Velvet Underground: finale di partita

di Riccardo Bertoncelli

131
Velvet Underground, 1970: Doug Yule, Lou Reed, Maureen «Moe» Tucker e Sterling Morrison
Velvet Underground, 1970: Doug Yule, Lou Reed, Maureen «Moe» Tucker e Sterling Morrison

Un ricco cofanetto di brani in studio e dal vivo celebra l’ultimo anno di Lou Reed con i Velvet Underground. Dubbi, stanchezza e lampi di grande musica.

I Velvet Underground sono un mito del Novecento americano e Lou Reed è il loro profeta. Ma non sempre è stato così, anzi. Nei cinque anni della loro esistenza, dal 1965 al 1970, condussero vita stentata e raccolsero dubbi, silenzi, fastidi, anche umiliazioni, su palchi tutt’altro che grandiosi e diecimila leghe sotto le classifiche. Erano il nuovo che bussava alla porta della musica con abiti di stracci, con modi repellenti, e venivano trattati come intrusi quando non come appestati. Parlavano di droga, di spaccio, di amori perversi, disegnavano l’altra faccia della luna rock che nessun astronomo aveva mai avvistato. La loro musica era una violenta combinazione di pop e contemporanea, il matrimonio del cielo e dell’inferno, con voci d’angelo, rumore bianco, riff da sala da ballo e una viola che scorticava i nervi.

Oggi sono tutti in odor di santità, da tempo i loro primi tre album («The Velvet Underground & Nico», «White Light / White Heat» e «The Velvet Underground») riposano in comodi mausolei de luxe, com’è giusto che sia per opere che hanno influenzato e formato generazioni di ascoltatori e soprattutto musicisti. Ora al mausoleo arriva anche il quarto disco, «Loaded», che però fa storia a sé. Quelli non sono Velvet che scrutano le ombre e indagano il mistero, quelli sono Velvet della vecchiaia con uno sguardo più chiaro e sedato. Cercano un motivo per continuare e lo trovano nel successo, nella speranza di essere riconosciuti come capiscuola di qualcosa di nuovo. Così addolciscono le canzoni e le sistemano in cornici più piccole, sperando di intercettare l’interesse delle radio e di indovinare il gusto del pubblico giovane dopo la sbornia dei Sessanta; il disco nuovo non a caso lo chiamano «Loaded», come un auspicio, perché lo sentono e lo vogliono loaded with hits, «carico di successi». Sembra un’idea corrotta, il tempo dirà invece che la strada c’è; e ci sarebbe perfino la canzone giusta, Sweet Jane, che però in quella prima versione non arriva al cuore degli appassionati e si perde, svanisce nell’etere, come tutta la ormai flebile storia Vu. Toccherà a Lou Reed da solo, qualche anno dopo, riprendere quella canzone e quel filo, e annodarci una nuova storia che porterà lontano.

La fine dei Velvet è colpa anche dei Velvet. Andy Warhol se n’è andato dopo il primo lp, come la sua protetta Nico, John Cale ha battagliato con Lou Reed giusto due album, poi basta. Sterling Morrison è sfiduciato e dubita che come musicista abbia un futuro – finirà a guidare rimorchiatori sul fiume Hudson. Maureen Tucker è incinta e alle sedute di «Loaded» non partecipa; non la sostituisce nessuno, chi capita in studio suona la batteria. Così il disco è affare di Lou, di Sterling e del nuovo Doug Yule, così versatile, così disponibile ma tanto diverso da quei compagni che han conosciuto ben altre epoche e slanci. Un senso di normalità avvolge «Loaded» e ne sbiadisce i contorni, un senso di inevitabilità porta a capire che siamo alla fine di qualcosa. È Lou Reed soprattutto che stabilisce il clima, lui con i suoi dubbi e delusioni che lo spingono a meditare il ritiro. I genitori premono perché abbandoni quella vita randagia e trovi un lavoro serio, gli stessi genitori che da ragazzo gli avevano inflitto crudeli sedute di elettrochoc per «guarirlo» dalle sue turbe. Lou è tentato, e per qualche mese proverà davvero a «darsi una regolata». Poi, per fortuna, vinceranno i suoi spiriti animali e l’Amleto degli ultimi Velvet diventerà l’angelo nero di «Transformer».

Le sedute di «Loaded» durano tutta la primavera 1970, con un’appendice estiva che però verrà buona solo per gli archivi. La pressione è bassa e il disco ne risente, più incerto che brutto; un rock per chitarre che scivola in superficie e rimane apatico anche quando tocca le corde giuste – in Sweet Jane ma non solo, in Rock & Roll, nella dimenticatissima Oh! Sweet Nuthin’. Non hanno entusiasmo i Velvet e ne mostrano poco i discografici della Atlantic, che li hanno appena ingaggiati ma dirottati anche a una sottomarca, la Cotillion. L’album uscirà a novembre e nel frattempo il gruppo avrà celebrato il proprio funerale con una serie di cerimonie live al Max’s Kansas City, il localino di Park Avenue che di lì a poco sarà culla del punk. È un evento, volendo un doppio evento. I Velvet non suonavano in città, la loro città, dalla primavera 1967, quando avevano cercato di resuscitare l’«Exploding Plastic Inevitable Show» al Gymnasium; e in tutta la loro carriera non si erano mai imbarcati in una striscia tanto lunga di spettacoli, cinque giorni alla settimana, dal mercoledì alla domenica, per la bellezza di dieci settimane.

Gli show cominciano a giugno e finiscono il 23 agosto. Immaginate ressa di spettatori, tumulti di fans, appostamenti di stampa e radio? Credete che i discografici mandino uno studio mobile per immortalare quello che ha tutta l’aria di essere uno storico «ultimo valzer»? Macché. Il 23 agosto però Gerard Malanga e Brigid Polk, due vecchi amici del giro di Warhol, assistono in prima fila e Brigid mette il suo Sony TC120 vicino al palco per registrare. Il caso vuole che sia l’ultima sera Velvet, e anche una sera investita di luce speciale. «Fu l’unica volta in cui mi divertii veramente», racconterà anni dopo Lou Reed a Victor Bockris. «Feci tutte le canzoni che volevo, e un bel po’ erano ballad. Mi chiedevano rock ad alta energia, musica che tutti potessero ballare. Ma “alta energia” non vuol dire necessariamente tempo veloce; l’alta energia ha piuttosto a che vedere con il cuore». Anni dopo quel nastrino frutterà un live, sporco scorbutico ma così vero: «il primo bootleg pubblicato dalla discografia ufficiale», scriverà non a torto qualcuno.

Nel mausoleo di «Loaded» appena finito («Re-Loaded» il titolo ufficiale) c’è anche il «Live At Max’s Kansas City», con il suo sfuggente mix di fascino, delusione e ambigua imperfezione, tra garage music, il teenage pop prima dei Beatles e il punk che verrà. Sono cinque cd più un dvd con il solito gruzzolo di editi e inediti, remix e demo, early versions e un live dello stesso periodo, maggio 1970, al Second Fret di Filadelfia. È una panoramica bella e completa dell’ultimo anno Velvet; l’ultimo anno vero, perché la sigla rimarrà ancora un po’ in giro affidata a Doug Yule e a mediocri figuranti, che produrranno un album spurio fuori collezione – «Squeeze», 1973.

Questo finale di partita si può leggere in due maniere opposte, come a suo tempo fece Lance Loud, uno dei più acuti commentatori della storia Vu. «È troppo irritante immaginare cosa avrebbero potuto fare i Velvet dopo “Loaded”; avete mai pensato a cosa i Beatles avrebbero potuto creare dopo “Abbey Road”?». A me sembra una visione troppo ottimistica, decisamente rischiosa, così parteggio per la seconda lettura. «Pensa – mi dico – se non si fossero sciolti si sarebbero rovinati, chissà. Avrebbero potuto accendere la miccia per “Berlin” di Lou Reed? – no e poi no. Molte star di ogni estrazione vanno incontro a morti tragiche ma forse erano solo Cenerentole per cui scocca la mezzanotte – appena in tempo prima di invecchiare o appena dopo aver raggiunto la popolarità. Provate a immaginare se i Velvet avessero continuato ancora, pubblicando dischi non all’altezza della loro fama Velvet. Mi figuro titoli terribili come “The Velvet Underground – Mellow Moods”, o “Transcendental Velvet”… Grazie a Dio ci hanno lasciato con la loro Polaroid di perversione. Fine della storia».

Riccardo Bertoncelli