Fano Jazz by the Sea, prima parte

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Fano Jazz by the Sea 2019
Il logo di Fano Jazz all'interno della Rocca Malatestiana,(foto di Erika Belfiore)

Fano, Rocca Malatestiana, 22-26 luglio

Approdato alla XXVII edizione, Fano Jazz by the Sea ha confermato un’impostazione sperimentata e collaudata con successo negli ultimi anni, con 38 concerti distribuiti nell’arco di una settimana e suddivisi in tre sezioni: Main Stage, ossia gli eventi di maggior richiamo proposti all’interno della Rocca Malatestiana; Young Stage, rassegna di giovani emergenti al Jazz Village, organizzato nello spazio antistante la Rocca stessa; Exodus, Echi della migrazione, serie di performance solistiche ospitate dalla Pinacoteca di San Domenico e ovviamente legate al tema scottante delle migrazioni attraverso il Mediterraneo.

Gli eventi serali presso la Rocca Malatestiana hanno evidenziato da una parte lo sforzo di documentare nuove (ma quanto realmente?) e variegate tendenze iscrivibili in senso lato in un ambito jazzistico contemporaneo; dall’altra la tendenza di alcuni musicisti ad allontanarsi decisamente dall’alveo del jazz e privilegiare – nel bene o nel male – altre forme espressive.

Fano Jazz by the Sea 2019 - Donny McCaslin
Donny McCaslin (foto di Erika Belfiore)

Ne è un esempio lampante il sassofonista Donny McCaslin. Tenorista post-coltraniano, dotato di un suono e di un fraseggio modellati sulle orme di Michael Brecker (del quale aveva preso il posto negli Steps Ahead), McCaslin è assurto ad una certa notorietà anche presso un pubblico eterogeneo grazie alla sua partecipazione all’incisione di «Blackstar», capolavoro e testamento artistico di David Bowie. Come folgorato sulla via di Damasco, McCaslin ha intrapreso una svolta parallela alla sua attività di jazzista con la pubblicazione di «Blow». Il quintetto con cui si è presentato a Fano comprendeva altri due protagonisti di «Blackstar»: il tastierista Jason Lindner e il bassista Tim Lefebvre. Il quintetto era completato dal cantante e chitarrista Jeff Taylor e dal batterista Zach Danziger, che con Lefebvre aveva formato la ritmica del Bedrock Trio di Uri Caine. Con questo gruppo McCaslin ha messo a punto un repertorio che combina in un unico calderone canzoni (per la maggior parte armonicamente banali, per non dire proprio bruttine), sprazzi di rock progressivo, elettronica, qualche sporadico sprazzo jazzistico e – immancabili ma anche prevedibili – versioni strumentali di Lazarus e Blackstar. In un paio di lunghi brani strumentali emergono le reali potenzialità del quintetto come veicolo di un rock progressivo – o art rock che dir si voglia – del XXI secolo, contraddistinto da sostanziosi inserti elettronici grazie all’alchimista del suono Lindner, timbriche e ritmica di estrazione indie rock, cambi metrici in cui spiccano i raddoppi di tempo e le rullate di Danziger. In questo contesto il fraseggio di McCaslin si spezzetta e si appiattisce in tanti segmenti di matrice prevalentemente r&b. Fanno eccezione una lunga introduzione solitaria che condensa le già citate influenze di Coltrane e Brecker, e un brano dedicato alla madre, fatto di brevi frasi melodiche e dinamiche soffuse per tenore, basso e sintetizzatore. Per il resto, siamo solo al cospetto di una musica ben eseguita e altrettanto ben confezionata. In altre parole, un prodotto da consumare.

Fano Jazz by the Sea 2019 - Giovanni Sollima
Giovanni Sollima (foto di Michelle Davis)

Senz’altro destava curiosità, e poteva suscitare anche qualche legittima perplessità, l’annunciato progetto Two Islands di Giovanni Sollima e Paolo Fresu, accompagnati dall’Orchestra da Camera di Perugia. L’intento del violoncellista siciliano e del trombettista sardo era quello di accostare le due culture isolane attraverso il comun denominatore della matrice mediterranea. Nelle rispettive composizioni e negli arrangiamenti predisposti da Sollima emergono inevitabilmente le radici popolari, ma anche riferimenti alla musica barocca del palermitano Alessandro Scarlatti. In particolare, la componente popolare si ravvisa nelle iterazioni, a tratti cantilenanti, e nelle serrate progressioni con cui Sollima traduce il suo approccio vitale e giocoso, lontano dai paludati atteggiamenti di molti musicisti classici, trascinando con sé sia il più compassato collega che i membri dell’orchestra. Sollima si cala perfettamente anche nelle porzioni improvvisate con arcate furiose, timbri e registri eterodossi, in un rapporto estremamente fisico con lo strumento, a volte doppiando certi passaggi con dei vocalizzi o perfino cantando direttamente a contrasto con la cassa armonica dello strumento. Fresu produce bordoni mediante il delay e alcuni campionamenti, e mantiene intatto quel suo tipico gusto melodico espresso – specialmente al flicorno – grazie a lunghe frasi sinuose, dall’ampia curva. Un’operazione culturalmente sincera, complessivamente godibile.

Portico Quartet
Portico Quartet (foto di Mirko Silvestrini)

Scoperto e presentato al pubblico di Fano nel 2011, il quartetto inglese Portico ha sviluppato una poetica coerente, unitaria, sempre più improntata a una sintesi equilibrata tra elettronica, influenze minimaliste, elementi desunti dal gamelan di Bali e Giava e progressive. In questo contesto il jazz è pressoché assente, per vari motivi. In primo luogo, la mancanza dell’improvvisazione nell’ambito di esecuzioni ben congegnate che privilegiano nettamente il collettivo. In secondo luogo, la quasi totale assenza di swing nell’azione del batterista Duncan Bellamy, vero fulcro del gruppo, che sovrappone una pulsazione fitta, instancabile e serrate progressioni a basi costruite con pad e sampling con la complicità del bassista Milo Fitzpatrick, impegnato sia allo strumento acustico che a quello elettrico. Infine, il ruolo marginale del sassofonista Jack Wylie che al soprano ricurvo e al tenore si limita ad aggiungere colori e brevi frasi (ben distante da certe pur discutibili operazioni di Jan Garbarek) per poi cimentarsi alle tastiere. Ne risulta una versione intelligente, aggiornata (2.0?) del progressive, ingegnosamente articolata grazie a rigorosi equilibri interni, integrata dal misurato apporto dell’elettronica. La costruzione di molti brani è giocata su tracce iterative, ipnotiche spesso dettate dallo hang, il metallofono intonato vagamente somigliante allo steel drum caraibico, su cui si cimenta spesso il tastierista Keir Vine, integrando così il suo lavoro di tessitura. In tali frangenti appare evidente il rimando al gamelan balinese e giavanese. Ne risulta una proposta intellettualmente onesta, lontana da tentazioni o implicazioni commerciali.

Fano Jazz by the Sea 2019 - Omar Sosa, Yilian Cañizares, Gustavo Ovalles
Omar Sosa, Yilian Cañizares e Gustavo Ovalles (foto di Erika Belfiore)

Attingendo al repertorio di «Aguas», Omar Sosa e Yilian Cañizares esplorano le comuni radici afrocubane e le loro connessioni sia con il mondo latino che con il jazz. In quest’ottica Sosa accantona quasi totalmente certi atteggiamenti istrionici e dispersivi. Limita all’essenziale l’impiego di sampling ed effetti, e utilizza il sintetizzatore come supporto al piano, sia per disegnare linee di basso che per produrre bordoni e tappeti. Più che l’influenza di McCoy Tyner, Sosa mette in mostra l’eredità di Chucho Valdés e Rubén González. In tal modo esprime alcune delle componenti dell’universo afrocubano: il montuno, il son, il mambo, la rumba. Il modo di porgere l’interpretazione vocale di Yilian Cañizares è espressivo, sensuale, totalmente identificato con le storie che racconta, accompagnato da una presenza scenica carismatica. Allo spagnolo affianca anche il lucumí, la lingua dell’etnia Yoruba deportata dagli spagnoli a Cuba, in brani ispirati al culto sincretico della santeria. Il suo approccio al violino è rigoroso, impeccabile sotto il profilo dell’attacco e dell’intonazione, derivante da una solida preparazione di scuola russa. Il percussionista venezuelano Gustavo Ovalles integra e commenta con gusto e discrezione il lavoro dei colleghi, passando dalle congas a un set di batteria, ma ottenendo i risultati più efficaci sotto l’aspetto coloristico con maracas e altre piccole percussioni. Un recupero del proprio retroterra culturale non filologico, ma attualizzato.

Enzo Boddi

(continua)