Maya Beiser: «Ho detto basta alla perfezione assoluta»

di Enzo Capua

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Maya Beiser (foto di ioulex)
Maya Beiser (foto di ioulex)

Affacciatasi di prepotenza sulla scena contemporanea, la violoncellista israeliana/argentina Maya Beiser – ormai statunitense d’adozione – è tra i principali protagonisti della musica d’oggi e si cimenta nei contesti più disparati.

Ogni tanto capita, nel fare questo nostro mestiere, di imbattersi in musicisti che non solo è veramente difficile classificare, ma che sfuggono anche alle consuete categorizzazioni cui ci lasciamo andare, con o senza ammissione di colpa. In questo senso, il caso della violoncellista Maya Beiser è esemplare: pur avendo già alle spalle una consistente carriera, Maya non è facilmente identificabile fra i protagonisti della musica dei nostri tempi; e poi è una donna la cui raggiante bellezza può creare false ipotesi sulle sue effettive capacità di artista. Nulla di più errato: Maya Beiser è una straordinaria musicista a tutto campo ed è anche dotata di eccellenti qualità virtuosistiche in uno strumento, il violoncello, che non è certo fra i più semplici da padroneggiare. Nata in Israele e già un prodigio a dodici anni, studia sotto l’ala protettrice di un grande violinista classico come Isaac Stern. Però la sua natura curiosa e iconoclasta la spinge verso strade avventurose, facendole prendere le distanze – senza mai lasciarlo – dal mondo della musica classica, dove avrebbe avuto una sicura e tranquilla carriera, per avvicinarsi sempre di più alla musica d’avanguardia, al rock, al jazz. È una musicista a tutto campo, dunque, che in passato può aver suscitato critiche dei suoi colleghi ma che si è affacciata di prepotenza sulla scena contemporanea seguendo solo i suoi gusti e il suo istinto. Senza alcun pregiudizio di sorta. E il pubblico, assieme a tanti critici, l’ha generosamente premiata con lodi e applausi.

Per avere una pallida idea di quello che Maya può fare, basta ascoltare almeno i suoi due dischi più recenti, che s’intitolano «Uncovered» e «Trance Classical», ambedue usciti per la Innova, rispettivamente nel 2014 e nel 2016. Nel primo si possono ascoltare brani di Bach e di Ildegarda di Bingen, la compositrice del primo Medioevo poi santificata, accanto a quelli di Michael Gordon o Lou Reed (spicca una Heroin difficilmente dimenticabile); nel secondo invece entriamo in piena area blues e rock, con covers (se così possiamo chiamarle) di Jimi Hendrix, Led Zeppelin, Muddy Waters e altri. Però, attenzione: non siamo nel campo del pastiche di cattivo gusto, anche se qualche arrangiamento potrà evocarlo facendoci storcere il naso, ma ci troviamo di fronte ad una musicista che segue se stessa, il proprio stile e ciò che l’attrae. L’album ancora precedente, infatti, è in completa solitudine, è dedicato alle composizioni di un importante autore contemporaneo come Michael Harrison, s’intitola «Time Loops» (Cantaloupe Music, 2012), e col rock non ha nulla da spartire. Beiser si è esibita più volte nell’edizione 2017 del Big Ears Festival di Knoxville, dove abbiamo avuto modo di scoprirla nei diversi aspetti della sua arte: in violoncello solo, acustico, e in trio con il suo strumento elettrificato. Le sue performances non sono certo passate inosservate: tra i brani di santa Ildegarda e Janis Joplin ci ha colto di sorpresa una sua bella versione di All Blues assieme a certe arie di carattere prettamente medio-orientali (una Kashmir dei Led Zeppelin che sembra provenire dalle sponde del lago Tiberiade). Tanto che abbiamo voluto incontrarla per farci raccontare una storia di musicista tanto affascinante quanto difficilmente inquadrabile.

Iniziamo dalle tue origini in Israele.
Sono cresciuta in un kibbutz argentino in Galilea, visto che mio padre è originario dell’Argentina e mia madre francese, ma già da piccola desideravo andare altrove. Ho cominciato a studiare il violoncello e, siccome in Israele il servizio militare è obbligatorio per due anni anche per le donne, ho fatto parte del quartetto d’archi dell’esercito! Ed ero l’unica donna, anzi la prima donna in assoluto in quel quartetto! Avevo diciassette anni: quando ho visto che c’era quel posto libero ho subito presentato domanda. Ero nell’esercito ma certo non volevo smettere di suonare! Fu una selezione a livello nazionale e, come ho detto, ero l’unica donna: finii addirittura sulle prime pagine dei giornali.

Maya Beiser (foto di ioulex)
Maya Beiser (foto di ioulex)

Un bell’esordio! Hai cominciato subito col violoncello?
No, prima col pianoforte, a sei anni. Fu poi mio padre a comprarmi un violoncello: a casa si ascoltava molta musica classica, soprattutto argentina, e tutti volevano imparare uno strumento. Mi fu proposto il violino ma per via del mio carattere contraddittorio scelsi il violoncello, proprio perché era lo strumento che nessuno voleva! E poi adoravo ascoltare Pablo Casals. A dodici anni ero già una specie di bambina prodigio: Isaac Stern mi volle con sé per ampliare le mie vedute. Con Stern studiai per tutti gli anni dell’adolescenza suonando solo musica classica e andando anche in tournée con svariate orchestre. Però, man mano che crescevo, i miei interessi spaziavano in vari campi musicali, quindi cominciai a sentirmi frustrata a dover suonare solo Haydn, Dvořák, Bach, Boccherini… Ero già sotto contratto con un’importante agenzia di musica classica e sicuramente non avrei avuto problemi a continuare così, visto che ormai ero diventata un’affermata professionista, ma la mia curiosità mi spinse verso Miles Davis, Brian Eno e altri musicisti del nostro tempo.

Quando avvenne il momento del distacco da questa strada ormai avviata per seguire le tue inclinazioni più personali?
Avvenne quando stavo finendo i miei studi a Yale, dato che mi ero trasferita negli Stati Uniti. Lì incontrai il compositore olandese Louis Andriessen. Ricordo che un giorno mi diede una sua composizione: si chiamava La Voce, in italiano perché il testo era tratto da una poesia di Cesare Pavese. Era un pezzo bellissimo, semplice, per voce e violoncello: lo cominciai a studiare a casa ed ebbi una specie di rivelazione. Prima non avevo mai pensato di poter suonare e cantare allo stesso tempo: quando si affronta uno strumento come il violoncello diventa davvero difficile cantare o semplicemente recitare. Devi essere in grado di ascoltarti quando suoni: se c’è anche la tua stessa voce le cose si complicano enormemente. Comunque mi accorsi che potevo farlo e mi veniva bene, quindi cominciai a sperimentare in quella direzione e mi resi conto che una porta si era aperta dentro di me. Decisi di sospendere i miei altri impegni per esplorare la nuova strada che quella porta mi aveva fatto scorgere. Avevo poco più di vent’anni e mi tuffai nella scena rock e di musica contemporanea di New York, lavorando con band come i Nine Inch Nails o il gruppo di compositori di Bang On A Can. E persino collaborando con artisti visivi e figurativi: c’era tutto un mondo nuovo ed entusiasmante da scoprire. Così, anche col mio strumento, stavo cercando nuove modalità d’approccio. Non abbandonai del tutto la musica classica ma devo dire che una delle cose che trovavo soffocanti era la ricerca ossessiva della perfezione, della minuziosa definizione di ogni dettaglio. Sono sicura che un musicista di jazz sarebbe totalmente d’accordo con me. La perfezione non m’interessava più.

Si era spento il desiderio di riproporre alla perfezione la musica così come era stata composta dall’autore nel suo tempo?
Certo! Ci sono due musicisti classici che adoro e venero come idoli: Glenn Gould e Pablo Casals. E sai perché? Perché ambedue non erano interessati alla perfezione. Erano ossessivi, sì, ma in un’altra direzione, molto più creativa. E questo capitò anche a me: volevo essere più creativa in ciò che facevo, non limitarmi alla ricerca della perfezione assoluta nel restituire il lavoro di altri. Penso che nella mia carriera discografica questo cambio di marcia possa essere ben visualizzato e sentito in «World To Come», che è un disco del 2003. Ma credo anche prima, in certi miei lavori con i Bang On A Can come «Industry», che è del 1995. Lì, ad esempio, impiegai il fuzz box per distorcere il suono del violoncello: per me fu la prima volta!

Immagino che usare il distorsore con il violoncello possa aver creato qualche reazione rabbiosa tra i tuoi colleghi di allora, nella musica classica.
Ma certo! Molti pensano tuttora che io sia fuori di testa, che sia pazza. Ma mi va bene così. Come sai, adoro Jimi Hendrix e mi piace da morire suonare i suoi pezzi. C’è gente che ancora mi scrive chiedendomi chi suona la chitarra elettrica in certi brani dei miei dischi: non si è accorta che sono io, con il violoncello e il distorsore!

Maya Beiser (foto di Enzo Capua)
Maya Beiser (foto di Enzo Capua)

A questo punto si può dire che nella tua carriera stai seguendo due vie parallele: una che ti porta ad andare fuori strada e improvvisare con i suoni elettrici; un’altra, più rigorosa, con il violoncello acustico. È così?
È vero. Ma devo aggiungere che seguo soltanto me stessa, quindi non so cosa mi verrà in mente di fare domani. Adesso, per esempio, sono completamente coinvolta in un progetto per violoncello e orchestra che intende rivisitare tutto l’ultimo album di David Bowie, «Blackstar». È un lavoro che sento molto e che mi è stato proposto dal clarinettista e arrangiatore con cui collaboro da tempo, Evan Ziporyn. Con lui ho co-prodotto «Uncovered», che è già una rielaborazione di brani rock e blues. Io ed Evan e io avevamo già discusso a lungo della nostra ammirazione per David Bowie quando entrambi insegnavamo al dipartimento musicale del MIT, il Massachusetts Institute of Technology: da lì è nata l’idea di riarrangiare l’album di Bowie per violoncello e orchestra sinfonica.

Due importanti musicisti di jazz hanno collaborato a quel disco: Maria Schneider e Donny McCaslin, con grande soddisfazione artistica. Hai avuto modo di incontrare David Bowie di persona?
Sì. E per me è stato molto importante, in maniera totale, anche al di là della musica stessa. Bowie personificava la sua arte, nel senso completo del termine: dal punto di vista visivo, formale, sonoro, estetico, tutto quanto. E «Blackstar» è davvero un album incredibilmente bello, pur nella sua sostanziale tristezza.

Sono completamente d’accordo. E, secondo me, c’è ancora qualcosa in più che ti avvicina a Bowie, specie in «Blackstar».
Devo dire che sono sempre stata contro le rielaborazioni di brani rock in chiave sinfonica. Mi sembravano così kitsch, insignificanti… Con Evan abbiamo pensato da subito di fare qualcosa di diverso, accuratamente lontano da una pomposità hollywoodiana, non so se mi spiego. Qualcosa, invece, che fosse vicino al mondo espressivo di Bowie, alla sua sensibilità.

È prevista anche una pubblicazione su disco?
Si, ma non per ora: dobbiamo ancora registrarlo. Intanto lo abbiamo eseguito dal vivo quest’estate a Barcellona. Poi sta per uscire un mio nuovo album di brani di David Lang, uno dei membri di Bang On A Can. Infine, il prossimo anno, ho in cantiere un’altra collaborazione con Julia Wolfe, che fa anche lei parte dello stesso gruppo. È un pezzo che si chiama Spinning, ed è tutto basato sul concetto di girare su se stessi. Una cosa un po’ folle, ma bella!

Tutti progetti di ben diversa natura. Dove sta la vera Maya Beiser in tutto ciò? Ti piace giocare con te stessa e la musica, a volte nasconderti?
Questa è una bella domanda… ma hai ragione! Però è solo sul palco che mi sento completamente me stessa: cerco di far vedere quello che sono davvero, magari giocando con la mia immagine oltre che con la musica [il doppio significato di playing, giocare/suonare, è ovviamente impossibile da rendere efficacemente in italiano].

In questo senso c’è anche un desiderio di proteggerti dietro questa forte femminilità che emerge dalle tue performance dal vivo?
Si, ma non è proprio un proteggersi. Mi piace giocare con la mia immagine: adoro la moda. Per me è come avere un abito di scena. Siamo tutti esseri dotati di sensualità e a me piace giocarci. C’è come un senso di potere che desidero trasmettere, e che si confronta con un’innata vulnerabilità. E tutto ciò è prettamente femminile.

Un tempo, per una donna, era considerato sconveniente suonare il violoncello: la posizione stessa dello strumento ne è la ragione. Le cose, per fortuna, sono cambiate.
Vero, ma è ancora presente un forte pregiudizio nei confronti delle donne. Ecco perché nella musica classica non è facile vederle emergere sul serio.

Nel tuo caso, però, qualche maligno potrebbe pensare che il suo successo è dovuto più al tuo fascino femminile che al tuo talento artistico. Ma basta ascoltarti per capire che non è così.
Sono d’accordo, ma la gente che pensa in quel modo, sbagliando della grossa, non riesce a capire le premesse che sono insite nell’arte. Io suono per gli uomini e per le donne, vedo me stessa come una performer artist e come una musicista. C’è una componente teatrale, in ciò che faccio, e che non va mai a scapito del valore artistico. La stessa cosa, quella gente, l’ha detta e continua a dirla parlando di David Bowie o di Lady Gaga. Non ho nulla da dimostrare per farmi accettare come artista, neanche per sogno. Sono fatta così!

Enzo Capua