«Arbo». Intervista a Igor Legari

Nuovo disco per il contrabbassista salentino, ma residente a Roma. Con lui Marco Colonna ed Ermanno Baron. Ne parliamo con lui.

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Buongiorno Igor e benvenuto a Musica Jazz. Sai, ascoltando il tuo ultimo disco «Arbo», viene voglia di ballare. Di quelle danze che possono essere tanto di Paesi lontani, quanto frutto di ispirazione personale. Era uno degli effetti che volevi dal tuo lavoro?
Mi fa molto piacere che «Arbo» ti abbia fatto questo effetto, Alceste! Per me la danza così come il canto sono azioni rivoluzionarie, come tutto ciò che ha a che fare con il corpo. I brani che ho scritto per «Arbo»  hanno tutti una linea melodica (un canto) e una linea di basso che funge anche da matrice ritmica (una danza). A volte le due linee si scambiano i ruoli: il basso “canta” e la melodia segna il tempo. Sono brani semplici, facili da memorizzare. Ho preferito evitare arrangiamenti troppo complessi che avrebbero potuto limitare l’immediatezza dell’improvvisazione collettiva. Questo disco, infatti, lo abbiamo registrato come se fosse un concerto dal vivo. Abbiamo lavorato con il fonico americano Griffin Rodriguez nel suo studio immerso nei boschi intorno a Monteriggioni. Tutti insieme nella stessa stanza, vicini, in acustico e senza cuffie. E nella maggior parte dei casi è stata “buona la prima”, nel senso che abbiamo scelto le prime take di ogni traccia perché ci sembravano le più spontanee. Griffin è stato straordinario nel catturare il suono “crudo” del nostro trio e voglio cogliere quest’occasione per ringraziarlo ancora una volta. Dal vivo spesso suoniamo i brani in sequenza, senza soluzione di continuità, come a creare una sorta di suite modulare che varia ogni volta in base all’ordine dei brani e alle direzioni che l’improvvisazione può generare. E non ti nascondo che a volte mi pare più interessante quello che accade tra un brano e l’altro che i brani in sé! Improvvisare, per me, non significa solo abbandonarsi al caos, ma generare strutture, scenari inattesi, melodie, groove.

Cosa significa Arbo e perché hai scelto proprio questo titolo?
Significa “albero” ed è una parola dell’Esperanto, una lingua artificiale creata da un oculista polacco, L. L. Zamenhof, nel 1887. Zamenhof sognava una lingua franca universale che non fosse quella del conquistatore di turno e fosse comprensibile da tutti. Credeva che in questo modo si sarebbe favorita la pace tra le genti di tutto il mondo, libere da incomprensioni linguistiche. Non a caso “esperanto” significa proprio “colui che spera”. È una grande utopia, forse ormai fuori dal tempo. E io adoro le utopie. Poi, a pensarci bene, cos’è il contrabbasso se non una specie di “albero sonante”?

A guardare i titoli, e ad ascoltare la tua musica, sembra di fare un viaggio in luoghi esotici. Sono in errore?
Nient’affatto, anche in questo caso ci hai visto (anzi, sentito) bene! Sono sempre stato affascinato dai luoghi lontani ed esotici, soprattutto dalle isole remote. Ad esempio, uno dei brani si chiama Tristan da Cunha, come quell’isola al centro dell’Oceano Atlantico Meridionale che è uno dei luoghi più inaccessibili del Pianeta. Sono cresciuto leggendo i fumetti di Corto Maltese e ho amato autori come Verne e Conrad. Forse è una forma di escapismo, considerati i tempi bui e minacciosi in cui ci troviamo a vivere. Ma è anche amore per l’Altro, per la diversità, per l’inatteso e l’avventura. Suonare, soprattutto improvvisare, per me significa “creare mondi”.

Igor, è un album autobiografico o dedicato a qualcosa/qualcuno in particolare?
Non è dedicato a nessuno in modo esplicito ma, riascoltandolo, mi sono reso conto che in certi punti ho reso degli omaggi involontari. Come ad esempio nella introduzione improvvisata in basso solo al brano omonimo Arbo, dove (con il dovuto rispetto) mi è sembrato di aver evocato in qualche modo uno dei miei eroi: Jimmy Garrison. Però una dedica implicita c’è sempre, come per tutto ciò che faccio: alle persone magnifiche che ho la fortuna di avere accanto a me, prima fra tutte la mia compagna Lori.

Il brano Ocelot penso sia dedicato all’omonimo felino; animali che stanno scomparendo per mano dell’uomo. Con questo brano, qual è il tuo intento?
Ocelot è un brano veloce ed elusivo, pieno di scatti repentini e agguati. Mi ha fatto pensare a questo piccolo felino dell’Amazzonia, tenero come un gattino ma letale come una tigre. Quando porto un brano nuovo in sala prove, spesso ha come titolo la data in cui ho iniziato a lavorarci. È un mio codice personale che uso sia quando scrivo musica che quando scrivo e basta (racconti, riflessioni, brevi saggi: mi piace scrivere da sempre). Questa intervista, ad esempio, si chiamerebbe [230123]. Sono abituato così, ma non è un sistema molto funzionale: se voglio andare a ripescare un’idea per un brano che avevo buttato giù cinque anni prima, spesso devo aprire tutti i file di quell’anno! Quando poi, dopo averlo suonato insieme agli altri musicisti, il brano comincia a prendere forma e acquisisce una sua personalità, a quel punto gli do un titolo. E quel titolo a sua volta ne può influenzare il carattere, contribuendo a definire un’atmosfera o un’intenzione estetica.

Perché hai scelto questo tipo di formazione e, a tal proposito, ci vorresti parlare dei tuoi compagni di viaggio?
Ho una predilezione per gli organici senza strumento armonico, specie in contesti ad alto tasso di improvvisazione come in «Arbo». Marco ed Ermanno, però, non sono solo due professionisti che suonano gli strumenti che mi servivano e a cui ho affidato la mia musica. Sono due artisti che hanno dedicato la loro vita ad una concezione della musica che è sempre pura e priva di compromessi. Sono due fratelli e due compagni di viaggio nella musica e nel tempo. Per me suonare con questi due cercatori di verità è ogni volta una scoperta, un rituale, una gioia incondizionata, un onore. Con Ermanno, poi, condividiamo una lunga militanza nel trio del pianista Francesco Negro, un altro mio fratello di musica. Anche in quel trio, dove lavoriamo partendo dalle sorprendenti composizioni di Francesco, l’improvvisazione collettiva è predominante. Quando sul palco c’è Ermanno al mio fianco, tutto diventa più facile e a me sembra di diventare più bravo, specie quando mi indica una direzione che non avevo nemmeno immaginato e mi porta a suonare in un modo che non credevo di poter avere.

Anche la cover del disco è molto bella, creata da Giulia Napoleone. Ce ne vorresti parlare?
Quella è stata una grande sorpresa. Marco Contini, il nostro produttore e la mente dietro l’etichetta Folderol Records, si occupa da tempo anche di arte contemporanea. Devo ammettere che quando Marco mi ha detto che Giulia Napoleone aveva ascoltato il master del disco e voleva realizzare un’opera originale per la copertina, ho dovuto fare delle ricerche perché non conoscevo il suo lavoro. Ricordo lo stupore nel realizzare quanta sintonia ci fosse tra le sue opere e il mio piccolo mondo estetico. La ricerca continua, l’attrazione per la ripetizione quasi frattale di piccoli elementi, la pratica costante per raggiungere una padronanza dei mezzi che è sempre al di là dell’orizzonte. Quello stupore è divenuto conferma quando ho incontrato Giulia lo scorso aprile nella sua casa/studio nella Tuscia viterbese. Ascoltarla parlare del suo lavoro mentre camminava tra le opere stipate nel suo studio che si aprivano come portali verso un’altra realtà, mi ha riempito di forza e di meraviglia. La grande passione per il Jazz, l’incanto per l’immensità del cielo stellato mi hanno subito fatto sentire un legame profondo con lei. Giulia è venuta a sentirci suonare dal vivo poco tempo fa. “Facevo fatica a contenermi, avevo voglia di ballare”, mi disse questa ragazza del 1936 che (ci tiene sempre a ricordarlo) è abbonata fin da bambina a Musica Jazz e conserva gelosamente tutti i dischi in allegato.

In questo disco quali delle tue precedenti esperienze musicali confluiscono in maggior misura?
Non saprei dirti se c’è un’esperienza pregressa che ha influito in maggior misura su questo lavoro. Non mi sento legato in maniera esclusiva a un idioma musicale definito. In più di vent’anni di musica ho suonato in contesti molto diversi: dalla world music al Jazz “standard” (organizzo una jam session settimanale nel mio quartiere, Centocelle); dal post-rock (con i LUZ) al free jazz fino alla canzone politica (ho un duo di canti anarchici del Novecento con quella stupenda musicista che è Susanna Buffa). Forse c’è un po’ di tutto questo in Arbo, perché è il primo lavoro a nome mio. Ma non credo proprio che mi basti un disco per esplorare tutte le conseguenze di queste esperienze musicali. Mi toccherà, lo spero proprio, farne ancora molti altri.

Quali sono le tue radici musicali?
Nella mia famiglia non ci sono stati musicisti di mestiere prima di me. Mio nonno suonava il mandolino, nella cassa armonica dello strumento c’erano questi foglietti su cui scriveva i testi delle canzoni che inventava per farsi perdonare dalla nonna quando la faceva arrabbiare. Mio padre suona la chitarra fin da ragazzo e mia sorella è una cantante dalla splendida voce soul che si affaccia ora alla professione. Ma vengo da una terra, il Salento, che ha una cultura musicale profonda e misteriosa e che ha generato un numero incredibile di musicisti straordinari. Sono cresciuto ascoltando le bande di ottoni nelle feste di paese e i canti tradizionali degli anziani, i bassi tellurici dei sound system reggae-dub, Fela Kuti, i Police, i Clash, tutto quello che mi capitava. Ma è stato l’incontro col jazz che ha impostato la rotta. Da ragazzo facevo questa raccolta di dischi che usciva in edicola con allegato un volume storico. Una sorta di storia del jazz a fascicoli. Da lì sono andato alla ricerca di tutto il Jazz che potevo procurarmi, da Jelly Roll Morton all’Art Ensemble of Chicago, da John Coltrane a Monk, da Ellington a Ornette. Nel mio paese c’era un solo negozio di dischi (si chiamava Blue Note!) e io, appena racimolavo abbastanza soldi, andavo dal negoziante, grande esperto di Jazz, e gli chiedevo “Antonio, adesso cosa devo ascoltare?”. Fino a quando non mi sono trasferito a Roma, questa passione mi ha sempre messo un po’ in imbarazzo perché non avevo molti amici con cui condividerla. Quando ho iniziato a studiare alla Scuola Popolare di Musica di Testaccio mi è sembrato di entrare in un mondo parallelo. Non mi sembrava vero che ci fossero ragazzi della mia età che conoscevano ed amavano Parker o Eric Dolphy.

Perché hai scelto il contrabbasso e quando hai capito che sarebbe diventato il tuo lavoro?
Ho iniziato tardi, col contrabbasso. A diciotto anni mia madre mi regalò Peggio di un bastardo, l’autobiografia di Charles Mingus. La passione per il jazz era già in uno stadio avanzato così come l’attrazione per il basso (suonavo l’elettrico, all’epoca). Quello fu il colpo di grazia: decisi che avrei suonato il contrabbasso. Nel 1998 mi trasferii a Roma. Studiavo antropologia a La Sapienza e basso elettrico alla Scuola di Testaccio. Una mattina, mentre passeggiavo dalle parti di Prati, vidi un contrabbasso in offerta nella vetrina di un negozio. Un “fabbricone”, come si dice in gergo. Poco legno vero e tanto laminato. All’epoca avevo una borsa di studio de La Sapienza. Entrai in negozio e lo comprai. Quella sera chiamai mia madre e le dissi che avevo finito i soldi e che tornavo a casa, nel Salento.
Continuavo a studiare all’università, mi sono poi laureato in Sociologia, ma ben presto cominciai a fare delle serate. Nel 2003, al rinnovo della carta d’identità, alla voce “professione” feci mettere “musicista”, con grande scorno e apprensione da parte dell’impiegato dell’anagrafe. Ma non ne ero molto convinto nemmeno io. C’è voluto molto tempo per superare le paure e arrendermi all’evidenza che era questo che volevo fare nella vita e per la vita. Forse uno scatto importante fu il primo disco in studio, nel 2008 con Francesco Negro, Vincenzo Presta e Alessandro Minetto. Ancora ricordo quando aprimmo i cartoni arrivati dalla Philology con il disco fresco di stampa. Ma quindi posso fare musica? mi dicevo. Dipende da te, mi risposi. E ci sto ancora provando.

Quale è stata l’esperienza musicale più significativa della tua vita e quale ti ha fatto crescere di più come musicista?
Nel 2008 fui ammesso all’International Jazz Master Program (In.Ja.M) della Fondazione Siena Jazz. Un biennio sperimentale con docenti italiani e internazionali, un’esperienza irripetibile che ho condiviso con tanti altri musicisti della mia generazione: Ermanno Baron, Francesco Diodati, Gabriele Evangelista, Giacomo Ancillotto, Alessandro Lanzoni, Mirco Rubegni, Stefano Costanzo, per citarne alcuni, con i quali ho poi avuto modo di collaborare negli anni a seguire. In quegli anni ho potuto studiare con alcuni dei più importanti esponenti di questa musica: Rufus Reid, Drew Gress, Eddie Gomez, Kurt Rosenwinkel, Tim Berne, Bruno Tommaso e tanti altri. Studiavamo tutto il giorno con questi supereroi del Jazz e la sera ci trovavamo a suonare, bere e mangiare tutti insieme, studenti e docenti. Furono due anni di sospensione della realtà, un sogno a occhi aperti. Ho ancora le registrazioni di tutte le lezioni, un materiale su cui credo che lavorerò ancora per molti anni. Nel 2011, appena trasferito a Roma, fondammo insieme a Giacomo Ancillotto e Federico Leo il trio LUZ. Negli anni a seguire, con i LUZ abbiamo girato mezza Europa, suonando nei club e nei festival come negli squat e nei centri sociali. Una volta suonammo nella sala da pranzo di una comune contadina nel bel mezzo della Germania.Ben presto i LUZ divennero un quartetto, quando proposi agli altri di invitare a suonare con noi la violoncellista di Chicago Tomeka Reid. Fu la nostra prima esperienza con un’artista internazionale che all’epoca cominciava a farsi conoscere come una delle voci più importanti della sua generazione. Purtroppo ora i LUZ non sono più attivi, ma quell’esperienza fu determinante perché mi fece capire cosa volevo fare più di tutto: viaggiare e suonare, anzi viaggiare per suonare.

La musica è il tuo lavoro, la tua passione. Quali sono i tuoi hobby?
Non mi piace molto il concetto di hobby. La nostra è una società in cui, se hai la fortuna di avere un lavoro, gli devi dedicare la quasi totalità del tuo tempo e delle tue energie e devi pure sentirti grato anche se è un lavoro che odi. Vietato lamentarsi, c’è sempre chi sta peggio.  Se poi c’è qualcos’altro che ami fare, puoi solo sperare di riuscire a strappare un po’ di quel tempo e di quella energia per dedicargliela. Anch’io ho dovuto fare altri lavori per mantenermi, calcolando i tempi al minuto per poter praticare lo strumento, fare le prove, comporre, andare ai concerti degli altri, suonare. Ora in qualche modo riesco a cavarmela con l’attività concertistica e con l’insegnamento, che amo altrettanto (fino allo scorso ottobre ho insegnato Musica d’Insieme Jazz al Conservatorio di Perugia). Mi sento un privilegiato, nonostante gli alti e bassi finanziari, ma in fondo credo che non dovrebbe essere un privilegio poter dedicare il proprio tempo a fare ciò che si ama, a prescindere se poi è quello con cui ci si guadagna da vivere. Gli hobby non dovrebbero esistere, nessuno dovrebbe faticare per strappare al lavoro ore da dedicare alla musica, o allo sport, alla lettura, ad andare al cinema, a cucinare per gli amici, a scrivere. Quella è la vita, altro che hobby.

Se ne avessi la possibilità, cosa cambieresti del sistema dell’industria musicale italiana?
Lo ripetiamo come una litania da decenni: in Italia la professione del musicista non è rispettata. Preferisco non entrare nel dettaglio delle politiche di sostegno che esistono già o che potrebbero essere messe in campo: ci sono altre persone più competenti che vi si dedicano con genuino entusiasmo. Penso però che anche alcune misure in apparenza semplici potrebbero fare la differenza. Ad esempio, alleggerire il carico fiscale e burocratico di quelle piccole realtà che lottano per portare la musica dal vivo anche in provincia. So che adesso si sta parlando anche in Italia di reddito di continuità per i lavoratori dello spettacolo, una pratica che in Francia esiste da molto tempo e che si è rivelata efficace. Anche quello sarebbe un passo avanti verso il riconoscimento e il rispetto della professione. L’Italia è una delle potenze mondiali della musica d’arte, di ricerca, non di puro intrattenimento. Quando suoniamo all’estero, il pubblico ha sempre aspettative enormi solo perché sa che siamo italiani. Solo noi facciamo fatica a convincerci, a quanto pare.

Il pubblico del jazz in Italia non è formato da giovani: vero o falso?
Posso dire con certezza che è falso, ma bisogna fare dei distinguo. Se parliamo dei jazz club chic o dei festival di alto livello, parliamo anche di posti che hanno prezzi molto alti. Come possiamo pretendere che,  per dire, una studentessa universitaria fuorisede amante del Jazz si possa permettere di frequentare spesso posti del genere? Ma il jazz, per fortuna, non si trova soltanto nei locali dove tra biglietto di ingresso e consumazione si spende quanto una persona normale spende per fare la spesa per una settimana. Qui a Roma, ad esempio, esiste da tempo una certa tradizione di portare il jazz dal vivo in spazi alternativi, popolari e accessibili a tutti. Lo abbiamo fatto con il collettivo Franco Ferguson, nel quale ho militato per quasi un decennio, organizzando rassegne di livello internazionale nei centri sociali o nei locali punk con l’ingresso a sottoscrizione e la birra a 3 euro. Lo fanno ancora adesso realtà come Quadraro In Jazz e Jazz All’Inferno che organizzano concerti nei centri sociali. L’ultimo live con Arbo l’abbiamo fatto proprio per Quadraro in Jazz al c.s.o.a Spartaco. C’era più di un centinaio di persone di tutte le età, tutte attente e partecipi. Il jazz non è una musica per ricchi, non è elitario, non è musica per vecchi, non è musica per musicisti. Chi afferma il contrario o non è davvero informato o è in malafede.

Cosa è scritto nell’agenda di Igor Legari?
Sto cercando di organizzare un tour di presentazione per Arbo, con tutte le difficoltà che ne conseguono. Ho messo in agenda qualche data in posti importanti, come il Jazz Club Ferrara dove suoneremo in aprile e che è riconosciuto come uno dei migliori Jazz club d’Europa. Poi, per fortuna, suono spesso qui a Roma, anche con formazioni estemporanee. E quello aiuta molto a rimanere “in forma”, a sapersi adattare ad ogni contesto. Fa parte della cultura di questa musica.È difficile, per me come per tutti i miei colleghi musicisti. Ma ti assicuro che non molliamo, io no di certo.
Alceste Ayroldi