Sun Ra: cento di queste orbite

L’enorme, incessante quantità di ristampe e inediti della smisurata produzione del bandleader venuto da Saturno ci obbliga – ma con grande piacere – a trattare in dettaglio ciò che ha invaso il mercato

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Sun Ra

Cosa possiamo farci se l’anno solare su Saturno dura un tempo pari a circa ventinove anni e mezzo terrestri? Ne prendiamo atto e basta, se non fosse che, quando cade il compleanno di chi arriva da laggiù, i festeggiamenti vanno giocoforza per le lunghe. Almeno per i terrestri che partecipano alla festa. Sarà per questo che da un paio d’anni assistiamo a un susseguirsi di uscite discografiche (e non solo) legate a Sun Ra, l’indiscusso Signore degli Anelli (non quello tolkieniano, ça va sans dire). Infatti, complice il centenario terrestre di Herman Poole Blount, a partire dal 2014 hanno iniziato a pullulare i ripescaggi, i restauri, gli inediti, le antologie a tema e quelle caratterizzate dal gusto autoriale del compilatore, le versioni retromaniache, quelle viniliche e chi più ne ha più ne metta. Insomma, l’universo di suono creato da Sun Ra nella sua residenza terrestre si è espanso oltre misura.

Un eterno, infinito, transmolecolare e intergalattico astrocompleanno solare, si potrebbe dire scimmiottando le infinite varianti del nome conferito all’Arkestra, magari per un solo concerto, e che messe in fila sembrano davvero un esempio di poesia concreta, come annotò John Szwed, il biografo di Sun Ra (Musica Jazz 12/13). Il guaio, per chi è tuttora sedotto dall’opera dell’uomo caduto sulla terra dell’Alabama, è che è sempre oro quel che riluce in queste nuove uscite. Il solo 2016 è stato anno di gran vendemmia, mentre l’Arkestra festeggiava in tour tra Usa ed Europa il suo sessantesimo compleanno capitanata dall’arzillo novantaduenne Marshall Allen. A iniziare dalle sedute inedite recuperate dall’etichetta Roaratorio (Musica Jazz, 10/16) e pubblicate con il titolo «The Intergalactic Thing» esclusivamente nel formato doppio vinile. Di scena qui è un’Arkestra che per l’occasione si fregia del blasone Astro-Ihnfinity Arkestra, anch’esso inedito. La bontà del materiale ha trovato anche conferma nel buon piazzamento (tra i primi dieci) ottenuto nel Top Jazz 2016, nella categoria Inedito storico.

Sun RaInediti sono presenti anche nella raccolta confezionata dalla Modern Harmonic, label della Sundazed: «Space Age Is Here To Stay», un cd (o doppio lp) intestato a Sun Ra And His Interplanetary Vocal Arkestra. Una raccolta di sedici brani estratti dal repertorio dell’uomo venuto da Saturno, accomunati dal fatto di privilegiare il canto. Presenti grandi classici come Interplanetary Music No. 1, Space Is The Place, Enlightenment, qualche standard come Round Midnight e cinque registrazioni che vengono pubblicate per la prima volta, tra cui meritano l’ascolto in particolare Moorish Nights, registrata a New York nel 1968, mesmerico duetto tra Sun Ra e June Tyson, e The Truth About Planet Earth, catturato in Italia nel 1978. Qui con il gran sacerdote ci sono James Jacson, Tyrone Hill e altre voci non identificate ad avvicendarsi in una call and response che conduce alla trance. Per la verità, è l’intera raccolta a essere tutto un fiorire di frasi ipnotiche, vero e proprio rap ante litteram, coralità rituale e polvere di Swing. Il tutto con un’unità di stile che si fa un baffo delle disomogeneità temporali.

 

Sun RaLa Sundazed non si è limitata a questo volume tematico ma ha messo a segno altri due colpi: è andata a recuperare la registrazione di uno storico evento che vide protagonista Sun Ra e a estrarre dal cilindro anche un secondo intero concerto fino a oggi mai dato alle stampe. Il primo è un gurdjieffiano incontro tra uomini straordinari. Avvenne l’8 giugno 1986 al Coney Island Museum di New York, quando si ritrovarono insieme sul palco John Cage e Sun Ra. La registrazione della performance era stata pubblicata solo parzialmente, ma la Modern Harmonic l’ha resa disponibile integralmente (un cd o due lp anche in questo caso). Sun Ra si diede non poco da fare con uno Yamaha DX7 e Cage pareggiò il conto con una performance vocale ben farcita di silenzi. Cosmico e surreale al tempo stesso, non è un concerto in duo tranne che per un breve e minimale accompagnamento di sottofondo a Cage che snocciola una delle sue Empty Words, ma un doppio concerto interruptus più volte.

 

Il secondo è l’esibizione dell’Arkestra (chiamata semplicemente così, in questo caso) al Inter-Media Arts Center di New York, il 20 aprile 1991, un paio d’anni prima della scomparsa del leader. Due ore di musica registrate benissimo (aspetto non così frequente nella discografia live di Sun Ra) che occupano due cd oppure tre lp e sono fulgida testimonianza dell’intimo legame dell’ensemble con lo swing di big band come quella del mentore Fletcher Henderson. Illuminante è l’effervescente Hocus Pocus, con uno strepitoso John Gilmore al clarinetto. Al tempo stesso, il concerto ribadisce la disinvoltura con cui Sun Ra declinava il tempo futuro. Si ascolti Carefree, con l’irruzione del moog nel bel mezzo di una sgambettata bop. Per chiunque voglia cimentarsi seriamente con l’ingannevolmente facile arte delle cover, la manipolazione operata sul corpo di Cocktails For Two è un esempio stellare. Sorprende la vivacità della mano sinistra di Sun Ra nell’arco dell’intera performance, considerato che, sempre stando a Szwed, l’infarto che lo aveva colpito alla fine del 1990 gliene aveva limitato l’uso.

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Laffiatata coppia di etichette Strut e Art Yard non è stata da meno, anzi ha voluto strafare. Dopo le due antologie d’autore uscite nel 2014 e nel 2015 a cura rispettivamente del nuovo timoniere dell’Arkestra, Marshall Allen («In the Orbit Of Ra»), e della star dei dj, Gilles Peterson («To Those Of Earth… And Other Worlds»), la nuova impresa editoriale si intitola semplicemente «Singles» e si propone come «definitive collection» dei singoli pubblicati da Sun Ra dal 1952 al 1991. È stato incluso anche il 12 pollici Nuclear War, all’epoca (1982) pubblicato dalla Y Records, etichetta indipendente britannica di spicco che aveva tra i suoi pezzi migliori i duri del Pop Group. Non si tratta di un’estensione della bella edizione pubblicata ormai vent’anni fa dalla Evidence che copriva il periodo compreso tra il 1954 e il 1982 per un totale di 52 brani, perché rispetto a questo il pacchetto Strut/Art Yard ne include un numero maggiore (65), ma non tutti i brani del doppio Evidence sono presenti qui. Dal punto di vista editoriale, inoltre, l’operazione è piuttosto articolata. Sono previsti tre formati differenti: un box da tre cd, due box da tre lp ciascuno e due box ognuno comprendente dieci 45 giri con le copertine originali.

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Lo scorso anno sono usciti il cofanetto digipack con i tre cd (con tutti i dischi dal 1952 al 1991), il primo box dei 33 giri e il primo con i singoli (solo in 500 copie), questi ultimi entrambi con le registrazioni comprese tra il 1952 e il 1961. La coda 2017 è datata marzo per gli altri due box (33 e 45 giri) che coprono gli anni 1962-1991. Tutti i box sono corredati da rare foto, poster e note dettagliate di ogni singolo brano, tutti beneficiari di un’ottima rimasterizzazione. L’edizione di riferimento è quella dei tre cd, l’unica comprendente 65 brani (disponibili anche in formato wav, se acquistati tramite download). Gesto di culto, senz’ombra di dubbio, ma anche di spessore musicale, perché queste sessantacinque visioni, pur nella loro brevità, fanno affermare ancora una volta, senza tema di smentite, che Sun Ra ha fatto davvero di tutto e lo ha fatto spesso prima degli altri. Ha viaggiato tra i generi, da quelli precostituiti come il doo-wop al free più informale, dalla poesia al teatro, ha esplorato sia nuovi strumenti sia strumenti jazzisticamente desueti, ha creato sul fronte produttivo un’etichetta autogestita e, soprattutto, ha sempre espresso un’intima coerenza progettuale.

Anche in questa raccolta è un bel sentire il cantante Sun Ra ma si avvicendano anche altre voci, quella swingante di Billie Hawkins, quella battagliera di Yochannan o quella calda e matura di Hattie Randolph, alla quale sono affidate le classicissime Round Midnight e Back in Your Own Backyard; si danno il cambio anche temi decisamente alieni tra di loro come il natalizio It’s Christmas Time e quello ispirato al cavaliere oscuro (allora un po’ meno), I’m Gonna Unmask The Batman, ci sono brani noti per essere comparsi in celebri album, come Rocket #9 contenuto in «Space Is The Place», che vennero prodotti anche in versione 45 giri e quindi, per forza di cose, diversi. Per esempio, proprio Rocket #9 risulta un po’ più lenta e accidentata. Si ascoltano sonorità elettroniche in stile Raymond Scott (in The Perfect Man), si passano in rassegna i vari gruppi pre-Arkestra come i Nu Sounds e i Cosmic Rays. Una raccolta sotto il segno del molteplice, o se si preferisce, un tour di 45 giri intorno a Saturno.

Emblematicamente la raccolta si apre e si chiude con il medesimo brano, I’m The Instrument, eloquente sin dal titolo. La prima versione risale all’inizio degli anni Cinquanta, in era pre-Arkestra e pre-El Saturn, tanto che il disco fu pubblicato dalla Norton Records. Sun Ra vi recita il racconto della nascita del tempo e dello spazio avvenute tramite il suono, le sue vibrazioni, accompagnandosi con un’arpa spaziale. La seconda venne registrata nel 1991 nella sua casa di Filadelfia, qualche mese dopo l’infarto; e nonostante la mano se la cavasse ancora benissimo, la voce era decisamente sofferente, assumendo un timbro quanto mai da outer space. La strumentazione consisteva in un’arpa definita «trash», decisamente mal temperata, e un piano giocattolo che suona come una celeste. Si tratta dell’unico singolo uscito postumo nel 1994 in un box commemorativo intitolato «Cosmic Visions», messo a punto dalla Blast First e allegato al mensile britannico The Wire. Assieme al singolo, il film Space Is The Place e quattro cartoline. Un testamento spirituale che sembra il frutto di una curvatura spazio-temporale. D’altronde, nei paraggi di Sun Ra è lecito avanzare una congettura sull’esistenza del tempo: che non sempre è quello che percepiamo sul pianeta Terra.

Sun RaSempre la beneamata ditta Strut/Art Yard ha rimesso a nuovo e pubblicato la registrazione di un concerto sinora inedito tenuto da Sun Ra a Roma nel 1977. Oltre quel che ci indica il titolo, altro non è dato sapere sulle circostanze del concerto: «In Some Far Place – ROMA ‘77». Sebbene le note di copertina indichino in azione un trio, soltanto il batterista Luqman Ali suona per tutto il concerto, mentre il cantante Thomas Thaddeus, talvolta chiamato Eddie Thomas o Eddie Tahmahs, come si firmerà sul sublime «Lanquidity» (1978), oppure Pharaoh Abdullah, si ascolta solo nella calda versione di How I Am I To Know, già nel repertorio di Billie Holiday. Negli altri brani cantati è la voce di Sun Ra a condurre le danze. Questo non è l’unico standard della scaletta: scorrono con disinvoltura classici come St Louis Blues, Take The A Train e pezzi da novanta del repertorio di Ra, da Space Is The Place a Outer Spaceways Incorporated; Sonny alterna il pianoforte all’organo e al mini moog. Spicca la colossale versione di Love In Outer Space, oltre venti minuti nello spazio profondo durante i quali si viaggia a bordo di tutte le tastiere.

Vera e propria cronaca spaziale è invece quella ripresa allo Slug’s Saloon di New York nel luglio del 1972 e reperibile per la prima volta su supporto fisico, anche se solo in vinile, poiché il concerto era stato già pubblicato nel 2015 ma esclusivamente in versione download. L’edizione 33 giri si deve alla Art Yard e il titolo è quanto mai programmatico: «I Roam The Cosmos». In campo è stavolta la Solar Arkestra, che sostiene sinuosa le declamazioni di June Tyson e Sun Ra, narranti origine e modalità della missione del saturniano: il risveglio delle coscienze. Spoken word a tempo di ballad.

Sun Ra
Sun Ra on stage a Montreux Jazz Festival nel 1976

Ristampe storiche, infine, sono quelle contenute su un doppio cd della Phono, dal titolo «Fate In A Pleasant Mood/Bad And Beautiful» ma che in realtà include altri due album: «When Sun Comes Out» e «Jazz By Sun Ra». Nel pacchetto sono compresi anche quattro singoli, tutti però inclusi nell’edizione Strut/Art Yard. Storicamente, «Bad And Beautiful» testimonia lo sbarco a ranghi ridotti dell’Arkestra a New York nel 1961. Un sestetto di fedelissimi (i soliti John Gilmore, Marshall Allen, Pat Patrick alle ance, il contrabbassista Ronnie Boykins e il batterista Tommy Hunter), ma non è forse tra i titoli indispensabili, mentre il successivo album newyorkese, «When Sun Comes Out», apparso alla fine del 1962, gode di maggior spessore, complice anche un organico più ampio della band, qui chiamata Myth Science Arkestra. Lo provano il brano eponimo con un duetto infuocato tra i due contralti, Marshall Allen e Danny Davis, oppure una Calling Planet Earth nella quale pulsa l’increspatissimo baritono di Pat Patrick. Era invece ancora a Chicago la Myth Science Arkestra, quando nel 1960 registrò «Fate In A Pleasant Mood», album dove i legami con il bop e lo swing sono trasparenti ma dissonanze disturbanti fanno capolino a più riprese. Il disco più lontano nel tempo (1956) è «Jazz By Sun Ra», noto anche come come «Sun Song» (come il brano conclusivo) nelle successive edizioni targate Delmark. È il primo album pubblicato da Sun Ra con un minimo di distribuzione. Lo pubblicò la Transition di Tom Wilson (personaggio cui Riccardo Bertoncelli ha dedicato un lungo articolo) e che a metà anni Sessanta produsse anche album di Bob Dylan, Simon & Garfunkel e Frank Zappa. In «Jazz by Sun Ra» si è ancora a bottega dai maestri dello Swing, ma brani come New Horizons, Call For All Demons e soprattutto Sun Song allungano lo sguardo verso il domani.

Resterebbe da dire anche qualcosa delle ristampe relative ai musicisti satellitari, quelli che hanno incrociato l’orbita dell’Arkestra, per esempio Brother Ahh (ovvero il cornista Robert Northern), i cui tre album – «Sound Awareness», «Move Ever Onward» e «Key To Nowhere» – sono stati ristampati dalla Manufactured Recordings; oppure Pat Patrick, del quale ha rivisto la luce «Sound Advice» (1977) firmato insieme alla Baritone Saxophone Retinue, ristampa sempre a opera della Art Yard. Per non dire di «Strange City», il brutto omaggio/massacro pubblicato dalla Cold City e perpetrato da Masami Akita ovverosia Merzbow, il rumorista giapponese per eccellenza.

Si potrebbe anche parlarne, ma che fretta c’è? In fondo il compleanno è appena scoccato su Saturno. Che la festa cominci!

Gennaro Fucile