«SOMETHING NEW!». INTERVISTA AD ATTILIO TROIANO

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Suona ben diciotto strumenti, canta e dirige alcune big band. Attilio Troiano ha da poco inciso per Videoradio Rai Trade «Something New!» coinvolgendo due orchestre. Ne parliamo con lui.

«Something New!»: qualcosa di nuovo, cioè si torna al passato. E’ questo il messaggio che vuoi mandare?

Esattamente! Il messaggio che voglio mandare con questo nuovo album è quasi provocatorio; in un periodo storico in cui ci si dimentica quasi dei grandi musicisti che hanno fatto la storia del jazz. Personalmente credo che una delle grandi invenzioni di questa musica sia proprio il modo «nuovo» di pensare il ritmo e quindi lo swing e, di conseguenza una componente davvero importante per me, se non essenziale quando si suona jazz.

Era da tempo che avevi questa idea in testa?

Certo! Molti degli arrangiamenti e dei brani originali presenti nel cd (Afternoon in Rome, Blues in C, Blues for William) li ho composti all’età di diciotto anni.

Cosa ha di più la big band? Qual è il suo valore aggiunto nel jazz?

La big band ha di certo un forte impatto con il pubblico e quando si ha la fortuna, come nel mio caso, di avere a disposizione musicisti del calibro di Duffy Jackson, John Allred, Randy Sanke, Harry Allen e tanti altri, tutto diventa entusiasmante e sia in sala di registrazione che durante i concerti si avverte l’energia di ognuno. Ci si sente parte di una grande famiglia!

Ti sei ispirato alle orchestre bianche o a quelle nere?

Non ho mai amato distinguere la musica con dei «colori», ma di certo posso dire che amo mescolare stili diversi ed ispirarmi a tutto ciò che mi emoziona. Mentre scrivo una composizione musicale tutto avviene senza pensarci troppo anche se è palese l’influenza di Count Basie, Benny Goodman, Bix Beiderbecke e molti altri musicisti che ho amato ed amo ancora oggi.

Tu sei principalmente un polistrumentista. Dirigere un’orchestra ha cambiato la tua prospettiva di musicista?

Dirigere un’orchestra di questo calibro è sicuramente un onore e un piacere. Credo che l’esperienza da arrangiatore, compositore e direttore di sicuro abbia cambiato in positivo la mia vita musicale. Potrei dire che il mio desiderio di suonare i diciotto strumenti che suono oggi è dovuto anche alle mie esperienze in big band.

Buona parte dei brani in scaletta sono a tua firma. Sono nati per questo disco o erano già in cantiere?

Alcuni brani erano già in cantiere, invece altri sono nati per questo disco come ad esempio Swingin’Up nel quale ho sovrainciso quattro trombe, quattro tromboni, cinque sassofoni, contrabbasso, piano e chitarra (Pasquale Fiore ha suonato egregiamente la batteria) ed il brano Blue nel quale suono anche il flicorno soprano, uno strumento che adoro.

Circa la tua big band con le star internazionali. Innanzitutto come hai fatto a far convogliare tutti questi musicisti? E come li hai scelti?

Ho avuto il piacere di coinvolgere non solo dei grandi musicisti, ma anche dei cari amici come Pat O’leary, Duffy Jackson, Stjepko Gut, Luca Santaniello, Randy Napoleon, Luigi Grasso, Ehud Asherie, Dan Block, Harry Allen, Randy Sandke, Michel Pastre e molti altri ancora. Li ho scelti con cura, sapendo che sono alcuni tra i migliori musicisti e conoscitori di questo genere particolare. Non a caso Duffy Jackson e Pat O’leary suonavano con le big band di Count Basie, Lionel Hampton, Illinois Jacquet e in tante altre orchestre che hanno fatto storia. Tutti loro hanno ricevuto una mia telefonata mentre ero a New York City in cui gli chiedevo di partecipare a questo ambizioso progetto e nessuno di loro si è tirato indietro, fortunatamente. Hanno creduto in me dimostrandomi stima e rispetto e questo mi riempie di gioia.

Come hai proceduto nella fase dell’arrangiamento? Hai dovuto cambiare qualcosa con l’ingresso delle All Stars?

Ho semplicemente scritto quello che sentivo, con grande passione, divertendomi molto e loro lo hanno eseguito tutti i brani in modo impeccabile, dando un tocco di magia alle mie composizioni ed arrangiamenti.

Oggi come oggi, almeno in Italia, portare in giro una big band è un serio problema in virtù dei costi. Hai pensato a qualche strategia per ovviare a questo problema?

So che è difficile portare in giro una big band, ma di certo questo pensiero bisogna eliminarlo mentre si pensa alla musica, altrimenti credo che oggi come oggi la musica morirebbe se tutti noi musicisti ci ponessimo il problema su come far girare un progetto o se pensassimo prima al business e poi all’arte. Di certo la cosa ideale sarebbe che i musicisti riuscissero a dedicarsi solo alla musica ma purtroppo molto spesso non è possibile. Basterà rimboccarsi le maniche!

E hai pensato a un tour per promuovere il tuo disco?

In passato ho organizzato dei concerti in Europa con le mie big band e mi auguro che per l’estate prossima che si possa riuscire a portare una delle mie big band anche in Italia. Certamente siamo già a lavoro per questo.

Il tuo amore per le big band come nasce?

Il mio amore nasce dall’ascolto. Già quando avevo diciotto anni sognavo di realizzare qualcosa del genere. Ascoltavo gli show di Frank Sinatra e Count Basie, gli arrangiamenti di Billie May, Quincy Jones, Thad Jones  mentre dentro di me cresceva sempre più questa passione e questo desiderio di avere un giorno una orchestra tutta mia. Mai avrei immaginato all’epoca che avrei avuto l’onore di dirigere un’orchestra con tante stelle del jazz e sono felice che questo lavoro sia una nuova pubblicazione di Videoradio e Rai Trade.

Per te il jazz è questo e solo questo?

No! Il jazz è una musica così varia e così contaminata e di certo non si può etichettare un’arte che è stata in continuo cambiamento. Io stesso amo suonare stili diversi fra loro, l’importante è che con la musica riesca ad emozionarmi e possibilmente ad emozionare chi mi ascolta suonare. Nella mia collezione di dischi si trova di tutto, dalla musica più antica alla più moderna. Nelle mie librerie trovereste (stranamente) più trascrizioni di musica barocca o sinfonica che di arrangiamenti per big band.

Suoni diciotto strumenti e canti. Hai mai pensato di fare una big band da one-man-band?

Sicuramente! In effetti in questo nuovo disco c’è già un brano in cui suono una intera big band. Swingin’Up è un giochino che probabilmente vuole essere una anticipazione di un nuovo lavoro in cui registrerò tutti gli strumenti. So che la vera musica si fa insieme agli altri e come tutte le arti nasce dal desiderio di comunicare qualcosa; la musica è uno strumento dell’uomo per riconciliarsi con l’uomo ed ovviamente i miei esperimenti in cui suono tutti gli strumenti sono da prendere come un gioco e come una sorta di conversation with myself. Ci tengo dunque a precisare che l’ego non fa bene alla musica e che non è un messaggio che vorrei inviare alla gente.

A parte le orchestre, quali sono gli altri impegni di Attilio Troiano?

Suonare con il mio trio con il quale suonerò quest’anno al festival di Gela; suonare con il mio quartetto e con il mio quintetto con Stjepko Gut ma innanzitutto quest’anno vorrei terminare una sinfonia per grande orchestra che ho iniziato a comporre lo scorso anno e che a causa di altri impegni è ancora un opera incompiuta. Comporre musica sinfonica è una delle cose che più amo fare!

Alceste Ayroldi