Marvin Gaye: You’re The Man

di Nicola Gaeta

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Marvin Gaye (foto di Rob Verhorst/Redferns)
Marvin Gaye (foto di Rob Verhorst/Redferns)

Personaggio visionario e tormentato, Marvin Gaye riappare sul mercato con un album «perduto» ma del quale si conosceva già quasi tutto

Una delle tante ragioni per le quali la Motown, la celeberrima fucina di hits pop-soul degli anni Sessanta, non riuscì a mantenere lo stesso successo commerciale all’inizio del decennio successivo, sta nel fatto che quando l’etichetta si trasferì a Los Angeles il nucleo centrale dei suoi sessionmen rimase a Detroit. Autori come Lamont Dozier e i fratelli Brian e Eddie Holland (il trio di compositori che firmò la gran parte dei suoi successi), interpreti come i Four Tops, gli Isley Brothers, Gladys Knight, si defilarono e la magia non poté più essere ricreata. Fu un vero e proprio tracollo finanziario, aggravato da alcuni cambiamenti che avvennero nel 1971 quando Stevie Wonder e Marvin Gaye, due degli artisti più rappresentativi dell’etichetta, ebbero una crisi personale cercando di interpretare, con una musica differente da quella che avevano inciso fino ad allora, la fase di cambiamento sociale di quei tempi. In particolare Marvin Gaye, che aveva da sempre manifestato una tendenza alla depressione e al tormento interiore, stava attraversando un periodo di frustrazione. La morte della sua partner Tammi Terrell, avvenuta a soli ventiquattro anni nel marzo del 1970 per un tumore del sistema nervoso centrale, lo aveva distrutto. Fu quello, per il cantante, non solo un periodo di depressione ma anche di consumo smodato di droghe, di liti furibonde con il padre, di contrasti con la dirigenza della Motown che prese a considerarlo un personaggio scomodo.

Marvin Gaye
Marvin Gaye

Ma, come spesso accade in questi casi, al disagio esistenziale fece da contraltare un recupero della vena creativa, qualcosa di più profondo e struggente dei melismi che avevano caratterizzato fino ad allora la sua produzione fatta di gradevoli canzoni in cui faceva capolino il jazz ma sostanzialmente rivolta al pop. C’è un passaggio in Divided Soul, la biografia ufficiale di Gaye redatta da David Ritz, in cui Marvin descrive molto bene come quel disagio riuscì a segnare l’inizio di una svolta per la sua carriera. «Nel guardare cos’era accaduto a Woodstock mi accorgo che c’è un’intera generazione di persone che sta intraprendendo un percorso nuovo e che non posso starne fuori. Mi rendo conto che musicalmente devo iniziare a seguire un percorso tutto mio. La Motown, con il suo atteggiamento da major, non mi lascia spazio neanche di respirare ma io ho bisogno di riprendere in mano me stesso e procedere da solo per la mia strada. Mio fratello Frankie è tornato a casa dal Vietnam e mi ha raccontato quello che ha visto laggiù. Mi ha fatto ribollire il sangue e ho iniziato ad avvertire dentro di me una rabbia, un’energia che mi ha fatto pensare che era giunto il momento di smetterla di giocare». Il risultato fu uno dei dischi più belli ed emozionanti di quegli anni, «What’s Going On», una meraviglia, un concentrato di amareggiata malinconia e a tratti di disperazione mischiate a un suono delicato, una sezione d’archi rilassata, una batteria esile che sosteneva i gemiti vellutati di un cantante dalla voce irresistibilmente toccante. Fino ad allora nessun cantante black aveva mai registrato una musica simile a quella.

foto di Rob Verhorst/Redferns
Marvin Gaye (foto di Rob Verhorst/Redferns)

E pensare che Berry Gordy, il boss della Motown, rimase letteralmente inorridito al primo ascolto dell’album, definendo la title-track (la stessa che oggi è diventata uno degli standard più frequentati della soul music) «il brano più brutto mai sentito». Il disco non doveva uscire, ci furono delle liti facilmente immaginabili, Marvin Gaye minacciò di abbandonare la Motown ma alla fine «What’s Going On» venne pubblicato e schizzò immediatamente nella Top Ten, sostando al primo posto delle classifiche soul per cinque settimane. Nessuno aveva ancora capito che Marvin Gaye era entrato in un periodo di particolare fervore creativo: eppure, sull’onda dei consensi ottenuti da quel disco, il genio di Washington dette vita ad altre pietre miliari due della soul music non solo degli anni Settanta ma di ogni tempo: «Trouble Man» del 1972, colonna sonora della pellicola blaxploitation di Ivan Dixon, e il trascendentale «Let’s Get It On» del 1973, lavoro in cui la dimensione di musica erotica della black music giunse a un livello inaudito.

Tutta questa premessa è doverosa per poter parlare di «You’re The Man» la raccolta di canzoni uscita qualche mese fa sul mercato e promossa come un «lost album» che qualcuno ha voluto paragonare a quello di John Coltrane spuntato fuori lo scorso anno dai cassetti. Giudicato come lavoro in sé, «You’re The Man» è un bellissimo album che riflette le tendenze dell’epoca della soul music, e in particolare della musica di Marvin Gaye; ma il suo valore storico non è minimamente paragonabile a quello di Trane. Cercherò di spiegarmi meglio.

Chi scrive ama in maniera forsennata la musica di Gaye, il timing incisivo del cantante, la sua capacità di tenere in equilibrio la tensione emotiva del gospel e quella dura e aggressiva del rhythm and blues, e considera i suoi dischi dell’inizio degli anni Settanta come autentici capolavori. La sensazione che però nasce ascoltando con attenzione la musica di altissima qualità contenuta in «You’re The Man», è quella di un rimasticato déjà-vu che ci fa pensare di trovarci di fronte a canzoni scartate all’epoca perché non ritenute abbastanza rappresentative dell’esplosione di creatività del soul singer. Per questo è bene fare un passo indietro e analizzare i brani contenuti nel disco.

Marvin Gaye «What's Going On»
Marvin Gaye «What’s Going On»

In seguito alla malattia di Tammi Terrell, Marvin Gaye iniziò ad avvertire una profonda lacerazione tra la sua vita di sex symbol e star del soul, da un lato, e dall’altro gli insegnamenti religiosi di suo padre: un catechista, una specie di integralista di una setta religiosa che mischiava insegnamenti della chiesa cattolica a quelli della chiesa anglicana e ortodossa. I conflitti di Gaye con Berry Gordy, il boss della Motown, si accentuarono al punto che il cantante decise di iniziare una carriera di sportivo professionista tentando di giocare con la squadra dei Detroit Lions, dalla quale fu poi allontanato perché non ritenuto idoneo. La sua passione per lo sport rivaleggiava solo con il suo interesse per la musica e per le donne, e Marvin rimase deluso da questa esperienza. Si diede allora alla boxe allenandosi con regolarità alla King Solomon Gym. Questo per dire che fu un periodo di particolare confusione e indecisione. Fortuna volle che la sua passione per la musica rimase intatta, anzi ebbe un’evoluzione; la vecchia propensione di Gaye per le morbide canzoncine pop si trasformò in uno stile più individuale che rispecchiava da un lato le sue radici musicali (il doo-wop, il gospel), dall’altro un forte interesse per il jazz. L’ispirata performance vocale di What’s Going On (la canzone), insieme al suo messaggio di protesta sociale, fu il risultato di quel periodo di crisi e il brano ebbe un successo così immediato che i produttori, non riuscendo a trovare altre canzoni sulla stessa falsariga per assemblare un album, chiesero al cantante di scriverne lui il più possibile perchè quel disco, che a sua volta doveva passare al vaglio del giudizio della dirigenza della Motown, doveva a ogni costo essere completato in un batter d’occhio. Ogni canzone incisa da Marvin in quel periodo è imbevuta di frammenti gospel, di rhythm and blues, di colonne sonore hollywoodiane, di ritmi africani. Per questo le pur belle canzoni – tutte composte e incise all’inizio degli anni Settanta – contenute nel postumo «You’re The Man» somigliano pericolosamente a quelle contenute in «What’s Going On» e finiscono per uscirne sconfitte, non certo in termini di gradevolezza ma dal punto di vista dell’originalità. In più i fan del cantante, quelli più attenti, le conoscono già da tempo perché sono state pubblicate in maniera sparsa sulle versioni deluxe (ciascuna in doppio cd) «What’s Going On» e di «Let’s Get It On» apparse sul mercato nel 2001.

Marvin Gaye «You're The Man»
Marvin Gaye «You’re The Man»

You’re The Man potrebbe anche essere considerata un’appendice di What’s Going On, e gli inserti chitarristici di Wah Wah Watson, di Ray Parker Jr., il sostegno di Michael Henderson e di James Jamerson (due tra i giganti del basso elettrico dell’epoca), il vibrafono di Jack Ashford non fanno altro che arricchire di brillantezza una traccia i cui fonemi riecheggiano fin troppo anche Inner City Blues e What’s Happening Brother. The World Is Rated X non è altro che un rifacimento un po’ sottotono della superba Mercy, Mercy, Mercy (The Ecology). Il lamento introspettivo di Piece Of Clay, con la produzione di Gloria Jones e Pamela Sawyer, e il delizioso, morbido e delicato falsetto di Where Are We Going ci riportano in una situazione di estrema gradevolezza e, in qualche modo, riprendono a farci sognare. Così come Christmas In The City e, soprattutto, I Want To Come Home Home For Christmas riaccendono la fiammella straziante del blues il cui confine con la forma della ballad non è stato mai molto netto nel concetto musicale di Gaye (ascoltate My Last Chance e I’d Give My Life For You che riecheggiano la celebre Baby I’m For Real ma anche Distant Lover e Just To Keep You Satisfied).

I brani che a nostro avviso risplendono di luce propria in tutto l’album sono la superba Woman Of The World (uno smash hit, come si diceva un tempo) e, in sequenza, I’m Gonna Give You Respect, Try It You’ll Like It, You Are That Special One, We Can Make It Baby che, guarda caso sono composizioni di Willie Hutch, (un grande soul maker di quei tempi, sulla scia di Curtis Mayfield) in perfetto stile blaxploitation e impreziosite dalla voce di Marvin. In sostanza, «You’re The Man», pensato dapprima per essere il seguito ideale di «What’s Going On» ma poi scartato all’ultimo momento a causa delle divergenze politiche tra il cantante e Berry Gordy, rappresenta uno straordinario e, per molti versi, imperdibile concentrato di soul music ma non è una raccolta di inediti così come è stata pubblicizzata, e soprattutto non è un capolavoro perduto. Il vero capolavoro di Marvin Gaye era già uscito, un anno prima, si intitola «What’s Going On» ed è stato il primo grande concept album della soul music con una intensità creativa pari a quella di «Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band» dei Beatles o di «Stand» di Sly & The Family Stone. Lo stesso album che ha fatto scrivere a Stanley Crouch sulle pagine del Village Voice: «Il vertiginoso flusso di coscienza di Marvin Gaye gli ha permesso di protestare, di mostrare lealtà, amore, odio». L’effetto di un disinvolto colpo di genio che rimarrà scolpito negli annali della black music e che sarà molto difficile da replicare.

Nicola Gaeta

[da Musica Jazz, agosto 2019]