Fred Frith «Live At The Stone: All Is Always Now»

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AUTORE

Fred Frith

TITOLO DEL DISCO

«Live At The Stone: All Is Always Now»

ETICHETTA

Intakt


L’ampio organico non tragga in inganno: qui all’opera ci sono unicamente dei duo e dei trii, con un’unica eccezione costituita da Identity Crisis, frutto del lavoro di un quartetto. Si trova sul primo di questi tre dischi dove si adunano i ventitré pezzi migliori, a parere di Frith, fioriti nel corso degli ottanta concerti da lui tenuti a The Stone nell’arco di un decennio. O, almeno, il fior fiore tra quelli che vennero registrati – perché molti non lo furono – e scelti anche in base all’omogeneità della qualità sonora.
I settant’anni compiuti il 17 febbraio dall’arguto musicista britannico non potevano essere celebrati meglio. Si festeggia con una spremuta d’autore dal sapore aspro e saporito al tempo stesso; un flusso sonoro rigenerante, nonostante i rischi che sempre l’improvvisazione comporta. Si avvicendano soluzioni più strutturate (Veils con Riley), rumorismi assortiti (per esempio Another Ship Moves In con Dunkelman e Ateria), accenti melodici (la seconda parte di Reasons To Dream con Hirsch), accelerazioni ritmiche ed esplorazioni armoniche (Shrug At Truth con Courvoisier), astrazioni agglutinate (Strife And Soil e Slipping, entrambi con Mori e Wooley), atmosfere tese e misteriose (A Measure Of Solace con Parker), caotiche ed espressioniste (Like Animal con Mori e Weil), furibondi faccia a faccia (Hero Of The Space Age in compagnia di Laurie Anderson): corde tese allo spasimo, rumore estasiante e abbagliante, senza che il risultato si renda mai ostile all’ascolto.

Talvolta tutto si mescola in parti uguali nella medesima improvvisazione, come nel citato Identity Crisis, che vede Hoopes, Glenn e Lurie fornire una prova intensa e gioiosa. Il succo migliore è forse quello che si gusta in Flare con Masaoka, una collana di haiku sospesi nel buio fiammeggiante e turbolento del cosmo.

Tutta la musica che qui si ascolta è rigorosamente improvvisata, come precisa lo stesso Frith nelle note, senza prove o accordi di alcun tipo presi in precedenza. Ci si imbatte in set con strumenti ortodossi, seppure spesso bistrattati e malmenati, oppure quanto mai fuori dagli schemi come l’immondizia «suonata» da Tewari in un trittico nel segno dell’iperbole sonora.

Inoltre con alcuni dei partner coinvolti si tratta della prima volta assieme, mentre in altri casi assistiamo a nuovi incontri con vecchie conoscenze. Eppure all’ascolto si rende assolutamente impossibile fare distinzioni di sorta.

Nota conclusiva: i titoli dei brani provengono dai titoli di articoli del New York Times usciti nei giorni dei concerti.

Gennaro Fucile

[da Musica Jazz, giugno 2019]


DISTRIBUTORE

Goodfellas

FORMAZIONE

Fred Frith (ch., p., voc., strumenti autocostruiti, piccoli oggetti), con: Laurie Anderson (viol., tast., elettr.), Amma Ateria (elettr.), Sylvie Courvoisier (p.), Nava Dunkelman (perc.) Jordan Glenn (batt.), Shelley Hirsch (voc.), Jason Hoopes (cb., b. el.), Annie Lewandowski (p.), Jessica Lurie (alto), Miya Masaoka (koto, elettr.), Ikue Mori (elettr.), Pauline Oliveros (fis.), Else Olsen Soresund (p.), Evan Parker (sass.), Gyan Riley (chit. el.), Sudhu Tewari (spazzatura riciclata), Clara Weil (voc.), Theresa Wong (cello, voc., elettr.), Nate Wooley (tr.).

DATA REGISTRAZIONE

New York. USA, 2006- 2016.