Roy Hargrove: The Fast Life

di Nicola Gaeta

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Roy Hargrove (foto di Umberto Germinale)
Roy Hargrove (foto di Umberto Germinale)

La tragica scomparsa di Roy Hargrove non può che suscitare, oltre all’emozionato ricordo di chi gli ha voluto bene, la giusta rabbia per una vita assurdamente spezzata

Il 2 novembre 2018, al Mount Sinai Hospital di New York, si è spento Roy Hargrove, uno dei grandi trombettisti del jazz di oggi: sicuramente il più brillante tra quelli della generazione che si appresta a toccare i cinquant’anni. E lui ne aveva appena compiuti 49. La sua morte, avvenuta per un arresto cardiaco, ha lasciato di stucco il mondo del jazz. Per molti è stata un fulmine a ciel sereno. In realtà Roy soffriva da circa tredici anni di una insufficienza renale cronica, per la quale subiva un trattamento dialitico che lo costringeva a una vita in grado di mettere a dura prova anche il più abitudinario degli impiegati del catasto, figuriamoci un artista abituato a lavorare con le emozioni e con la routine di stressanti tour internazionali che un musicista di pregio come lui doveva affrontare per continuare a tenere viva la fiamma della creatività. In medicina è noto da molto tempo che la patologia cardiovascolare rappresenta la principale causa di morte nei pazienti affetti da malattia renale cronica, responsabile com’è di circa il 43% (percentuale altissima) dei decessi dei pazienti sottoposti a dialisi. Resta il fatto che il jazz perde un altro dei suoi giganti, e che la scomparsa di Hargrove lascia un vuoto per il momento, e per svariati motivi, incolmabile. Innanzitutto perché nessuno fra i trombettisti di oggi – se proprio dobbiamo fare dei nomi, è forse solo quello di Ambrose Akinmusire, che però suona una musica più cerebrale – è ancora arrivato a eguagliare la maestria con la quale Roy si metteva sempre alla prova suonando sui giri armonici. Poi perché la sua musica, priva di orpelli e di inutili e leziosi virtuosismi, si fondava su prestazioni solistiche di altissimo livello, indipendentemente dal contesto.

Non dobbiamo dimenticare che Roy Hargrove era ugualmente a suo agio come leader di una big band, come solista in un ensemble afro-cubano, come accompagnatore di cantanti hip-hop e neo-soul oppure suonando vecchi standard nell’ambito di un quintetto o di un quartetto, nello stesso modo in cui lasciava che il flow, il groove scorressero liberi tra gli intrecci ritmici del suo collettivo RH Factor. La magistrale tecnica strumentale e la capacità di contribuire in maniera incisiva a qualsiasi contesto hanno fatto di lui un musicista le cui caratteristiche saranno molto difficili da riprodurre tutte insieme in una stessa persona. Ma ad averne creato la reputazione di vero e proprio gigante della tromba è stata la sua capacità di staccarsi dalle categorie e dalle etichette: all’inizio della carriera Roy era stato bollato dalla critica come uno dei tanti giovani neo-tradizionalisti, aspetto che all’inizio degli anni Novanta portava con sé un’accezione vagamente negativa. Col tempo si è compreso che alcuni degli attacchi sferrati al cosiddetto jazz neo-conservatore di quegli anni erano delle banali prese di posizione e, in definitiva, delle esagerazioni. Parecchi di quei musicisti – all’epoca era in voga il termine Young Lions – non si preoccupavano tanto di riproporre la storia dell’idioma afroamericano in maniera pedissequa quanto di coglierne l’essenza più intima, nel tentativo di trovare un linguaggio personale confrontandosi con i grandi modelli della tradizione. Quei musicisti diedero prova dell’inesauribile ricchezza di sfumature e di possibilità di differenziazione che si possono trovare combinando e rivalutando le forme jazzistiche consolidate. Molti hanno iniziato così: Joshua Redman, Nicholas Payton, Benny Green, Cyrus Chestnut e chi più ne ha più ne metta. Poi ognuno di loro ha trovato la sua strada. Ma Roy Hargrove ha fatto qualcosa in più: è riuscito negli anni a realizzare progetti dalle caratteristiche molto diverse, senza curarsi di categorie e fazioni concorrenti. La sua versatilità potrà forse ricordare la propensione al copia e incolla di alcuni post-modernisti ma, mentre questi ultimi ricercano il contrasto che emerge dallo scontro di idiomi diversi, Roy ha rispettato ogni progetto nei suoi giusti termini, senza bisogno di alcun tipo di decostruzione per contestualizzarlo. E vi è riuscito perché possedeva una sensibilità e una tecnica che gli consentivano di trovarsi a suo agio in tutte le situazioni. Era un ragazzo texano di campagna che aveva avuto in dono il talento per la musica, ma soprattutto aveva dentro di sé lo spirito del blues e del soul, difficile da acquisire sugli spartiti o a scuola. Era un giovane nero che ascoltava hip-hop con i coetanei e, allo stesso tempo, grazie a suo padre (un militare dell’aviazione appassionato di musica e soprattutto di jazz) si tuffava nei dischi di Freddie Hubbard, Clifford Brown, Miles Davis, Dizzy Gillespie, Fats Navarro, John Coltrane, Dexter Gordon, Charlie Parker, Jackie McLean scoprendo un mondo affascinante nel quale gettarsi senza la benché minima esitazione.

Roy Hargrove
Roy Hargrove con il batterista Montez Coleman al teatro Zancanaro di Sacile, nell’aprile del 2012 (foto: Luca d’Agostino/Phocus Agency)

Da allora quel ragazzo non ha mai smesso di farsi coinvolgere dalla poesia di quella musica, un abbraccio che nel suo caso è diventato mortale perché Roy, forse volendo imitare alcuni dei suoi eroi o forse perché la creatività ha a volte bisogno di essere stimolata anche in maniera negativa, non si è mai risparmiato eccessi di alcun tipo, mettendo a dura prova il suo fisico. Capita. Inutile dilungarsi sulla relazione che esiste tra l’esplosione creativa di alcune personalità artistiche, il loro successo e la loro morte precoce. Fin troppo è stato scritto sulle morti di Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison e sui loro eccessi, anche perché per fortuna molti altri riescono a sopravvivere ai guai della vita. Sonny Rollins è ancora tra noi, mentre gli Stones continuano a imperversare nello show business con i loro spettacoli circensi e forse un po’ ridicoli. Roy Hargrove era il prodotto di una generazione che non aveva potuto vivere in prima persona i grossi sommovimenti culturali del secolo scorso, ma in qualche modo se ne era lasciato influenzare assorbendo delle abitudini che hanno minato il suo corpo ma non la sua musica, il cui ascolto – oggi più che mai – continua a regalarci emozioni. Provate a sentire «Public Eye», uno dei suoi primi dischi (il secondo a suo nome, che fa seguito a «Diamond In The Rough»: entrambi incisi per la RCA Novus, ormai fuori catalogo e difficili da reperire), e capirete che già da allora eravamo di fronte a un musicista che non riproponeva una calligrafica ortodossia ma era dotato di un senso ritmico e di una lucidità armonica che rappresentavano un passo in avanti nei confronti dell’allor tanto vituperata tradizione. Nel solco tracciato da Wynton Marsalis, il suo primo mentore, colui il quale lo scoprì da ragazzino in Texas per poi raccomandarlo alla Berklee di Boston, Roy riuscì nella sua musica ad aggiungere qualcosa di inedito, qualcosa che aveva a che fare con il senso del ballo, del divertimento. «Public Eye» raggruppa una serie di talenti attorno alla maestria di Billy Higgins e, già da allora (era il 1990), alla ben delineata capacità di Hargrove di indagare ogni piega delle possibilità timbriche della tromba. Un gran disco, cui fece seguito una serie di piccole gemme (le «Tokyo Sessions» con il suo compare di allora, l’altosassofonista Antonio Hart, uno dei primi ad aver dato su Facebook la triste notizia della sua dipartita, «The Vibe», i due live «Jazz Futures» e «Of Kindred Souls», «Beauty And The Beast», «Blues ‘n Ballads», «Approaching Standards») tutte a nostro avviso imperdibili.

Fu con «With The Tenors Of Our Time», album in quintetto (completato da Ron Blake, Cyrus Chestnut, Rodney Whitaker e Greg Hutchinson) nel quale il trombettista si confrontava con Joe Henderson, Johnny Griffin e Stanley Turrentine, che Roy iniziò a spiccare il volo e a farsi conoscere da un pubblico più allargato grazie anche alla Verve, che l’aveva appena messo sotto contratto. Da allora la celebrità, con «Family» «Parker’s Mood», «Habana» un capolavoro assoluto in cui suonavano Gary Bartz, Russell Malone e una serie di musicisti cubani straordinari tra cui spiccano i nomi di Chucho Valdès e di Horacio «El Negro» Hernandez e con il quale vinse il Grammy nel 1997 (successo ripetuto nel 2002 con «Directions In Music» al fianco di Herbie Hancock e Michael Brecker), i tre episodi di RH Factor («Hard Groove», «Strength» e «Distractions»), «Nothing Serious» e «Earfood», disco quest’ultimo che restituisce agli appassionati il gusto dell’ascolto dello swing, dei tempi sostenuti, del languore delle ballads; una musica pensata e suonata con la maestria e la sensibilità di un grande e talentuoso performer. Semplicemente deliziosi. E per ultimo «Emergence», con la big band, nel 2009. Da allora niente più dischi a suo nome, solo concerti e collaborazioni a dischi di altri artisti. I suoi reni avevano già iniziato a perdere colpi e Roy era stanco, molto stanco. Nonostante questo, la sua capacità di fungere da stimolo per artisti più giovani (un atteggiamento che, gli piaceva ripetere, aveva ereditato dai grandi maestri, gli stessi che aveva incontrato durante la sua vita e con i quali aveva suonato) era rimasta intatta. Non disdegnava nessun invito a collaborare, sia che venisse dai grandi di ieri come Johnny Griffin sia da quelli di oggi come Christian McBride, sia da giovani esordienti come Ameen Saleem, il contrabbassista del suo ultimo quintetto, e come Theo Croker (il nipote di Doc Cheatham) o come Andreas Varady (giovane chitarrista dell’est europeo scoperto da Quincy Jones), il pianista cubano Ramón Valle e la chitarrista israeliana Dida Pelled. Per non parlare delle sue incursioni nell’hip-hop e nel neo-soul, vere e proprie perle al fianco di personaggi come D’Angelo nell’ancora insuperato «Voodoo» e nel più recente «Black Messiah», Erykah Badu, con la quale incise «Mama’s Gun» e il vecchio pezzo di Donald Byrd, Think Twice, ripreso su «Worldwide Underground»; i Take 6, Lalah Hathaway, Macy Gray, Questlove (il batterista dei Roots), Common – con cui collaborò all’incisione di «Like Water For Chocolate» – il collettivo August Greene e persino Femi Kuti, in un omaggio al di lui padre Fela. Ma avremo sicuramente dimenticato qualcosa.

Roy Hargrove
Roy Hargrove

Molti dicono che, almeno all’inizio, avesse un carattere molto difficile e che se la tirasse un po’. Abbiamo provato a parlarne con alcuni di quelli che hanno diviso molte giornate con lui (tra gli altri il trombettista italiano Fabio Morgera, il tenorista di Brooklyn Eric Wyatt, Justin Robinson, grande amico e contraltista nell’ultimo quintetto di Hargrove), e tutti ci hanno risposto che era soltanto un atteggiamento di difesa, comune a molti afroamericani, e che invece era una persona generosa e altruista soprattutto con chi dimostrava di amare la musica o che dimostrava di avere un talento per essa. Tutti lo piangono. Nicholas Payton: «Ho detto spesso che due cose hanno cambiato la scena del jazz a New York: la scomparsa di Art Blakey e la chiusura del Bradley’s. Oggi se n’è aggiunta una terza, la morte di Roy Hargrove. New York non sarà più la stessa senza di te, Roy». Sonny Rollins: «Roy c’era, c’è e ci sarà sempre». Wynton Marsalis: «Abbiamo perso un vero missionario e un messaggero della nostra musica». E Saul Rubin, chitarrista molto conosciuto nella downtown Manhattan: «In questo mondo di musicisti preparati a essere “diversi”, autoreferenziali e a tutti i costi originali, Roy ci ha mostrato la condivisione, il senso di far parte di una comunità per celebrare la più grande forma d’arte che questo paese abbia finora conosciuto». E ci è giunta notizia che la Revive, una delle etichette più vivaci della scena di New York, sta per fare uscire un omaggio a Roy con la partecipazione di nomi importanti della scena moderna.

Per quanto ci riguarda, possiamo soltanto aggiungere un ricordo recente, al quale siamo particolarmente legati. Era il 7 agosto del 2015 e nello sguardo dolce e intenso di Roy c’era tutta la sofferenza di un artista che nella sua vita non ha fatto altro che pensare alla musica. Quella calda sera di una torrida estate il trombettista si sarebbe esibito in un concerto da non dimenticare. Sul palco del castello aragonese di Gaeta, in occasione del locale festival del jazz, Hargrove seppe tenere sulla corda, col fiato sospeso, un pubblico che poté ascoltare oltre due ore di musica di fortissima tensione emotiva. Anche con due sole note, Roy era capace di colpire direttamente il cuore dell’ascoltatore e la voce inconfondibile della sua tromba sapeva mettere assieme i concetti più caldi e rotondi dell’hard bop con un fraseggio elettrizzante, assolutamente facile e gradevole da ascoltare ma difficile, molto difficile, da eseguire. Con lui sul palco c’erano Justin Robinson al sax contralto, Sullivan Fortner al pianoforte, Ameen Saleem al contrabbasso e Quincy Phillips alla batteria, i degni complici di una musica che quel pubblico ricorderà ancora per molto tempo. «Essere un musicista è un dono», ci disse in quella occasione, «e io voglio fare musica che non svanisca subito, incidere un album che la gente possa godere per un tempo molto più lungo di un solo mese». Stavamo aspettando con ansia l’uscita di quell’album. Non possiamo fare altro che consolarci con tutta la musica straordinaria che Roy ha inciso nella sua carriera, una musica che continuerà ancora a lungo a ronzarci per la testa.

Nicola Gaeta

[da Musica Jazz, dicembre 2018]