra che si chiami così perché è nata nelle cosiddette «trap houses», edifici abbandonati e poi occupati dagli spacciatori di crack. Anche il fatto che sia così dilatata e sonnolenta avrebbe direttamente a che fare con il consumo di droga: in principio gli ascoltatori erano grandi consumatori di un cocktail anestetizzante (e illegale) battezzato «lean» o «purple drank», composto da grandi quantità di sciroppo per la tosse alla codeina disciolte in un bicchiere di Sprite. Un po’ come il rock psichedelico che è in parte figlio del consumo di LSD, o il reggae che difficilmente prescinde dalla cannabis.

Ma, indipendentemente dal suo retroterra, al momento questo tipo di sonorità va per la maggiore nelle classifiche di casa nostra: basti pensare che, secondo la FIMI, nella top 100 dei singoli più ascoltati e venduti del 2018 quasi metà delle posizioni è occupata da brani trap. Insomma è un’invasione in piena regola, che coinvolge tutti i settori della produzione musicale, dai jingle pubblicitari a Sanremo, dove sbarca proprio in questi giorni grazie alla presenza in gara di Achille Lauro con il brano Rolls Royce. La novità, soprattutto dalle nostre parti, non è stata accolta senza polemiche: spesso accusata di essere musica per ignoranti, eccessivamente semplicistica o addirittura deleteria per la psiche dei giovanissimi ascoltatori, la trap si presta spesso a fraintendimenti e vere e proprie crociate, da un lato e dall’altro dalla barricata.

Ambrose Akinmusire (foto di Pierrick Guidou) - Trap Jazz
Ambrose Akinmusire (foto di Pierrick Guidou)

È però curioso riscontrare che in America, dove si tratta ormai di un filone assimilato e istituzionalizzato da parecchi anni, le cose vanno piuttosto diversamente. Non solo c’è una piena (o quasi) comprensione del fenomeno, ma addirittura è abbastanza frequente che anche i generi musicali più colti e ricchi di storia e tradizione, come il jazz, non disdegnino di sporcarsi le mani con la trap. Anzi, la contaminazione tra jazz e trap è ormai diventata un vero e proprio sottogenere, ribattezzato trap jazz fusion. Ne avevamo già accennato su queste pagine quando avevamo intervistato uno dei suoi principali esponenti, il cantante/sassofonista/produttore/compositore Masego nel numero di novembre 2018: venticinque anni, originario della Virginia, crea la sua musica in totale solitudine, armato di sassofono, loop station e sintetizzatori. Mescola «l’impatto della musica trap, che è molto ruvida e va dritta al punto, l’energia della house, che è fatta per ballare e stimola la voglia di muoversi, e la sofisticatezza e le cadenze del jazz». E in effetti ascoltando «Lady Lady», il suo ultimo album, si riscontrano elementi di tutti e tre i generi, per un risultato finale che ricorda un po’ l’r&b contemporaneo, ma non assomiglia a nessun altro disco uscito negli ultimi tempi. Proprio come quello del trombettista Ambrose Akinmusire, «Origami Harvest», pubblicato nel 2018 per Blue Note.

Classe 1982, Akinmusire è un ottimo esempio di un artista in perfetto equilibrio tra due mondi. Da una parte è un giovane jazzista talmente talentuoso e stimato da avere vinto nello stesso anno – il 2007, quando ne aveva appena venticinque – sia la Thelonious Monk International Jazz Competition sia la Carmine Caruso International Jazz Trumpet Solo Competition, due dei concorsi più prestigiosi al mondo. Dall’altra, ha collaborato con il leggendario rapper Kendrick Lamar per il suo capolavoro «To Pimp A Butterfly» del 2015. Quello di Lamar non è certo un disco trap, ma Akinmusire non ha mai fatto mistero della sua passione per tutti i sottogeneri dell’hip hop: per «Origami Harvest» ha scelto di fondere insieme tutte le sue influenze più estreme e disparate, compresa proprio la trap.

La genesi stessa del disco è abbastanza curiosa: è infatti una sorta di lavoro su commissione, nato da un input di Judd Greenstein, curatore dell’Ecstatic Music Festival, e Kate Nordstrum, che si occupa della serie Liquid Music. Ad Ambrose fu chiesto di mettere in pratica l’idea più folle che gli venisse in testa, e il risultato finale è un album ricco di rimandi di ogni tipo, dalla spoken word al soul, dal funk alla trap. Il libretto del cd contiene anche il manifesto del progetto: lo scopo è quello di «studiare gli estremi: il maschile e il femminile, l’arte in senso alto e quella più bassa, la passività e l’aggressività, l’improvvisazione e il calcolo, l’America ricca e quella dei ghetti, la musica hip hop e quella classica». Esperimento riuscito? Il diretto interessato dichiara di non esserne sicuro: «In origine pensavo di averli sovrapposti talmente bene che sarebbe stato evidente a tutti che questi presunti estremi non sono poi così distanti. Ma non so se effettivamente è così». Certamente, però, si tratta di un lavoro davvero sperimentale, coraggioso e riuscito, che ha fatto molto discutere anche per i suoi contenuti, oltre che per la forma, nella migliore tradizione della musica rap. In vari brani, infatti, Akinmusire aderisce senza mezzi termini al movimento #BlackLivesMatter scagliandosi contro la brutalità della polizia: la prima traccia, a blooming bloodfruit in a hoodie («Un frutto pieno di sangue che matura in una felpa con cappuccio») è dedicata a Trayvon Martin, un diciassettenne disarmato ucciso a colpi d’arma da fuoco solo perché camminava a piedi con un cappuccio in testa in un sobborgo residenziale della Florida.

Molti degli artisti più promettenti della scena trap jazz sono pressoché sconosciuti non solo al grande pubblico ma anche agli stessi seguaci del jazz e della trap. Spesso si tratta di ragazzi giovanissimi alle prese con esperimenti casalinghi; magari studiano jazz in conservatorio e, come tutti i loro coetanei, ascoltano la trap di nascosto dai loro professori, oppure sono rapper in erba che saccheggiano la collezione di vinili del padre. Spesso i loro nomi viaggiano di bocca in bocca su forum online come Reddit, dove una manciata di appassionati condivide le loro canzoni, rigorosamente caricate su Soundcloud, una piattaforma di streaming alternativa a Spotify e molto amata da chi fa musica alternativa ed elettronica. È proprio così che realtà dagli pseudonimi bizzarri ed evocativi come Flamingosis, Melo-Zed o Rascal sono riuscite ad ottenere i primi, piccoli riconoscimenti, anche se la strada da percorrere per loro è ancora lunga. A onor del vero, allo stato attuale non tutti meritano di emergere, ma alcuni di loro sono senz’altro degni di nota. È il caso dei Free n Losh, un duo di produttori canadesi che si è fatto conoscere soprattutto per la collaborazione con il rapper e cantante Terrell Morris, grazie a una piccola gemma, The Right Song, che nel 2016 diventò una vera hit con centinaia di migliaia di streaming su Soundcloud. Nel 2018 i due hanno realizzato un album suggestivo e pieno di grazia dal titolo «Molasses», purtroppo ancora praticamente introvabile al di fuori di questi circuiti paralleli.

Nonostante tutto, però, c’è anche chi è riuscito a trasformare il sottogenere trap jazz nel binario principale della propria carriera. È il caso di PhilliMoo e Qnote, che si sono autoproclamati precursori del genere e nel 2016 hanno pubblicato da indipendenti un album il cui titolo dichiarava fieramente «I Am TrapJazz». Rispettivamente sassofonista e produttore, definiscono il loro stile «come il gumbo, la tradizionale zuppa di gamberi stufati della cucina creola: se ti piacciono gli ingredienti, li troverai un po’ tutti». Anche in questo caso il disco, prima ancora che avere una valenza musicale, vuole diffondere un messaggio politico e sociale, ovvero che la cultura afroamericana ha un valore intrinseco anche quando è considerata molto bassa: «Volevamo dire al mondo ‘Sì, è vero che siamo giovani, ma siamo consapevoli di chi siamo e di ciò che hanno fatto i nostri antenati’», hanno dichiarato. Nonostante il sound di «I Am TrapJazz» sia ormai superato e non rifletta assolutamente quello delle tendenze odierne di questa piccola nicchia, a due anni di distanza dalla sua pubblicazione PhilliMoo e Qnote sono ancora in tour per suonarlo dal vivo.

Vorrà forse dire che la trap jazz è qui per restare? Per ora non ci pronunciamo, ma sarebbe davvero bello se anche l’Italia si attivasse finalmente su questo fronte.

Marta «Blumi» Tripodi

[da Musica Jazz, febbraio 2019]