Mal Waldron: le nere notti di un pianista del mistero

di Paolo Vitolo

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Mal Waldron (foto di Luciano Rossetti)
Mal Waldron (foto di Luciano Rossetti)

All’interno di una produzione immensa, ancora in larga parte da studiare ed esplorare, «Les nuits de la négritude» di Mal Waldron rappresenta un autentico enigma.

Questo disco in trio con George Tucker (contrabbasso) e Al Dreares (batteria), rimasto «misterioso» nel tempo e di cui neppure si conosce l’esatta data di registrazione (forse la metà del 1964), appartiene a un periodo piuttosto sguarnito della produzione di Mal Waldron e a una fase difficile della sua vita. Meno di un anno prima, verso la fine del 1963, Waldron (1925-2002) aveva vissuto un drammatico crollo psico-fisico mentre si trovava in tournée con Max Roach e Abbey Lincoln e, per qualche tempo, si era trovato a soffrire di consistenti vuoti di memoria e anche privato della facoltà di suonare il piano. È noto che sarebbe riuscito a riprendere ascoltando i suoi stessi dischi. Ma la sola causa possibile del mistero che avvolge «Les nuits de la négritude», sfuggito alla maggior parte della critica e puntualmente omesso dalle discografie selettive, è la situazione marginale e bizzarra in cui è stato concepito e realizzato. Tentiamo dunque di ricostruirne un’ipotetica genesi.

Siamo nella seconda metà del 1963 e l’American Festival of Negro Arts, primo embrione dell’omonima organizzazione che avrà vita regolare dal 1966 e sotto gli auspici del poeta Léopold Sédar Senghor, allora presidente del Senegal, sta organizzando un festival chiamato appunto Les nuits de la négritude (con già in evidenza il neologismo senghoriano) che si sarebbe tenuto in un caffè del sud-est di Manhattan (sempre presumibilmente) nella primavera del 1964. Waldron, ancora in balìa del suo disagio, viene invitato come «rappresentante» dell’arte del jazz e il suo contributo è un blues per tre pianoforti: una composizione, non una performance pianistica, perché non è ancora in grado di suonare agevolmente. Il disco sarebbe stato quindi realizzato per un progetto di «Educational Series» degli stessi organizzatori del festival (uno due soli dischi pubblicati dall’etichetta Powertree, il cui altro è del cantante Joe Lee Wilson) e, date le condizioni di Waldron, non prima della scarsa metà del 1964. Il copyright del 1963 che si legge in calce al retrocopertina si riferisce alla pubblicazione a stampa dei brani nella raccolta Reflections in Modern Jazz (slogan che al disco fa da sottotitolo).

Poi, ecco l’aspetto bizzarro, dalle stesse note di copertina si apprende che il capo dell’organizzazione era tale Robert S. Pritchard – assai modesto pianista di musica classica che amava sguazzare negli ambienti della politica – e si evince che, tra lui e il suo assistente che le ha redatte, doveva regnare un certo scetticismo nei confronti del jazz. Fino alla premura del redattore di sottolineare, verso la conclusione, che il jazz è un’espressione musicale d’arte («a Fine Arts musical expression»). Uno scrupolo davvero curioso per chi sta promuovendo le arti «negre», ma anche un indizio che potrebbe spiegare sia la scelta di un pianista come «rappresentante» del jazz, sia quella specifica di Waldron, anziché, per esempio, l’africanista Randy Weston che se ne sarebbe sentito così tanto più onorato. Certo è che qualcosa stride fra un titolo come Les nuits de la négritude e la musica di Waldron. Soprattutto di quel Waldron che aveva appena riconquistato la sua poetica e, sia pure indotto da problemi tecnici, privilegiandone proprio il lato più décadent. Perché qui siamo di fronte a un Waldron che più che mai fa riaffiorare l’aver compiuto studi classici in gioventù, l’essersi appassionato al jazz unicamente pensando a Monk, l’essere diventato jazzista al fianco del Mingus più multiculturale e l’essere stato l’accompagnatore di quella Signora che non cantava affatto il blues.

Mal Waldron «Les nuits de la négritude»
Mal Waldron «Les nuits de la négritude»

Due dei dieci pezzi compresi nel disco sono ritmici, percussivi, in questo senso «neri»: ma Ollie’s Caravan (eseguito per la prima volta in sestetto nel 1958) è il solo a non commuovere, e lo splendido The Call To Arms, appositamente dedicato all’Organizzazione per l’Unità Africana, è in 5/4 e con passaggi in 3/4. Gli altri, quasi tutti piccoli capolavori, sono in gran parte brani modali o in tonalità minore che viaggiano tra una melanconia sommessa, a volte anche cupa, e qualche tono appena più tenero e sognante (come Love Span, il solo altro pezzo già eseguito in precedenza). Esecuzioni antivirtuose che colpiscono per certe soluzioni geniali contenute in strutture spesso elementarissime (a partire dall’iniziale Summerday) e che possono appartenere e no alla cultura jazzistica, risentendo piuttosto di quella vena europea, un po’ parigina, che in Waldron sembra congenita come in Billy Strayhorn. Su tutti il più toccante è senz’altro Quiet Temple, in modale minore e scandito da un quasi solenne ostinato della mano sinistra. Waldron lo riutilizzerà di lì a poco per la colonna sonora del film Trois chambres à Manhattan di Marcel Carné (completata da Martial Solal) e lo manterrà in repertorio con il titolo di All Alone, come già nell’omonimo disco in solitudine inciso a Milano nel 1966.

Questo meraviglioso album (che meriterebbe regolari ristampe) segna per Waldron l’inizio dell’attività di leader in Europa e in parte anche quello di una tendenza del suo pianismo a farsi nuovamente percussivo, a ricollegarsi alla remota esperienza del mingusiano Pithecanthropus Erectus come per incarnare un modulo indipendente del linguaggio free. E quanto questa svolta fosse sentita lo dimostra la bellezza tutta waldroniana dei vari dischi «avanzati» incisi dal 1969 (per ECM e Japo) a buona parte degli anni Settanta (soprattutto per ENJA).

Ma lo spirito del dimenticato «Les nuits de la négritude», nonostante tutto, sembra aver fissato una parte di paradigma dell’arte di Waldron. Una parte importante e flessibile che Waldron ha fatto entrare in azione ogni qual volta ha voluto soffermarsi sul grande potenziale di espressione interiore della sua musica. Cosa che dai primi anni Ottanta ha fatto sempre più: anche suonando standard o brani di Michael Jackson, e stratificando il suo genio su quello di Satie.

Paolo Vitolo