Rickie Lee Jones: la duchessa di Coolsville

di Riccardo Bertocelli

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Rickie Lee Jones (foto di George Rose)
Rickie Lee Jones (foto di George Rose)

Rickie Lee Jones arricchisce la sua collezione di cover con un album che è un viaggio nella musica del Novecento

Tra gli anniversari dimenticati, a febbraio ricorrevano i quarant’anni da quando Rickie Lee Jones irruppe sulla scena, tenera e maliziosa, con un album che tutti ricordano, quello di Coolsville e Chuck Ès In Love, e uno scandaloso look da esistenzialista chic. Aveva il rossetto rosa, guantini di pizzo, un baschetto, oggi le piace dire che Madonna l’ha studiata e copiata, che non vi venga in mente di pensare il contrario. Era il 1979. Il rock al femminile era ancora in fasce ma c’erano già Patti Smith e Joni Mitchell, e lei pareva una incandescente fusione delle due, con il plus di una folle irrequietezza che la spingeva verso Tom Waits, amico amante «falco della notte» in una Los Angeles che non si riesce più nemmeno a immaginare, figuriamoci a descrivere.

Quell’album fece il botto, e molto bene andò anche il seguito, «Pirates», con un’idea cinematica di canzone e «storie di locali malfamati, di strade illuminate al neon, di bulli e denaro facile, servite in salsa blues, jazz, funk, con lampi di poesia beatnik e orchestrazioni da Brill Building». Si capì subito da quegli esordi che la ragazza non era la prima di una nuova specie, semmai l’ultima del mondo precedente: figlia degli anni Cinquanta e Sessanta, onnivora di musica interessata a cantare tutto, sorellina eccentrica di Carole King e d’altro canto cuginetta di Springsteen, in qualche testo del quale avrebbe potuto riconoscersi. Smise in fretta di essere un fenomeno di moda ed entrò nella penombra dei personaggi di culto. Le piaceva quella poca luce, tutto sembrava fuorché ambiziosa, e in una delle prime interviste rilasciate confessò che il suo passatempo preferito era la fuga, da tutto e da tutti. Non era una boutade. Il suo terzo disco, nel 1983, non fu uno strepitoso lp oro-platino come i primi due ma un quadernetto di cover in forma di ep, «Girl At Her Volcano», in cui perdeva volentieri il filo delle storie raccontate fino a quel momento per immergersi in un suo mitologico passato e rievocare pagine che l’avevano ispirata, da Under The Boardwalk a Lush Life a My Funny Valentine.

Rickie Lee Jones (foto di Kirk West)
Rickie Lee Jones (foto di Kirk West)

Quel delizioso diario dell’anima stabilì una consuetudine. Da allora, ogni otto-dieci anni, Rickie Lee interrompe il flusso delle sue composizioni originali per un album di cover, pescando a estro dal Great American Songbook così come dall’amato R&B, dai Beatles o da Jimi Hendrix, dai Rolling Stones, da Neil Young. È accaduto nel 1991 per «Pop Pop», nel 2000 per «It’s Like This», nel 2012 per «The Devil You Know» e in queste settimane ancora per «Kicks». Credo sia una sorta di terapia rigenerativa, e tra i fan si è diffusa la convinzione che il disco nuovo che poi segue questa pausa sia sempre un grande disco. Ha tutta l’aria di una pia leggenda, ma se ripenso a «Traffic From Paradise», il gioiellino che seguì «Pop Pop», o a «The Evening Of My Best Day», venuto dopo «It’s Like This», quasi quasi mi convinco anch’io.

Da qualche anno Rickie Lee si è trasferita a New Orleans da Los Angeles, sua originaria patria (adottiva), ed è lì, con quel gusto e quei colori, che quattro anni fa ha modellato il suo ultimo album in studio, «The Other Side Of Desire», che porta lo stesso titolo dell’etichetta a cui la venerabile lady ha deciso d’ora in avanti di concedersi; dopo anni di estenuante nomadismo, da una label all’altra, Rickie Lee ha tagliato la testa al toro ed è diventata discografica di se stessa. Anche «Kicks» è stato registrato a New Orleans ma non ha il gusto sapido di quel gumbo. È un disco più sottile, minimale, una «Americana wash of guitars, vibes, and pedal steel», come ha scritto qualcuno, con l’idea di abbandonarsi al piacere di cantare belle canzoni senza la minima tentazione di effetti speciali. «Tutto nasce dalla musica che ascoltavo quand’ero adolescente,» confessa la signora. «Alla radio passava di tutto! Le radio AM degli anni Sessanta sono state il brodo primordiale della vita musicale di oggi. Da ragazzina ascoltavo indistintamente R&B, country, rock e i più sofisticati cantautori che aprivano nuove strade. La radio era una sorta di college per chi come me stava nascendo come musicista, e quelle canzoni non hanno mai smesso di risuonarmi dentro. È una trasmissione continua, non faccio nessuna fatica a registrarle. Sono così belle, e a me piace cantare».

Rickie Lee Jones

Il riferimento alla radio è perfetto, a patto di immaginarsi un’emittente versatile sino ai confini del capriccio, che non ha paura di immergersi negli abissi del tempo, fino agli anni Venti del secolo scorso, e di abbandonare i tracciati consueti per curiose strade blu. Niente Beatles, niente Stones, niente Gershwin, per levare subito dalla mappa qualche continente, ma due canzoni vengono dal repertorio di Dean Martin, anche se a dire il vero non era stato lui il primo interprete: la scanzonata Houston la cantava Sanford Clark, mentre You’re Nobody ‘Til Somebody Loves You era una più vecchia reliquia di Russ Morgan. A Rickie Lee piacciono da impazzire questi fossili dell’American pop, statuine musicali di terracotta con tanta grazia e nessuna presunzione, e chissà dov’è andata ripescare Nagasaki, una miniatura fox-trot che tra un po’ compie cent’anni, cavallo di battaglia dei dimenticatissimi Ipana Troubadours poi ripresa da decine di interpreti tra cui Benny Goodman – a qualcuno verrà in mente Danny’s All Star Joint, il contagioso swing che marchiava il primo album, e in effetti c’è continuità fra questo e quello, il permanere di uno spirito giocoso, infantile, in una signora ormai nel mare magno degli ‘anta. Ma il bello di «Kicks», lo dicevamo, sta nei contrasti, e appuntatevi la trilogia che segue quel petulante ballabile: prima Mack The Knife, proprio quella, in una asciuttissima versione per voce, contrabbasso e poco altro, poi Quicksilver Girl, che Steve Miller scrisse ed eseguì quand’era un onesto campione del San Franciscan Sound, non il mediocre idoletto pop rock della sua seconda vita, infine End of The World, classico country del 1962 passato alla storia con la voce di Skeeter Davis, una delle tante signore di Nashville mai pervenute dalle nostre parti.

Rickie Lee ama sempre smorfiare la voce come faceva da ragazza, bambolina maliziosa e prendi-in-giro, ma da grande ha imparato anche a modellarla altrimenti. Bad Company, il sorprendente inizio che recupera il pezzo forte della band di Paul Rodgers, è immersa in una angosciosa tenebra che l’originale non conosceva, e in quei quattro minuti miss Jones sembra quasi Marianne Faithfull, la Faithfull della maturità, con le sue asprezze, i suoi tormenti, le sue rughe vocali. Nel jukebox millegusti di Radio Jones c’è spazio anche per quello; come c’è spazio per la nostalgica riflessione di My Father’s Gun, splendida ballata di Elton John quand’era più ispirato che glamorous, e per il meditato scoramento di Cry, l’inno di Johnnie Ray & The Four Lads che sigilla il disco.

Rickie Lee Jones - Kicks

Sembrava una meteora, la scapestrata ragazza che si accendeva un sigaro sulla copertina del primo lp, mentre in realtà voleva essere tutt’altro, voleva durare, «i miei modelli sono sempre stati tipi come Frank Sinatra, con una carriera lunga una vita». Ora quella carriera c’è, «Kicks» è una luminaria in più, e Rickie Lee si sente appagata; a sessantaquattro anni, con un boyfriend molto più giovane, con la passione per il giardinaggio e gli animali domestici, in una città che respira musica e offre mille stimoli. «Quando sei una donna e sei giovane, per tanto tempo ti valutano solo con il metro del sesso. Un giorno quella storia per fortuna finisce, e allora cominciano ad ascoltare davvero quello che fai. Quel tempo è arrivato da qualche anno, ed è molto più rilassante. Ho vinto io, sono durata abbastanza.»

Riccardo Bertocelli

[da Musica Jazz, agosto 2019]