Patti Smith – Soundwalk Collective: i suoni del peyote

di Riccardo Bertoncelli

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Patti Smith (foto di Barbara Klein)
Patti Smith e il Soundwalk Collective alla Volksbühne di Berlino nel 2014 (foto di Barbara Klein)

Patti Smith e Soundwalk Collective: un incontro fortuito genera grandi progetti. Canti, suoni e psico-geografia, da Nico ad Artaud

Se è vero che «il caso è un grande artista», come diceva Balzac, allora la storia di Patti Smith con il Soundwalk Collective è un’opera d’arte da consegnare ai posteri. Tutto comincia un giorno del 2014 all’aeroporto di Parigi, dove Patti è di passaggio per tornare a casa, a New York. È stata a Tangeri, sulla tomba del suo idolo Jean Genet, chiudendo un cerchio iniziato anni prima quando in Guyana aveva voluto visitare la colonia penale in cui Genet era stato detenuto. La venerabile signora incide poco negli ultimi anni e si tiene in disparte ma è rimasta l’inquieta visionaria degli anni giovani; i suoi amori letterari ancora la accendono, la testa non ha mai smesso di smaniare per nuove idee e progetti. All’aeroporto di Parigi quel giorno c’è anche Stephan Crasneanscki, un musicista di origine ucraina da tempo domiciliato a New York. Con l’artista italiano Stefano Merli e occasionali collaboratori, Crasneanscki ha fondato da un decennio il Soundwalk Collective, «combinando antropologia, etnografia, letteratura, psico-geografia e osservazione della natura» in lunghe strisce sonore che intendono evocare storie celebri o minime, dal viaggio di Ulisse ai percorsi nel deserto di Rub’ al-Khali, dalle peripezie di Medea ai riti tantrici dei monaci Gyuto.

Crasneanscki ha un’idea forte che lo guida. «Io vedo il territorio come una sorta di testimone silente di ciò che vi è avvenuto, testimone del destino e della tragedia degli umani». Quel giorno in aeroporto è reduce dall’est Europa, dopo un sopralluogo per un progetto sulle vie dei gitani, ma quando vede Patti Smith e siede accanto a lei sull’aereo per New York non è di quello che parla. Le confida invece un’altra sua idea: rievocare in suoni e parole le ultime ore di vita di Nico, la femme fatale dei Velvet Underground, morta a Ibiza un torrido giorno del luglio 1988 per un’emorragia cerebrale seguita a una caduta di bicicletta. Patti è affascinata dall’idea. Conosceva Nico, la ammirava e compiangeva il suo triste destino di donna infelice, schiava della droga; e nei ricordi c’è anche un atto di pietà, quando l’aveva aiutata a riscattare al monte dei pegni l’harmonium che era l’ultima ricchezza, e il compagno più fedele dei suoi rituali di musica. Il lavoro che Crasneanscki prospetta le sembra un’occasione preziosa, un segno del destino per ringraziare a distanza di tanto tempo una donna fragile e potente che in anni difficili aveva spianato la strada non solo a lei ma alle molte Patti Smith vogliose di affacciarsi alla porta del rock.

Patti Smith (foto di Barbara Klein)
Patti Smith e il Soundwalk Collective alla Volksbühne di Berlino nel 2014 (foto di Barbara Klein)

Il progetto si realizza, la Bella Union pubblica un cd di cinquanta minuti, «Killer Road». Patti Smith legge una serie di versi da «Desertshore», da «Exile», da «Camera Obscura», anche se dire «legge» è una banalità; si immedesima piuttosto, piega la sua voce a sfumature, bisbigli, disperati slanci, preghiere, diventa Nico. Crasneanscki, dal canto suo, immerge quel reading in una vaga foschia sonora, aiutato da Merli, da Kamran Sodeghi e dal figlio di Patti, Jesse Paris Smith: è un velo di suoni elettronici, cristalli tintinnanti e l’abbacinante rumore dei grilli di Ibiza, l’ultima musica che Nico ha ascoltato in vita sua. Quei grilli per Crasneanscki sono un’ossessione, lo confessa, fin da ragazzo; e nella storia che va raccontando li considera non solo testimoni di una tragedia ma in qualche modo protagonisti, con quel frinire incessante che induce un languido stato di trance e, unendosi all’aria arroventata di quel giorno d’estate, consegna la vecchia ragazza stanca di vita al suo destino.

«Killer Road» esce clandestinamente, quasi nascondendo il suo grumo di bellezza. Patti stessa non ne fa ostentazione, anzi, vuole che nei crediti compaia come principale il nome di Jesse Paris mentre lei si accomoda in corpo minore al riparo di un featuring. Ma è troppo significativo quell’incontro avvenuto per pura serendipity e troppo avvincente il modo di fare del Collective per chiudere lì. La collaborazione si rinnova, anzi, si espande, immaginando un trittico che coinvolga tre poeti francesi da sempre nel pantheon di Patti: Antonin Artaud, Arthur Rimbaud, René Daumal. Sarà un viaggio mentale ma anche fisico, geografico, sulle piste di quegli inquieti ricercatori e inascoltati profeti. Si chiamerà The Perfect Vision e già fin d’ora il Collective ha raccolto la materia prima sonora, in Messico, in Abissinia, nell’India himalayana.

Artaud è il primo fantasma evocato, in un cd appena edito che riprende il titolo di un libro del 1936, «The Peyote Dance». In quell’anno l’artista lascia la Francia e lo scandalo che ha accompagnato le sue idee di teatro e poesia per un viaggio in Messico, invitato dal ministero della Pubblica Istruzione. Assolve il suo compito tenendo tre conferenze nella più prestigiosa università della capitale ma poi si sposta verso la regione del Chihuahua, in treno e a cavallo, raggiungendo infine i monti Tarahumara e la popolazione che da millenni vive in quei luoghi, i Raràmuri, come loro si definiscono. Cerca uno sciamano che lo inizi ai riti del peyote, è curioso ma non solo, vuole anche guarire, con una droga più «elevata», dalla sua intossicazione di oppiacei. Non ci riuscirà, ma l’esperienza vissuta sarà una delle più forti e inebrianti di tutta la vita; e l’ultima occasione di felicità, probabilmente, se è vero che al ritorno in Francia viene arrestato e rinchiuso in varie cliniche, dove sarà «curato» con la crudele pratica dell’elettrochoc: prima di trovare un medico pietoso che lo liberi da quella tortura, cadrà per cinquantun volte in coma per le scariche. Non sarà praticamente più un uomo libero fino alla morte, nel 1948, anche se continuerà a scrivere e a protestare la voglia di evadere da un mondo che considera «servile, di un’idiozia asfissiante, e compiaciuto di questa asfissia».

Patti Smith e il Soundwalk Collective alla Volksbühne di Berlino nel 2014 (foto di Barbara Klein)
Patti Smith e il Soundwalk Collective alla Volksbühne di Berlino nel 2014 (foto di Barbara Klein)

Fedele alle idee di base del Collettivo, Crasneanscki e i suoi hanno raggiunto la Sierra Tarahumara e sono tornati al villaggio in cui Artaud dimorò; e servendosi di sassi, sabbie, foglie e strumenti costruiti dai Raràmuri stessi, registrando il suono del vento che domina la valle e si infila nelle cavità della roccia, hanno «risvegliato» la memoria di quei luoghi.

«Se prendi il peyote in posti come quelli, senti che tutto è connesso, uomini animali ambiente», dice Crasneanscki. «Artaud ebbe la medesima sensazione. Niente è cambiato». Patti Smith non è stata sulla Sierra ma registrando a New York ha provato lo stesso trasporto. «I poeti ti entrano in circolo, penetrano nelle tue cellule. Nei momenti in cui leggevo le sue parole, io ero Antonin Artaud».

«The Peyote Dance» mette in musica le riflessioni del libro in sette brani. Patti si è ritagliata però un ottavo episodio per una ballata malinconica e randagia in cui racconta gli ultimi giorni di Artaud a Ivry-sur-Seine, nella clinica del dottor Delmas, dov’è più libero, dove può visitare gli amici a Parigi ma è comunque assediato da un male, un tumore, che non gli darà scampo. I giorni del peyote ancora affollano la sua mente, e nel volume che raccoglie tutti gli scritti di quell’esperienza (Al paese dei Tarahumara, uno storico Adelphi) sono numerose le riflessioni ancora a distanza di anni, anche in forma di lettera. Ce n’è una folgorante del 1945, quando Artaud è vittima e cavia a Rodez, prigioniero di medici crudeli che vogliono «guarirlo» in nome della «normalità». «Non sono andato in Messico per fare un viaggio d’iniziazione o di piacere», scrive, «da raccontare poi in un libro che si può leggere accanto al fuoco: ci sono andato per ritrovare una razza che potesse seguirmi nelle mie idee. Se sono poeta o attore non lo sono per scrivere o declamare poesie, ma per viverle. Quando recito una poesia non è per essere applaudito, ma per sentire corpi d’uomini e di donne, dico corpi, tremare e volgersi all’unisono con il mio, volgersi come ci si volge dall’ottusa contemplazione dei budda seduto, con cosce ben sistemate e sesso gratuito, all’anima, cioè alla materializzazione corporea e reale d’un essere integrale di poesia. Voglio che le poesie di François Villon, Charles Baudelaire, Edgar Poe e Gérard de Nerval diventino vere, e che la vita esca dai libri, dalle riviste, dai teatri o dalle messe che la trattengono e la crocifiggono per captarla, e passi sul piano di quest’interna magia di corpi, di questo travestimento uterino dell’anima all’anima, che di corpo in corpo e fame d’amore per fame, libera energia sessuale sepolta su cui le religioni hanno scagliato la scomunica e l’interdetto, e che l’ipocrisia del secolo distilla nelle sue partouses segrete, in odio alla poesia».

Sono certo che Patti Smith conoscesse queste parole ben prima dell’incontro con il Collective. Buona parte della sua arte, in fondo, è una febbre, un urlo liberatorio del genere, con lo stesso fuoco e lo stesso immenso desiderio.

Riccardo Bertoncelli

[da Musica Jazz, giugno 2019]